VITTORIO VERONESI: DOPO SETTANT’ANNI LA TRAGEDIA DI UN LAVORATORE MANTOVANO CI INTERROGA ANCORA

Standard

Sul brutale assassinio del bracciante Vittorio Veronesi è sceso da anni l’oblio; così come il contesto storico, sociale e politico in cui è stato compiuto. La polvere del tempo e di una dimenticanza condivisa ha coperto la vita e la morte di uno di noi, di un lavoratore delle nostre campagne ucciso dalla barbarie dello sfruttamento, ha rimosso il tentato “assalto al cielo” di una generazione di giovani lavoratori appena usciti dalla guerra. Con loro tutta un’epoca è sparita dalla memoria collettiva, levandoci gli “occhiali” necessari per leggere l’attualità. Nel settantesimo anniversario di quei fatti di sangue del 1950 è tempo di riannodare i fili della memoria.

Vittorio Veronesi durante la guerra era stato partigiano garibaldino. In quegli anni perse due fratelli: uno -anch’egli partigiano- fucilato dai nazisti a Bologna, l’altro morto nella Campagna di Russia. La conquista della Liberazione aveva acceso forti speranze in giovani donne e uomini, tradite di lì a poco, quando la generazione di Veronesi vide tornare gli ex-fascisti ai propri posti di “prima”: nelle prefetture, sulle cattedre, nei tribunali e a capo delle fabbriche. Anche per i lavoratori della terra ci fu l’amara sorpresa di ritrovare i gerarchi senza più camicia nera e fez nello stesso ruolo di pochi anni prima, ovvero di padroni agrari e latifondisti. È l’epopea delle lotte bracciantili 1947-1954 quella di cui stiamo parlando, che ebbe il culmine tra il 1949 e il 1950. Per i giovani affamati di pane e dignità portati in grembo proprio quando il terrorismo fascista colpiva le campagne, quello fu un “biennio rosso” dove cercare di compiere la palingenesi rivoluzionaria.

In quel periodo Vittorio Veronesi, oltre ad essere lavoratore della terra è organizzatore sindacale e dirigente della Federazione Giovanile Comunista appena rifondata da Enrico Berlinguer. I quaranta epici giorni di sciopero del 1949 che sconvolgono non solo il Mantovano, ma tutta l’Italia sono una storia immensa di tenacia, lotta e sacrificio contro l’arroganza e lo sfruttamento. A noi avrebbe ancora da raccontare il senso più alto della solidarietà tra lavoratori, della partecipazione e della disobbedienza all’ingiustizia, proprio quando queste sembrano scomparse.

Il 1950 non fu da meno con un’altra primavera di lavoro nelle campagne segnata da lotte sindacali aspre e senza esclusione di colpi. La notte del 17 maggio, Veronesi si recò presso la corte Schiarino-Previdi di Porto Mantovano insieme a due compagni per una ronda anti-crumiri: lì venne colpito a morte dai colpi sparati dall’agrario Grazioli e dai suoi guardaspalle. Il suo corpo agonizzante venne portato oltre la ferrovia e abbandonato vicino ad un fosso, dove oggi una lapide ne ricorda il barbaro omicidio. Furono giorni di dolore e collera in tutta la provincia, di tensione e di commozione, sciolti nella imponente manifestazione di commiato che inondò la città di Mantova con le lacrime di oltre centomila persone. Com’è stato possibile che una vicenda così tragica in un contesto che -data la portata di massa di quelle lotte- dovrebbe far parte del nostro “corredo genetico” di mantovani (e italiani) sia diventata un cono d’ombra nella storia?

Settant’anni dopo il mondo è formalmente diverso, ma anche così simile a quello di Vittorio Veronesi: giovani lavoratori sopravvivono con salari da fame, contratti ingiusti e la loro dignità è sacrificata sull’altare del profitto. Nelle campagne lo sfruttamento, il caporalato e il disprezzo per la vita umana sono tornati, aggravati dal razzismo; e si muore, ancora. Nel 2008 il bracciante Vijay Kumar lavorava nella raccolta dei meloni nel Viadanese: il 27 giugno ebbe un malore a causa del caldo eccessivo e non venne soccorso. Per un inquietante parallelismo, anche qui il padrone dell’azienda fece portare il corpo morente del lavoratore lontano dalla tenuta, vicino ad un fosso.

Proprio così, da questi ricorsi storici e da un mondo ingiusto si alza un vento nuovo, che inizia a soffiare per togliere la polvere dalla memoria e farci incontrare i nonni, le cui idee, storie e rivendicazioni bussano alla nostra porta per indicarci una via, nello smarrimento di quest’epoca.

 

(Pubblicato per A.n.p.i Mantova su Gazzetta di Mantova e Mantovauno)

25 Aprile: il futuro non è scritto (e nemmeno il passato)

Standard

di Emanuele Bellintani e Oreste Veronesi*

Nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione, abbiamo bisogno più
che mai di festeggiare la libertà che i nostri padri e i nostri nonni hanno
conquistato combattendo la dittatura fascista, l’occupazione nazista e la follia
della guerra. All’alba del 25 aprile 1945 rinasceva la speranza di un mondo di
pace, solidarietà e giustizia sociale: cosa significa dopo tutti questi anni, nel
pieno di una pandemia e con le avvisaglie di un “dopo” tutt’altro che
rassicurante?

La storia non è un blocco di marmo inamovibile, ma materia viva e plasmabile
che riflette i rapporti di forza presenti nella società: in Italia su Resistenza e
Liberazione non c’è mai stata una memoria condivisa, ma il risultato di continui
incontri-scontri tra concezioni diverse del mondo. Nell’immediato dopoguerra,
all’ombra del compromesso Costituzionale tra i partiti antifascisti, nel Partito
Comunista Italiano (egemone nella Resistenza) si rivendicava la Liberazione
come lotta popolare pre-rivoluzionaria per abbattere il fascismo e lo
sfruttamento di industriali e latifondisti che l’avevano foraggiato. Per la
Democrazia Cristiana di De Gasperi si trattava di una visione più interclassista
ed astratta di lotta per la libertà democratica.
Settantacinque anni dopo il patto Costituzionale non esiste più, né gli stessi
partiti che lo crearono. Una parte politica consistente rifiuta più o meno
platealmente i valori della Resistenza e del 25 aprile; la maggioranza di chi
invece si sente politicamente erede di quel “patto antifascista” è oggi
completamente appiattita sulla visione De Gasperiana della liberazione.
Non di meno, schiere di intellettuali negli ultimi anni hanno ridotto il fascismo
storico alla “dittatura del razzismo” eliminandone i profondi caratteri di classe,
ovvero il fatto di essere stata la truppa armata della borghesia nazionalista, da
questa protetta e foraggiata per annientare con il terrore e le stragi il
movimento operaio, le sue organizzazioni di solidarietà e le sue rivendicazioni
come gridava Gerard Depardieu alla fine di “Novecento” del 1975.
Sull’elisione dell’origine classista del fascismo si fonda gran parte dell’antifascismo
mainstream che grida “fascista!” a chiunque esprima timori e dubbi sul
fenomeno migratorio e le sue criticità (talvolta anche ad altri antifascisti)
consegnando masse intere alle forze politiche più reazionarie e allontanandoli
da un naturale sentimento popolare antifascista.
È perciò fondamentale
comprendere il fascismo come momento del processo di modernizzazione e
quindi passo decisivo nella formazione capitalistica italiana. Questo significa
riprendere le profonde considerazioni di Karl Polaniy, che negli anni Trenta
definiva il fascismo come «la forma più recente dell’attacco ricorrente del
capitalismo contro le forme popolari di governo» e, approfondendone le
caratteristiche affermava che «il fascismo vuole abolire la politica, assolutizzare
l’economia, impossessarsi dello stato e “separarlo” dall’economia. […] Il
fascismo elimina con la sfera politica la sfera ideale della libertà; la sua forza
risiede nella promessa che, in seguito a questa “eliminazione della politica”, l’economia riprenderà a funzionare».

Inoltre, chi ha combattuto per la libertà di tutti ci sta lasciando sempre più
velocemente: mentre abbandona questo mondo ci dona la sua eredità di lotta,
un testimone di cui essere fieri e degni. Questo al di là delle ricostruzioni e dei
compromessi che hanno edificato un 25 aprile come una edulcorata “festa di
tutti”. La depoliticizzazione della commemorazione della liberazione
dall’occupazione nazi-fascista è servita a cancellare la portata delle
rivendicazioni da cui essa è scaturita. Mettendo in scena nell’ottobre del 1970
uno spettacolo sul senso del fenomeno resistenziale, il drammaturgo Dario Fo
fece pronunciare all’attore in scena delle parole ancora oggi significative: «La
preoccupazione di togliere ogni accenno alla lotta di popolo – prima che
nazionale, lotta di classe – contro un’altra classe, responsabile del fascismo e
non di un antifascismo generico, ha sporcato, ingessato, mummificato il
significato di tale guerra». E allora siamo fieri testimoni perché dobbiamo
ricordare con forza tutte le donne e gli uomini che cospirarono, sabotarono,
spararono per abbattere le bestie dello sterminio, delle stragi e dell’ingiustizia
sociale. La loro storia è grande e terribile e va depurata dalle incrostazioni
ricordando tutti, da chi nascose un ricercato fino a chi morì in battaglia.
Tenendo a mente che molte delle loro speranze vennero tradite in un lampo:
già nel 1946 i fascisti erano di nuovo liberi e ai posti di comando mentre i
partigiani arrestati o ridotti al silenzio se “refrattari” alle linee di partito. Si
tratta del tema, mai discusso pubblicamente a sufficienza, dell’amnistia da una
parte e dall’altra della cosiddetta “continuità dello stato” tra fascismo e
repubblica. Dove per Stato si deve intendere sia l’organizzazione della
macchina istituzionale fatta di servizi, uffici e procedure, sia dei codici, di
procedura penale in particolare. Ma anche, e forse con maggiori conseguenze,
della continuità del fatto istituzionale nella società: scuole, carceri, manicomi,
ospedali etc.
Quindi degni testimoni perché le incognite del presente e del futuro ci mettono di fronte a dilemmi e scelte molto simili a quelle che animarono la generazione che scelse di insorgere contro un mondo ingiusto. Cosa sono il mutuo aiuto solidale di cucire e consegnare mascherine a chi non le riceve dallo Stato, il sostenere i lavoratori buttati in trincea a contagiarsi o il donare cibo a chi è in difficoltà se non i nipoti diretti del nascondere i ricercati, dare protezione ai fuggiaschi e condividere cibo con gli sfollati dei nostri nonni? Cos’è il costruire un’idea di società radicalmente slegata dal passato se non porsi le questioni di cosa regga la struttura dello sfruttamento e delle diseguaglianze odierne?

Per comprendere il paradosso italiano mai risolto e solo acuito basta pensare al
più celebre canto della Liberazione, “Bella Ciao”. Una melodia di lotta per la
libertà rimbalzata per decenni a Est e a Ovest che abbiamo sentito risuonare
tra chi combatte sulle alture del Rojava e tra chi manifestava nelle piazze di
Occupy Wall Street, ma che in Italia è diventato un canto “divisivo”: prefetti e
sindaci lo vietano alle manifestazioni del 25 aprile, altri multano chi lo canta
per protesta e gruppi di genitori non vogliono che a scuola venga insegnato ai
loro figli. Eppure “Bella Ciao” messa alla porta rientra prepotentemente dalla
finestra con “la casa di carta” una serie spagnola dal successo planetario che
parla di una piccola brigata che sulle sue note lancia un attacco al cuore del
sistema economico e si beffa continuamente delle massime autorità di Stato. E
forse è giusto così, perché un canto che parla di lotta partigiana e di Liberazione non è per tutti, non è per una società votata all’obbedienza e al profitto, ma deve stare sulle bocche di chi ama la libertà e la giustizia sociale. Specialmente oggi.

Sotto i colpi del virus, un intero sistema sta collassando: gli stessi che hanno
creato il disastroso “prima” sbavano per governare anche “dopo”. Industriali,
amministratori, politici, manager sono la stessa compagnia cantante di un
ventennio di privatizzazioni, inquinamento e sfruttamento. Loro contano già i
soldi mentre noi contiamo ancora i morti. Qui il parallelo è palese: è come se nel
1945, con l’Italia in macerie, i ras, i gerarchi e gli industriali avessero gestito il
dopoguerra; in effetti andò così, ma nella decantata “memoria condivisa”
questo aspetto non emerge mai. Le prime anticipazioni sul dopo spuntano tra
gli insidiosi “dovremo convivere col virus e fare dei sacrifici”: app di controllo
spostamenti, esaltazione poliziesca, didattica online, e-commerce,
distanziamento, obbedienza. Cittadini il più possibile chiusi in loculi abitativi
dotati di ogni comfort tecnologico, fuori solo per produrre ricchezza (per altri);
la normale vita sociale di un concerto, una manifestazione o uno sciopero
trasformata in crimine nella guerra al virus. Una storia già vista?

Eccola qui, ancora una volta l’eredità viva del 25 aprile e della Resistenza.
Abbiamo di fronte a noi un sistema in crisi che non intende curare la paura ma
renderla Orwellianamente strutturale “come uno scarpone che calpesta una
faccia, per sempre”. Chi ci ha preceduto ce lo ha insegnato o ce lo grida dalla
tomba: per questo siamo tutte e tutti chiamati a cambiare il finale. Tenendo
bene a mente le parole di Giovanni Pesce, militante comunista e combattente
prima nella Guerra Civile Spagnola e poi eroe della resistenza italiana:
«Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla».

(*) Oreste Veronesi, laureato in scienze storiche, è redattore del portale online https://www.malorarivista.it/, tra i promotori dell’associazione culturale La Sobilla e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo.

Una Pasqua di speranza e Rivoluzione

Standard

La Pasqua cristiana quest’anno coincide con un periodo di crisi e di sofferenza. Nella pandemia, la “normalità” per come la conoscevamo ieri rivela quanto fosse ingiusta per milioni di persone sfruttate, senza una casa o socialmente abbandonate. Mai come oggi c’è un popolo smarrito di fronte all’arroganza dei mercanti nel tempio e ad un èlite di farisei. Dal passato, dalla Chiesa delle origini un’omelia di Giovanni Crisòstomo accende una luce nel triduo pasquale:  “…Dio all’inizio non ha fatto uno ricco e un altro povero, né al momento della creazione ha donato all’uno molti tesori e all’altro ha impedito di scoprirli, ma a tutti ha donato la stessa terra da coltivare. Se dunque la terra è un possesso comune, come mai tu hai tanti e tanti ettari, mentre il tuo vicino non ha neppure un pugno di terra? […] Per i beni comuni non si lotta, c’è sempre pace mentre, appena uno tenta di appropriarsi di qualche cosa, scoppiano zuffe, quasi che la natura stessa s’indignasse di vederci contendere”.  Secondo le scritture, il terzo giorno il sepolcro venne trovato vuoto: oggi come ieri il messaggio di speranza e rivoluzione può e deve camminare con le gambe di milioni di donne e uomini.

La Caporetto della guerra al virus

Standard

grandeguerra_caporetto_1_padovagrandeguerra.it_La pentola è sul fuoco da tempo, ha solo iniziato a bollire: non bastano più lo sventolìo di tricolori, gli appelli alla calma e l’inno mandato ossessivamente dalle radio.  Di fronte a questa strage, i cultori del farlocco “siamo tutti sulla stessa barca” e l’infallibile sistema neoliberale ci dicono che “siamo in guerra” senza accorgersi che proprio loro hanno portato il Paese, anzi il mondo, ad una nuova disfatta di Caporetto. Le merci, la finanza e il profitto interessano una minoranza, l’èlite di potere che in guerra non ci va mai. A crepare ci va il popolo, sfruttato e sottopagato, spesso senza protezione adeguata. Dalle trincee ospedaliere alle fabbriche, fino a tutti quelli che “devono” continuare a produrre, ovunque si diffonde la sensazione di essere diventati carne da macello.  Nella disfatta, c’è tutto un blocco politico-economico che appartiene a ieri e che non ha più futuro: la metafora di questo sistema sono Zingaretti che invitava agli “aperitivi contro la paura” e Sala del “Milano non si ferma”, a braccetto con Salvini che cambia idea ogni venti minuti e la banda che ha governato Regione Lombardia per vent’anni, devastando il sistema sanitario pubblico. I loro riferimenti sociali sono le catene commerciali che tengono aperto con le cassiere contagiate e quegli industriali irresponsabili di fronte alla salute dei lavoratori. Per iniziare timidamente a bloccare tutto ci sono volute proteste, scioperi operai, migliaia di contagiati e di morti: i caduti sono tutti figli del popolo “calpesto e deriso” che ora può dire apertamente basta ad un modello ingiusto, diseguale e omicida. Andrà tutto bene, sì, se non ci sarà nessun “ritorno alla normalità”, perché quella normalità era la matrice stessa del problema.

V3 – Carcar

Standard

Sandcastle1In quel bilocale di periferia le ore non passavano mai. Guardare la televisione affondato nel divano gli stava dando uno stato di assuefazione di cui ancora non sembrava accorgersi. Cambiava freneticamente canale eppure ogni show e ogni telegiornale suonavano la stessa nota, la stessa gamma di suoni e immagini dell’ansia e della paura da quarantena. Si accarezzò la barba per capire quanti giorni fossero trascorsi: al tatto approssimò che in quello stato di cattività una settimana se ne fosse già andata. Spense il televisore e invece del silenzio poté udire il vecchio della porta accanto che tossiva.
Passeggiò con fare annoiato nell’appartamento arredato alla buona dalla padrona di casa: settantacinque metri quadrati riempiti di mobilio preso in sconto all’Ikea, senza un briciolo di stile. Come una luce nel buio, brillava la riproduzione di una donna di Schiele appesa al muro e totalmente fuori contesto. Nella libreria c’erano solo il Vangelo e diversi libri di fantascienza probabilmente appartenuti al figlio della signora -suo coetaneo- espatriato a cercar fortuna in Svezia.
Uscì sul balcone per fumare una sigaretta: al crepuscolo l’aria era ancora mite, cullata da un venticello che annunciava la primavera. Si era trasferito lì da pochi mesi, dopo la difficile rottura di un legame nato a giugno e collassato con le ultime foglie ingiallite. Un clima surreale enfatizzato dall’epidemia dominava l’ambiente circostante: d’inverno tutta la costa diventava un insieme di paesi fantasma e il suo quartiere di recente costruzione era abitato da pochi residenti mentre molti appartamenti erano vuoti, affittati dai villeggianti solo durante la bella stagione. Le luci accese nelle case segnalavano che c’era ancora vita, benché reclusa in celle senza sbarre e dotate di tutti i comfort. Abitava al terzo piano, a meno di due chilometri dalla spiaggia eppure non ne avvertiva quasi la presenza. Al pensiero gli scappava da ridere. Le scogliere e le dune di sabbia bloccavano le mareggiate, ma nessuno era riuscito a frenare l’onda lunga del cemento che, dal litorale fino all’entroterra, in pochi decenni aveva coperto la terra di casermoni turistici e residenziali.
«bella vista, ragazzo, eh?» – esclamò il vicino tossendo dal suo balcone.
«mica tanto, a dire il vero».
«eh ma sai, una volta qui c’era tutta terra da coltivare, poi ci siamo fatti prendere la mano…».
«in cosa, mi scusi? »
«ma dammi ben del tu! Qui il turismo poteva darci da mangiare e da divertire con le bele burdèle, ma poi qualcuno ha voluto mangiare troppo e guarda qui come siam finiti, vigliac dun porc!» – indica i palazzoni – «che non si vede nemmeno più dov’è il mare».
«non ci siamo nemmeno presentati, io sono Davide» e fece per allungare la mano oltre la ringhiera. Per tutta risposta l’anziano si ritrasse e alzò il pugno destro: «valà che è meglio se salutiamo come una volta» – diede due colpi di tosse rauca – «piacere, Loris Semprini».
«ehm…grazie…adesso vado a farmi un giro, se serve qualcosa fammi sapere».
Il vecchio gli disse che non era proprio il caso di uscire e rientrò nel suo appartamento.

Scese le scale e si ritrovò in strada a passeggiare: concedersi un’uscita era un lusso pericoloso. Comprò un pacchetto di sigarette al distributore automatico notando che, tra un allarme e l’altro, erano cresciute di altri venti centesimi. Si incamminò senza méta in quelle vie anonime, tra blocchi abitativi figli di un benessere che li aveva abbandonati prematuramente. Arrivò ad una minuscola rotatoria intitolata ad Altiero Spinelli e trattenne a fatica una risata amara, pensando che uno mandato al confino e teorizzatore di una Europa di pace e solidarietà, fosse stato doppiamente sbeffeggiato: prima la sua idea era stata mortificata e ora la sua memoria rimaneva appesa ad una rotonda di periferia.
Arrivò fino alla zona degli alberghi ancora chiusi in attesa – come lui del resto – di una nuova stagione di lavoro. Certo, quello non era il centro pulsante degli “Hotel Ambasciatori” o delle “Ville delle rose” in riva al mare, il corrispettivo delle proprietà verdi e viola del Monopoly, lì c’erano solo il marrone e l’arancione degli “Hotel Baby” e delle “Pensione Rondinella”. Stretto nel suo maglione a righe, fiutò l’aria e sentì il mare: quel florilegio di odori frizzante e salato gli diede alla testa, inebriante come un bicchiere di vino a stomaco vuoto.
Fece qualche metro sul lungomare, ascoltando il suono delle onde nella sera.
Pochi istanti dopo venne fermato da una pattuglia: scesero in due dotati di mascherina a controllargli i documenti e a  verificarne l’identità.
«Uhm…signor Talluto, lei non dovrebbe essere qui, lo sa? »
«Agente…avevo bisogno di una boccata d’aria».
«Le disposizioni le conosce anche lei».
«Sì, certo … però è importante evadere ogni tanto».
«Senta, lo vada a dire al Pubblico Ministero e alla ragazza che ha mandato all’ospedale».
Fece una smorfia contrita e salì sul mezzo senza opporre resistenza.
L’ora d’aria era finita.

V2 – Chag Purim Sameach

Standard

394x400Si rivestì in fretta nonostante la stanchezza, come dopo un’imbarazzante notte di passione occasionale. Strinse i bottoni del cappotto fino al mento e uscì dalla porta di servizio.
Il turno era finito, per ora.

Ad aspettarla c’era una fredda sera di fine inverno, con il vento a scompigliarle i capelli e i pensieri. Si ricordò che da più di un mese non faceva la tinta, ma dopotutto non era più importante: avrebbe voluto solo farsi una doccia per lavare via quell’ennesima giornata infinita. Forse l’acqua bollente non sarebbe riuscita a cancellare lo stress, ma avrebbe sciolto il nodo in gola che la attanagliava.  In ospedale non c’erano più le maratone estenuanti alle quali lei e le sue colleghe erano abituate da anni, perché giorno dopo giorno i turni diventavano sempre più simili ad un girone infernale.

Aspettava il bus e venne assalita da un sentimento di paura vedendo che la periferia era muta, senza vita, e che l’unico segno di vita erano i lampeggianti di mezzi militari che presidiavano le strade. La considerava una idiozia: «non c’è possibilità di contenere una cosa così grande» – riflettè –  «che sia una rivoluzione o un contagio, una camionetta è come l’ombrellino del povero Wile Coyote quando piovono massi».
Salì sul 13 mostrando l’abbonamento al conducente che la fissava con occhi spenti, uno sguardo che le sembrò di avere già visto sui volti dei pazienti della giornata. Sul bus c’erano solo due signore sulla settantina, intente a vomitare banalità sul tema del mese.
«…Sai cara, questo è quello che fanno i comunisti, portare scompiglio e malattie».
«Hai ben ragione, mangiano i topi e poi vengono a curarsi a casa nostra».
Avrebbe voluto replicare alle due megere e prendere a male parole i loro pensieri nazisti democraticamente confezionati in prima serata nei talk-show televisivi, ma non ci riuscì. Dentro di lei c’era una donna che urlava a gran voce che i “comunisti” non avrebbero mai distrutto la sanità pubblica, né avrebbero favorito quella privata; che topi e gatti li mangiavamo noi in tempi di guerra e miseria. Quella donna però si era fatta piccola piccola e la sua voce non riusciva nemmeno a raggiungere lo sterno, figurarsi le corde vocali strozzate dall’angoscia.

Si guardò riflessa nel vetro riconoscendosi a malapena: anche lei aveva gli occhi sbarrati e portava sul volto i segni di quelle mascherine che erano diventate il simbolo del caos. Ore e ore senza poter bere o grattarsi, con quell’irritante protezione chirurgica addosso che le aveva lasciato abrasioni sulle guance tonde.
Buttò un occhio al cellulare e vide decine di messaggi Whatsapp di colleghe e amici preoccupati alle quali non riusciva nemmeno a rispondere se non con qualche meme o emoticon di circostanza. Sui quotidiani online chi aveva sfasciato il Sistema Sanitario Nazionale parlava di “angeli dell’emergenza” e lei sapeva quanto tutto questo fosse ipocrita: anche volendo, le ali ora erano sporche e rattrappite a causa di continue“riorganizzazioni aziendali” come le chiamavano loro. Mise in tasca lo smartphone e guardò fuori dal finestrino.

Il bus sfiorò appena il centro, dove i locali erano ancora aperti e mandrie di pecore pronte per il macello consumavano a gran voce il rituale dell’aperitivo; dopotutto c’erano fior di imprenditori, amministratori e industriali che lanciavano hashtag sulla necessità di “non fermarsi” nemmeno davanti al virus, come se un mondo basato sul profitto avesse potuto davvero sopravvivere. «Stolti – disse tra sé e sè- «o forse sono solo stronzi». Nella sua mente si accavallavano pensieri inconfessabili che prevedevano anche esecuzioni di massa per tutte le bestie che non capivano le disposizioni per contenere l’epidemia. Lei, reduce dalle ore passate in una trincea spietata, non riusciva a provare compassione, ma solo un disprezzo giustamente severo. Quelle idee la facevano sentire in colpa perché fin da ragazzina si era battuta per un mondo più umano e dignitoso e in testa adesso le frullavano idee tutt’altro che democratiche. Si chiese dunque cosa fosse diventata la democrazia e rifletté che si trattava solo di un’altra maschera, più sorridente ma non meno tetra, sotto alla quale c’era il volto sfigurato di una società stupida, individualista e profondamente diseguale. Sull’onda di quelle elucubrazioni, giunse alla fermata e scese dal bus.

Quando fu a casa tirò un sospiro di sollievo e subito iniziò a spogliarsi: prima un pezzo, poi un altro, fino al reggiseno quando finalmente si sentì libera, o quasi. Sentiva il peso del camice monouso anche adesso, nuda, mentre provava a rilassarsi con un disco di Ella Fitzgerald sul piatto. Dopo tutte quelle ore la plastica le si era appiccicata alla pelle ammantandola di un pruriginoso disagio; non un centimetro di epidermide sembrava esserne immune.
Entrò in doccia sotto un getto di acqua calda e chiuse gli occhi: anche in quel momento potenzialmente piacevole non riusciva a smettere di pensare alle corse nel reparto per assistere quel giovane paziente contagiato che non la smetteva di piangere o per intubare un anziano, ben sapendo che la “regola” sarebbe stata quella di destinare i respiratori a qualcuno “con una aspettativa di vita più alta” di quella di un ottantenne asmatico.
Chiuse l’acqua ma rimase lì, immobile, con gli occhi stretti e l’idea di essere ancora sporca a causa della paura e sotto gli sguardi bisognosi incontrati durante il giorno, già scolpiti nella memoria.

Sentì la suoneria del telefono, quella “Heroes” di David Bowie mai così attuale e corse fuori dalla doccia per rispondere:
«Ciao Ester, come stai? »
«tutto bene mamma, e tu»
«ho paura, ma non smetto di vivere. Ti ho preparato gli Hamantaschen con i datteri come quando eri piccola»
«Grazie, li mangeremo quando questo nemico sarà sconfitto, adesso non posso spostarmi»
«Lo so, sei la mia gioia. Stai attenta però!»
«Anche tu, mamma»
Si sentì rincuorata da quella telefonata, probabilmente l’unica cosa di cui avesse davvero bisogno in quel momento.

Riaprì gli occhi e, infreddolita, afferrò l’accappatoio.

V – Shum Davar

Standard

otisscalemobiliSi svegliò come dopo una brutta sbornia: annebbiato e intontito. Gli occhi sbarrati erano accecati da tutte le luci al neon che riempivano il campo visivo. Con un movimento della testa provò a riaversi e a scrollarsi via quella sensazione opprimente, quasi inutilmente.
Si alzò e con estrema lentezza cominciò a prendere contatto con l’ambiente circostante: vuoto, quell’enorme centro commerciale era stato come abbandonato nell’orario di punta. Eppure i negozi erano aperti, le offerte del giorno lampeggiavano su maxi-schermi e una musica ripetitiva, che sembrava uscita dagli anni Ottanta, copriva tutto il silenzio beffardo di quella situazione.

Non aveva idea di come fosse arrivato lì e, soprattutto, perché fosse ancora lì. Ricordava che sul telefonino era comparso l’allarme di un virus e poi niente più. Pensava di essere corso a fare provviste per la catastrofe imminente, come la propagandavano tutti i media, ma non ne aveva memoria. Forse ci aveva bevuto su senza moderazione ed era crollato: eppure il tavolino della gelateria dove si era svegliato non assomigliava al solito bar di quartiere dove passava molto -forse troppo- tempo. C’erano alcuni carrelli in giro, diversi rovesciati, ma una calma irreale avvolgeva quel luogo solitamente crocevia di un continuo viavai di persone.

Avanzando in modo stralunato trovò il grande spazio bar del centro tutto per lui e ritenne di poterne approfittare. Dietro al bancone, la macchina del caffè ancora calda segnalava che qualcuno era stato lì poche ore prima: si preparò un caffè lungo, un toccasana per rimettere ordine nei suoi pensieri. Mentre sorseggiava la bevanda calda diede un’occhiata ai televisori che solitamente intrattenevano i visitatori: il primo stava mandando in onda la replica di una partita di calcio, il secondo uno speciale giornalistico sul virus e sulla paura del contagio. L’ultimo era sintonizzato su di un reality show in cui vecchie glorie dello spettacolo convivevano forzatamente, litigando per la maggior parte del tempo; era in corso uno scontro tra un attore decaduto e una starlette invecchiata male, ma i dialoghi non erano udibili, a causa di quella musichetta sdolcinata che usciva in filo-diffusione. “Sembrano gli A-Ha” esclamò ad alta voce, convinto di avere scoperto quale malvagità pop gli stesse fracassando i timpani.

Passò in rassegna la lunga serie di casse del supermercato, mute: nessuna gelida scarica di bip elettronici, i nastri trasportatori fermi, i rotoli degli scontrini intonsi, spariti i dialoghi monocorde tra cassiere e clienti. Il concerto del libero mercato e la sua orchestra finalmente afoni. Alla gastronomia che dava sul “viale” del centro notò tanti prodotti invitanti, senza più nessun famelico acquirente. Pizze, patatine, fritti, panini e tanto altro cibo che –più del solito- sarebbe stato da buttare entro poche ore. Gli scappò una risata nel vedere che era rimasto vuoto anche lo spazio orientale, dove un figurante dagli occhi a mandorla confezionava tutto il giorno Sushi e altre leccornie. “Eppure io pensavo vivesse nel retro e non lo facessero mai uscire” pensò divertito tra sé e sé.

Le scale mobili continuavano il loro infinito movimento meccanico con i gradini che salivano verso l’alto, per poi tornare di nuovo giù; quel silenzioso Sisifo metallico gli sembrò disoccupato, ora che non vi era più nessuno da portare alla galleria di negozi. Si appoggiò al corrimano di gomma insolitamente lucido e in pochi secondi raggiunse il secondo piano.  Anche qui non v’era traccia di anima viva, tranne per quell’insistente musica che continuava a ripetersi in loop. Passeggiò solitario tra le vetrine, ormai unico visitatore di quella cattedrale della religione consumista. Ogni negozio adesso gli sembrava una cappella votiva, uno spazio dove i fedeli prima o poi sarebbero tornati a chiedere un miracolo di celebrità, portandosi poi a casa amuleti e talismani sotto forma di prodotti acquistati. Le vecchie fedi soppiantate dal mercato lasciavano emergere segni come reminiscenze: c’erano la mela addentata da Eva e le immagini sante di corpi di modelle che grondavano divinità da ogni vetrina. Lui come fedele non era granché perché non andava oltre la spesa settimanale e si comprava una camicia nuova solo quando una delle precedenti era ormai logora. “Se si ammiravano le rovine di Tebe, la porta di Babilonia e altre meraviglie dell’antichità, forse un giorno qualcuno avrebbe trovato la bellezza anche in quel complesso di vetro, plastica e cemento armato?” Sbuffò e passò oltre.
Finalmente riconobbe la canzone e capì che non si trattava di un pezzo degli anni Ottanta, bensì “Blinding lights” dei The Weeknd, l’ennesimo brano che scimmiottava il suono di quella decade. La si sentiva ovunque: in radio, negli spot televisivi e pure al supermercato. Quella musica sintetica rimandava ad un’epoca spensierata, carica di edonismo e drogata di benessere, e riproporla significava esorcizzare continuamente il presente.
Trovò il centro di controllo dell’intera struttura: si sedette sulla poltrona girevole abbandonata dall’operatore. Per prima cosa staccò la corrente alle porte girevoli e alle scale mobili; poi procedette spegnendo tutte le luci, lasciando filtrare ampi raggi di sole dal soffitto di vetro. Infine premette Stop sul lettore multimediale che da ore, o forse mesi, mandava la stessa canzone.
E fu silenzio.

ECCOCI: A TRENT’ANNI DALLA BOLOGNINA

Standard

 

“Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista / Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista”.

L’ultimo grido disperato di Berlinguer –simbolo di un tempo ormai passato- sostituì la lotta di claEccocisse con un moralismo di sinistra, preannunciando la fine: conosceva la corruzione del sistema politico italiano e ancora di più aveva sotto gli occhi la trasformazione del suo partito in un immenso blocco di potere. Nelle alte sfere del partito già da anni si dibatteva sull’opportunità di “andare oltre” il Pci, sempre più incalzato dall’onda lunga del Psi di Craxi. In questo quadro, l’eurocomunismo, la “diversità” italiana e l’allontanamento dai Paesi dell’Est erano tutte formule retoriche per conservare capre, cavoli e consenso.
Al primo colpo di piccone sul Muro di Berlino, “l’Unità” diretta da Massimo D’Alema era già pronta a titolare in favore della libertà e del “giorno più bello per l’Europa”.  Il 12 novembre il segretario del Pci Achille Occhetto, durante la commemorazione per l’eroica battaglia partigiana di Porta Lame a Bologna, dichiarò di «non voler continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze del progresso»; tra le righe si leggevano nitidamente il cambio del nome, di simbolo, di teoria politica, l’avvicinamento al Psi di Craxi. Nove milioni e seicentomila elettori, e un milione e quattrocentomila iscritti al partito vennero traumatizzati dall’annuncio del “Papa rosso” che dichiarava finita la religione in cui avevano creduto per decenni e rivelava la riorganizzazione della “chiesa”.
All’epoca il Pci era ormai il più grande partito socialdemocratico dell’occidente, ma con un corpo vivo ancora profondamente “comunista” per storia, rituali, identità e, non da ultimo, il simbolo. Il “largo ai giovani” aveva portato al potere splendidi quarantenni come Veltroni, Bersani, Caldarola, Fassino e tanti altri che sarebbero stati gli spietati liquidatori della storia del partito stesso.

LA VERGOGNA

“I trafficanti di saponette  / Mettevano pancia verso est  / Chi si convertiva nel novanta  / Ne era dispensato nel novantuno”.

Il lungo dramma terminò il 3 febbraio del 1991 al congresso di Rimini (quello dello scioglimento del Pci) dopo lunghi mesi di dibattiti, sezione per sezione, in cui il trauma collettivo si espresse in modo lacerante. Iscritti con alle spalle vite da “rivoluzionari di professione” non presero più nessuna tessera, si spaccarono famiglie, amicizie, l’idea stessa di una comunità intera andava sbriciolandosi da

Nord a Sud e il nuovo partito lasciava la sua organizzazione pesante e radicata in favore di una più leggera, ricalcando le svolte del Psi nel decennio precedente.
Sentivano ancora di essere tutti intimamente “comunisti”, ma trascinati verso la liberal-democrazia, dalla vittoria di Pirro del capitalismo, fino all’abiura del marxismo da parte degli “infallibili” dirigenti politici, da sempre custodi della “linea giusta”. Ampi settori intellettuali della sinistra, così come tutto il resto dell’arco parlamentare, iniziarono una campagna di demonizzazione della storia stessa dei comunisti in Italia. Milioni di persone, fino al giorno prima fiere del “veniamo da lontano e andiamo lontano” avvertirono il peso della vergogna per avere creduto e portato avanti l’ideale comunista, pervasi da un sentimento di imbarazzo e umiliazione. L’unico rifugio sicuro rimaneva la grande chiesa del “Partito Democratico della Sinistra”: il fuoco era spento, ma solo lì si potevano adorare le ceneri del vecchio Pci.
Dagli anni Novanta, socialismo e riformismo divennero sinonimo di adesione alla nuova religione del mercato neoliberista: il “popolo della sinistra” trangugiò una lunga stagione di privatizzazioni, tagli ai diritti dei lavoratori e guerra che ne alterò lentamente le percezioni; nonostante svolte epocali e scelte politiche terrificanti la destra li continuò a chiamare i “comunisti” e loro stessi continuarono a percepirsi come tali, o quantomeno gli eredi di quella storia.

RICORDI E PENSIERI INTRUSIVI

“I vecc i an tachee / a recurder i teimp andee / i de d’la resistenza / quand’i eren partigian / a’n so brisa s’le cuntee / ma a la fine a s’am catee / in sema al treno c’as purteva / ai funerel ed Berlinguer”.

La nascita del Partito Democratico fu l’atto finale di allontanamento dall’eredità del Pci, di cui però continuava a mantenere il bacino elettorale tradizionale e i resti della struttura organizzativa. Non furono i post-comunisti dei Democratici di Sinistra a inglobare gli eterni democristiani della Margherita, bensì il contrario. Intanto il partito si spostò sempre più a destra arrivando -con Renzi- a raggiungere vette di spregiudicatezza con il Jobs Act di Poletti, il disprezzo della Costituzione e l’alleanza con Berlusconi. Tuttavia, vedere il “grande partito” di nuovo vincente, sotto la direzione di un segretario che portò il PD al 34% alle elezioni europee (come nel 1984), diede vita ad una dispercezione che colpì sia vecchi militanti Pci che giovani cresciuti nel vuoto ideale della Seconda Repubblica.
Negli anni sono stati somministrati anche farmaci specifici per contenere il mugugnare e il rimuginare di elettori più o meno scettici sul continuo spostamento culturale e politico a destra: le agiografie sul “santino” Berlinguer, il ritorno alle “Feste dell’Unità” (senza più il quotidiano) e il rinforzo positivo di ricordi nostalgici delle grandi masse che grigliavano salsicce e riempivano le piazze di comizi. Il tutto edulcorato all’estremo con la rimozione di tutto ciò che, dalla Resistenza a oggi, era stato conflitto, tensione ideale e progetti di società incarnati dal maggior partito della sinistra italiana.
Anagraficamente, questo trauma colpisce i nati dal 1930 al 1970, ovvero chi aveva già diverse primavere sulle spalle o si affacciava all’età adulta sul finire degli anni Ottanta. A loro e ai loro figli, sembra ancora oggi impossibile superare – specialmente nelle urne- l’idea che il Pci sia morto e sepolto e che tutto il suo lascito si sia trasformato nel suo contrario. Allo stesso modo, tutte le sigle politiche di sinistra “derivate” o direttamente imparentate con quella storia non sono state minimamente capace di rinverdirne i fasti nè di ricostruire una sinistra forte.
Chiariamoci, nella sua lunga storia il Partito Comunista Italiano non è mai stato granitico, ma in continua evoluzione: quella che sembrava sempre uguale era l’idea di essere i depositari della verità, i compagni di una grande comunità e l’unica grande chiesa, quella “che va da Che Guevara a Madre Teresa” (sic). E questi concetti base, seppur blandi, sono stati per anni l’esoscheletro su ci si è sviluppata la mutazione genetica Pci-Pds-Ds-Pd.

VULNERABILITÀ E SFIDUCIA

“…Emilia di notti, dissolversi stupide sparire una ad una / Impotenti in un posto nuovo dell’Arci / Emilia di notti agitate per riempire la vita / Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire”.

Pochi giorni fa, il segretario del Pd Zingaretti ha annunciato di essere pronto a cambiare nome, simbolo e linea politica al partito: una nuova Bolognina, ugualmente calata su iscritti e militanti e ancora più sconclusionata di trent’anni fa; detto questo, non ci vuole un nuovo nome per inglobare il movimento delle “Sardine” e i resti di Sinistra Italiana. Zingaretti si è espresso a ridosso della grande sfida elettorale in Emilia-Romagna e non è un caso: qui il Partito si è fatto Stato, garantendo per decenni un avanzamento sociale capace di redistribuire ricchezza e partecipazione ad ampi strati della popolazione. Mai come oggi quel mondo non esiste più.
Il Presidente Bonaccini è orgoglioso di non avere niente a che fare con quella storia immensa, anzi, rivendica con vigore di avere imbarcato esponenti di centrodestra, industriali e imprenditori al grido inquietante di “amministrare bene non è di destra né di sinistra”, con buona pace del Pci di Gino “Zalèt” Gatta di Ravenna, Giuseppe “Ducati” Dozza di Bologna o Germano “Dièvel” Nicolini di Correggio. L’alto tasso di sfruttamento che va dai magazzini della logistica di Modena e Piacenza agli schiavi del turismo in Romagna ci dice che qualcosa è tramontato. Le mitiche cooperative, che da strumento di emancipazione sono diventate centri di potere politico-economico, mettono la firma sul nuovo corso in cui la ricchezza diventa un affare per pochi e l’uguaglianza un vecchio ricordo, una targa sbiadita per qualche Arci di periferia.
È evidente che dove si lotta aspramente per il lavoro, vedi la vertenza Italpizza a Modena, la “sinistra responsabile e coraggiosa” sta dalla parte dell’industriale o lo candida in lista, vedi Fagioli della logistica Snatt, in lista con Bonaccini. Se lo scontro è dunque tutto interno al liberismo, tra la conservazione di un sistema di potere economico che esclude sempre più persone e un’alternativa uguale, solo più gradassa e reazionaria incarnata dalla Borgonzoni, serve uscire da questo vicolo cieco. Quasi trent’anni di vuoti appelli a “votare contro le destre”, scegliendo sempre e per sempre “il male minore”, hanno portato ad una cronicizzazione della malattia.

LA CURA

Inutile ripeterlo, il Partito Comunista Italiano con la sua immensa storia quarantennale è finito e, anche la sua eredità, in trent’anni è stata completamente scialacquata da chi ne è entrato in possesso. Superare questo trauma significa innanzitutto spiegarsene la ragione senza più affidarsi alla nostalgia o a furbi contrabbandieri di emozioni elettorali.
Ricordare per intero la storia della sinistra italiana, senza agiografie o paura di (ri)conoscerne anche le vicende più ruvide, significa prendere coscienza di ciò che è stato, seguirne le tappe per intero e scoprire che i ricordi sono stati tutti alterati da quel trauma e da chi ci ha ricamato sopra. La Resistenza popolare, armata e determinata a rovesciare il fascismo e il capitalismo che l’aveva mandato al potere. La durezza del dopoguerra con braccianti e operai impegnati a ricostruire l’Italia schivando bastonate e pallottole di polizia, agrari e industriali mentre rivendicavano pane e libertà. Gli anni Settanta della tensione, delle stragi di Stato con i neofascisti come manovalanza per stroncare le rivendicazioni delle masse; un’epoca in cui quel partito prendeva una china sempre più “istituzionale” e nascevano nuove sinistre con le quali il dialogo sarebbe sempre stato dolorosamente conflittuale. Gli anni Ottanta del declino, di un vertice sempre più scollegato dalla base che si fa aristocrazia burocratica e si presenta al volgere del decennio pronto a cambiare bandiera. Ricordare eroi dimenticati come Pietro Secchia, Giuseppe Di Vittorio e Teresa Noce, e ripartire dal Berlinguer ragazzo che giocava a Poker nelle osterie di Sassari e che nei primi anni Cinquanta guidava la gioventù stalinista mondiale.
Da lì, liberati da un peso opprimente tornare a sfidare il futuro, impegnandosi e riprendendo tutto ciò che di buono è stato per iniziare a costruire una nuova storia. Il presente è tornato ad essere brutalmente macchiato da diseguaglianze, guerra, razzismo e sfruttamento: c’è molta, troppa sinistra ancora traumatizzata o –peggio- che cavalca questo disagio per dire che servono “pace sociale”, che “siamo tutti sulla stessa barca” o che ci bastano manciate di diritti civili. No, davvero, gli interessi di un giovane rider non sono quelli dell’azionista di una multinazionale, quelli di un facchino indiano non sono quelli di un ricco dirigente di cooperativa (ossimoro) e quelli di una infermiera a partita iva non coincidono minimamente con quelli di un manager della salute privata. Un operaio che non arriva alla fine del mese con due lavori e una giovane stagista cos’hanno in comune con un industriale e un banchiere?
“Eccoci” titolava l’Unità tenuta in mano da Enrico Berlinguer in una celebre foto d’epoca: i disoccupati, gli sfruttati, i giovani incatenati a bandi e stage, i senza casa e chi è costretto ad emigrare per trovare un lavoro devono solo riconoscersi, sapere di essere orgogliosamente di parte, partigiani e potenzialmente un partito e, senza più traumi o pesantezze, scegliersi la propria bandiera per andarsi a riprendere tutto il maltolto.

ANCHE LA STASI AVEVA UN CUORE

Standard

8-bit socialism

A trent’anni esatti dal crollo del Muro di Berlino, è ora di fare i conti con una storia politica tutt’altro che conclusa e dire le cose come stanno. Si dice che “una sconfitta non rende ingiusta una causa” e, a vedere come vanno le cose, probabilmente quel Muro proteggeva anche noi.  Avvertenza: quanto segue non è adatto a chi si beve  le “biografie del comunismo” di Paolo Mieli o si strugge per le “anime prigioniere” di Ezio Mauro, e ai liberali a mano armata che da anni raccontano sempre le stesse banalità.

Per la storia dei vincitori c’era questo popolo tedesco dell’Est che manifestava per avere più democrazia, in una fase di crisi economica e di consenso per le autorità della Repubblica Democratica Tedesca. Vivevano in un Paese grigio, tetro e liberticida, e sognavano il benessere dell’occidente. Una sera di novembre si aprì una breccia (prima diplomatica e poi fisica) nel Muro e, al grido di “Wir sind EIN Volk” (noi siamo UN popolo), poterono conoscere i fratelli dell’Ovest. Scoprirono la libertà occidentale, le banane, i jeans, i locali a luci rosse e gli vennero addirittura regalati Marchi occidentali (il “Begrüßungsgeld”) per abbandonare il comunismo e abbracciare il consumismo. Da lì in poi iniziava una nuova era di fratellanza, di benessere e di pace per la Germania unita e l’Europa unita; il “migliore dei mondi possibili” prodotto dalla globalizzazione neoliberista.  A mettere la firma su questa bella favola ci furono gli Scorpions con la canzone più brutta di sempre e un politologo mattacchione che annunciò la “fine della storia”.

«Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due»

C’era invece un esperimento socialista in occidente, la Repubblica

Democratica Tedesca, che dopo anni di ricostruzione e ripresa era entrata in una fase di crisi economica e istituzionale. I cittadini protestavano al grido di “Wir sind DAS Volk” (noi siamo IL Popolo) per chiedere riforme ed elezioni ma senza mettere in discussione le conquiste sociali della Ddr. L’apertura della frontiera con l’Ovest significò l’inizio di un sogno: gustarono le banane “proibite” in Germania Est, salvo il fatto che dopo pochi giorni i “cugini” tedesco-occidentali iniziarono a tirargliele dietro vedendoli come pezzenti scrocconi. Le banche intanto continuavano a regalare “somme di benvenuto” ai nuovi arrivati per assuefarli al capitalismo e alle sue luci scintillanti. Dopo poco tempo il sogno finì e si accorsero che con la “libertà” del capitalismo non si riempie il carrello della spesa e non si arriva a fine mese: attraverso il Muro non passò la libertà, bensì la libertà delle merci. L’aquila imperiale della Germania Federale era sempre la stessa di prima ed era pronta a straziare una nazione in bancarotta politica e finanziaria.

«…chi disfà un muro è morso da una serpe»
(“La Sacra Bibbia”, dal libro di Qoèlet)

Quella che “intellettuali”, politici e pecoroni hanno chiamato e continuano a chiamare “riunificazione” fu legalmente un Anschluss (una annessione) dei territori della Ddr da parte della Germania Ovest con tutto quello che ne conseguì. Vincoli monetari, privatizzazioni e distruzione delle ricchezze di stato: Wolfgang Schäuble fu protagonista nelle prove generali di quello che la Germania avrebbe poi fatto alla Grecia venticinque anni dopo. Con il nuovo corso economico e lo sproporzionato cambio tra i due Marchi, risparmiatori e creditori lucrarono all’inverosimile, e le imprese andarono in fallimento. Nel 1990 l’invenzione della Treuhand, un istituto fiduciario che gestiva tutto il patrimonio di Stato della Ddr per privatizzarlo, mostrò al mondo la faccia più brutale del capitalismo: migliaia di imprese, esercizi commerciali e miliardi di metri quadrati di terreni, foreste e immobili vennero svenduti entro il 1994. Erano gli anni in cui il governo francese del “socialista” Mitterrand pagò una maxi-tangente da 40 milioni di euro per l’acquisizione del complesso chimico Leuna da parte della Elf Aquitaine, di cui 15 alla Cdu per la campagna elettorale di Kohl. Tre milioni di lavoratori si trasformarono in disoccupati, mentre dirigenti, medici, insegnanti e impiegati statali dell’Ovest presero il posto dei colleghi dell’Est; gli affitti delle case crebbero a livelli insostenibili. Già nella primavera del 1990 a Lipsia, Berlino e Dresda migliaia di lavoratori manifestavano per il malcontento degli effetti della “cura” occidentale sulle loro vite. Il 12 maggio oltre 20.000 persone manifestarono a Francorte sul Meno al grido di “Nie wieder Deutschland!” (mai più Germania!) contro il rinato nazionalismo tedesco e l’annessione della Ddr: qualcuno aveva capito che “peggio del socialismo reale c’è solo la sua brutale abolizione”; proteste che sarebbero durate fino all’aprile del 1991. Un pezzo di storia completamente rimosso, come le rivolte popolari di Mosca del 3-4 ottobre 1993 schiacciate dai golpisti di Eltsin.

«Dov’eri quando Sparwasser segnò?»

È la frase che accomuna tanti orientali, in riferimento
all’incontro tra le due nazionali tedesche ai mondiali del 1974 vinto dalla squadra della Ddr. Il 22 giugno per dirla con le parole di Gunther Grass: “Jurgen Sparwasser accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Hottges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete”. Quel goal diventò il simbolo della vittoria e dell’orgoglio della Germania comunista. Ma cos’era davvero la Repubblica Democratica Tedesca? Inizialmente fu la risposta alla provocazione di americani, inglesi e francesi che stabilirono la nascita della Repubblica Federale Tedesca (23 maggio 1949) sotto l’egida della neonata NATO (4 aprile 1949) che portò in fretta ad un rilancio dell’economia della nazione. il 7 ottobre nacque la Germania Est: sulle macerie lasciate dalla follia criminale del fascismo tedesco, un popolo riuscì a “risorgere dalle rovine” contando sulla propria forza e sull’aiuto dell’Unione Sovietica. Era un paradiso? No, era il tentativo terreno di provare a costruire una alternativa di stampo socialista alla brutalità e alle diseguaglianze del capitalismo. Lo “Stato degli operai e dei contadini”, all’avanguardia dal punto di vista industriale, garantiva sanità pubblica, sicurezza sociale, diritto alla casa, costo della vita basso, la disoccupazione praticamente vietata per Costituzione e una educazione incentrata sulla solidarietà e il rifiuto dell’individualismo; a pensarci bene oggi tutto questo sembra impensabile per un precario o una giovane coppia cresciuta dopo il crollo del Muro e una bestemmia per qualsiasi esponente della sinistra liberal. Già nel 1957, inoltre, l’omosessualità ha smesso di essere un reato (anche se ci sarebbe voluto molto tempo per renderlo senso comune), mentre in Italia… .

69563034_604731923385082_4301847051924144128_n

“Infelicità e grigiore”

Le foto di una casa operaia degli anni Settanta di Dresda non mostrano nulla di diverso (o mancante) da un appartamento di qualche quartiere proletario delle nostre città dell’epoca. In giro c’erano i colori, le risate, i giochi d’estate e anche la musica: cinque anni fa ne ho scritto in “A Berlino che giorno Est?” e c’è poco da aggiungere, come ad esempio l’alta efficienza del Musica Action Bass 35 capace di competere con l’originale Precision-Bass della Fender. La moda? presente anche quella con gusto e stile, rigorosamente socialista, ma non così distante dal mondo occidentale. Le modelle posavano fiere in fabbrica e non ammiccanti su spiagge esotiche o in contesti di lusso. E non ci fu solo Sparwasser: la Germania Est seppe primeggiare per anni nello sport nonostante fosse uno Stato di soli 15 milioni di abitanti.
Il tutto alla faccia del “grigiore” ossessivamente ripetuto.

Lo Scudo e la Spada di Lichtenberg

Com’era quella canzone di Gaber che recitava “troppa libertà, bisogna che glielo dica al

stasi 3

“Immer Bereit!”

dottore, mi fa venir voglia di un dittatore”? La Stasi (Ministerium für Staatssicherheit) era la grande e impenetrabile organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est. “Terrificante”, “diabolica”, “perversa”, tanti sono gli aggettivi spesi per demonizzare l’organizzazione čekista superiore anche alla Cia e al Kgb. Fin dal 1946 la Germania era territorio conteso ed è sempre stata il centro di interessi spionistici mondiali, in una guerra fredda celebrata da centinaia di romanzi e film. Proteggere lo Stato e i cittadini della Repubblica da controrivoluzionari, spie o possibili elementi sovversivi non era prerogativa della sola Stasi, bensì quella di qualsiasi servizio segreto; solo che i tedeschi dell’Est lo facevano in un modo metodico, pervasivo e dannatamente efficiente.
L’idea di una affinità tra un sistema considerato “democratico” come la National Security Agency (Nsa) e la Stasi non l’ho proposto io, ma Angela Merkel, cancelliera tedesca ed ex militante della Fdj (la Libera Gioventù Tedesco-orientale). Un paragone calzante perché se la Stasi avesse avuto accesso alla tecnologia orwelliana dei nostri giorni, il Muro non sarebbe mai caduto; eppure si fermò a una spia ogni 59 abitanti e un numero massimo di 90.000 effettivi . Oggi siamo “liberi” di esssere sempre “sorvegliati” nelle nostre abitudini di acquisto, scelte televisive e completamente sul web. Siamo osservati da sistemi di videosorveglianza invasivi e capillari nelle città, e registrati quando parliamo al telefono. Nelle nostre tasche (o borsette) ci portiamo dietro giocattoli elettronici che contengono decine di “agenti” pronti a spiare, controllare, scandagliare e addirittura “indirizzare” le nostre vite. Non per un’ideale di uguaglianza, non in nome del socialismo, ma per conto dello Stato e di un numero imprecisato di multinazionali pronte a tutto per il profitto.

Goodbye Welcome Back, Lenin

berlino89

11.11.89: l’Unità di Massimo D’Alema in prima fila per salire coi traditori sul carro vincente

Con il crollo del Muro vennero giù anche la pace e tutte le conquiste sociali  ottenute in Europa con decenni di lotte per una società più giusta, anche grazie alla presenza “pesante” del blocco socialista. Nella domenica delle salme, il vento dell’Ovest portò il gelo neoliberista: in Italia la classe dirigente dei “comunisti” formatisi negli anni Settanta si convertì in fretta, sfornando i peggiori privatizzatori e massacratori dei diritti dei lavoratori. In trent’anni sono scomparse tutele, dignità, la coscienza e la memoria stessa della classe lavoratrice. Poche ore dopo l’Ottantanove, si preparava già la carneficina della dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, come apripista per tutte le guerre (specie quelle “umanitarie”) che ancora oggi insanguinano il pianeta. Nessuna nostalgia, ma non intendo dimenticare il tentativo di costruire uno stato socialista nella Germania uscita in ginocchio dalla guerra; specialmente oggi che i territori della ex-Ddr sono devastati da disoccupazione, disagio sociale e spopolamento, un vuoto che l’estrema destra di Alternative für Deutschland è pronta a colmare.
La violenza del capitalismo nelle sue varie forme si dispiega con sempre maggiore

Lenin turns, he shoots, he scores again!

forza schiacciando classi intere di persone, milioni di donne e uomini e il pianeta stesso: nazionalismi e fascismi si confrontano con progetti (eco)socialisti che trovano sempre più consenso negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in America Latina. Le rivolte contro le diseguaglianze e la devastazione ambientale scuotono mezzo mondo alla ricerca di un sistema politico, culturale ed economico alternativo.
Alla faccia di chi pensava che “la storia fosse finita”.

Es lebe.

“E ricordiamoglielo al mondo chi eravamo e che potremmo ritornare
(Tiziano “Lenin” Ferro ).

LA VICENDA PROGEST A MANTOVA: DA FARSA A TRAGEDIA

Standard

 

Negli ultimi giorni, la vicenda Pro-Gest è passata dalla farsa alla tragedia. Sembra ieri quando l’imprenditore comprava un inceneritore con una cartiera intorno e la politica locale, gongolando, lo difendeva dalle preoccupazioni di molti cittadini e medici: il problema ambientale e la questione occupazionale venivano derise ed etichettate come “fantasie”.

Le amministrazioni hanno lasciato carta bianca a Pro-Gest, arrivando anche a ritirare i ricorsi al Tar per l’AIA del 2016, grazie alla promessa di dimezzamento della produzione. Cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abusi edilizi, ammassi di cartaccia, l’avvio della produzione senza autorizzazione, indagini della Procura per inquinamento, lavoro precario e, manco a dirlo, la richiesta del raddoppio produttivo.

Chiariamoci: se la Cartiera è attualmente ferma, la responsabilità non è delle leggi, né dei cittadini “brutti, cattivi e ambientalisti”, ma unicamente dell’imprenditore; se Zago avesse prestato maggiore attenzione alla materia prima che acquistava (dai sui famigliari) e alle opere che realizzava, piuttosto che perdere tempo ad attaccare i cittadini, la Gazzetta di Mantova e i comitati, forse si sarebbe accorto che stava violando diverse norme ambientali.

Oggi siamo arrivati ad un inedito tutti contro tutti: per la Sovrintendenza il problema discriminante è “l’altezza dei camini” e per Ats le prescrizioni delle Belle Arti potrebbero portare ad una riduzione della diluizione delle polveri. Il Comune di Mantova, in pochi mesi, è passato dall’elogiare la “cartiera eco-compatibile” ad una linea della fermezza fuori tempo massimo (o forse giusto in tempo per le elezioni…).

Il peccato originale sta però a monte della vicenda: la politica locale avrebbe dovuto costruire e impostare i limiti e le soluzioni per questo nuovo insediamento produttivo eliminando fin dal principio qualsiasi ipotesi per l’inceneritore e per nuove fonti di inquinamento, coinvolgendo in questo percorso l’imprenditore e i cittadini. Questo avrebbe significato svolgere il proprio ruolo di direzione e pianificazione dello sviluppo sostenibile dell’economia e molto probabilmente ci avrebbe risparmiato questo teatro dell’assurdo.

Il futuro ci mette davanti alla sfida ambientale e impone di coniugare lavoro e salute: la ricerca di nuovi investimenti industriali su Mantova deve essere rigorosamente basata su criteri di sostenibilità economica ed ambientale. Le possibilità sono molteplici, ma serve la volontà politica di creare il cambiamento.

(Lettera pubblicata dalla Gazzetta di Mantova)