Per Giulio, ad un anno dalla sua scomparsa

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giulioGiulio Pellegrino ci ha lasciati un anno fa, in piena estate, in silenzio. Divorato da un male incurabile che lo ha strappato alla vita in poco più di un mese. Quando in redazione arrivò la mail del necrologio, subito non credetti a quanto stavo leggendo e rimasi impietrito. Era morto Giulio, il primo compagno che avevo conosciuto in piazza avvicinandomi alla politica, il nonno che non avevo avuto (portato via anche lui in fretta dalla malattia) e l’ultimo comunista non pentito di Mantova
Gli ultimi anni per lui erano stati dolorosi: si era allontanato dalla politica attiva schifato da cos’era diventata quella sinistra per cui aveva combattuto tutta una vita. Andavo a trovarlo saltuariamente e, con una cara compagna che si stava laureando, lo intervistai più volte per una tesi di laurea sulla sua vita. Avendolo conosciuto anche fuori dalle sezioni e leggendo il lavoro di Nicole, è possibile tratteggiare un Giulio complessivo, diverso dalla facile caricatura militante e ancora più immenso nella sua umiltà di comunista e di uomo.

Era un comunista, sì, che a definirlo oggi bisogna tirare fuori un machete e farsi largo in una giungla di piante velenose di traditori, riformisti, ricchi parolai e yesmen vomitati fuori dalla Bolognina che ne offuscano il significato. Giulio era un figlio del popolo, un lavoratore umile che ha sbarcato il lunario per tutta la vita, uno che dal Partito non volle né ottenne mai nulla; uno che rimase fedele tutta la vita ad un’idea, “quell’idea che ti senti dentro, nel profondo” diceva lui, perché il socialismo, il riscatto dei poveri e degli sfruttati non si cancellano con un congresso o con un pessimo risultato elettorale.
Nell’autunno del 1943 disse veramente “ehi tu stronzo in divisa” ad una guardia fascista venendo poi picchiato e trascinato sanguinante per tutta via Corrado? Non lo sappiamo, forse andò diversamente anche in base alle varie versioni con cui ce lo raccontava. È invece assodato che un mese prima di scoprire il male che l’avrebbe portato via, all’Arci Salardi litigò ancora una volta con un noto dirigente democratico locale, uno di quelli che il comunismo gli aveva fatto veramente comodo alla carriera e, una volta per tutte, lo incollò al muro. Un episodio che traccia un confine molto netto tra chi furono i comunisti e chi furono certi burocrati comunisti: la conferma che anche il muro di Berlino cadde per colpa di quanti avevano messo le mani su un’idea di riscatto e l’avevano successivamente presa in ostaggio togliendola a milioni di donne e di uomini.

Un ricordo molto intimo è quello del mio primo sciopero generale in un gelido novembre mantovano quando mi avvicinai al camioncino di Rifondazione Comunista e lui mi incoraggiò a prendere una bandiera da sventolare. Ringraziai e mi indicò, con le dita avvolte nei guanti, il bavero della sua giacchetta: campeggiava una spilletta di Lenin che lui definiva “suo padre”. La mia storia, in fondo, è simile a quella di tanti che oggi hanno tra i trenta e i cinquant’anni, e che hanno vissuto una esperienza in rifondazione negli anni duemila.

Più di quarant’anni nel Partito Comunista Italiano sempre fedele alla linea così come aveva imparato, giovanissimo, in tempo di guerra. Borbottando aveva mandato giù l’amnistia Togliatti che rimetteva in giro i fascisti, si era convinto della necessità di rinunciare alla rivoluzione comunista dopo il luglio del 1948 e via così, fino agli anni ottanta e al solco eurocomunista di Berlinguer che, piaccia o non piaccia, con il potere ai giovani (D’Alema, Veltroni, Occhetto etc.), aprì la strada alla dissoluzione di un capitale militante, ideale, culturale e politico lungo un secolo, ma bruciato vivo in meno di trent’anni.
Lui che era ortodosso, lui che aveva avversato i sessantottini e ancora di più gli untorelli del settantasette, aveva riscoperto la passione militante in Rifondazione Comunista dove credeva di poter ricostruire quella forza politica alla quale fu iscritto per decenni. Nel periodo del dopo Genova, si trovava entusiasta a discutere, ragionare e condividere momenti preziosi con una nuova generazione che proveniva politicamente dal nuovo movimento. Cercava di dare preziosi consigli dall’alto della sua esperienza di militante: alcune delle sue massime venivano però viste come vetero dai giovani e dai dirigenti (tra i primi a liquidarne la figura di impegno). Eppure lui era sempre lì con il pacco di volantini per distribuirli davanti alle fabbriche, alle feste preparava il fritto di pesce e non si perdeva una manifestazione operaia o studentesca che fosse una. Presenza fissa nel consiglio comunale sempre più deserto per ascoltare, capire e sostenere i propri rappresentanti.

Ci sono vie e piazze dedicate agli eroi e ai grandi nomi che hanno dato lustro ad un ideale, e ci sono mausolei per partigiani e soldati caduti per assicurare la pace e un nuovo ordine sociale fondato sull’uguaglianza. Per Giulio non c’è niente, nemmeno una tomba su cui portare un fiore: cosa importa al mondo di oggi di un uomo generoso, un autentico comunista che ha vissuto una vita umile e intensa, morto di malattia a quasi novant’anni?
“Beh, fa gninte” direbbe lui con il suo tono conciliante che si lascia alle spalle le cattive notizie. “Eh no, caro Giulio” gli vorrei poter dire io,” in quest’epoca la tua vita ed il tuo esempio valgono ancora più di mille acrobazie politiche o tattiche furbette, tesori inestimabili per una società ed una politica che sono diventate marce a partire dalle fondamenta”.

A Giulio, con Onore e affetto.

 

“..Mi ho fnì.
Ho praticamente fnito,
prima’d tüt a g’ho tanti ani.
No? Mi ho fat…
Sesantasinc ani ad militansa. Mia poc!
Come posso io andar fuori, va bene? Cosa dico alla gente?
Che se ti’t parli, par modo’d dir, a lü (
indica un passante) a’v vardé gnanca pü’n facia.
A volte, se trovo dei… (
ride) “compagni”
gli dico “ma posso chiamarvi ancora compagni?” e i’m fa “ooh…” (
imita un gesto di diniego)
I altar… i è mort tüti.
Uno solo, d’amic. Ün sól l’é restà.
Ben.
Dimmi, cosa vorresti sapere?
Ah, quello che c’è in questi libri,
(sul tavolo ci sono i Quaderni di Gramsci, il Manifesto
di Marx ed Engels, uno statuto del PCI datato 1986 e Rivoluzione in occidente
e infantilismo di sinistra di Lenin.)
i è tüti mii, nel senso:
mi son an comünista cömpagn!
Ecco, quand a’t le
śic’li robi chi, t’at diśi
“Giülio l’é cün löri.”