Festa d’aprile

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35729Uno molto preciso diceva che per fare la rivoluzione servono “un cuore ardente, mente fredda e mani pulite”.

Nonostante anni di studi sul tema non so contare quanti cuori ardenti durante la Resistenza hanno rischiato tutto con uno Sten in mano o per nascondere un ricercato dalla Gestapo; non ci sono elenchi precisi di menti fredde che hanno resistito alla paura o alle torture delle SS e dei repubblichini, o ancora di quante donne e quanti uomini sono riusciti a mantenere le mani pulite mentre intorno tutto era follia, sangue, guerra. Eppure c’erano, a decine di migliaia, impegnati nella più dura delle guerre: perché dovevano combattere le canaglie fasciste, i criminali del reich, la paura, la fame, le tortura e soprattutto la pattumiera ideologica che per vent’anni il regime gli aveva messo in testa.

E nonostante le amnesìe della Repubblica, il revisionismo storico pataccaro, le boiate alla Violante e la carta straccia di Pansa, le chiacchiere stanno a zero: il fascismo vecchio è stato una dittatura infame, sostenuta dai poteri forti di questo paese e quello nuovo è un inguardabile update del precedente. Entrambi, mi pare evidente, non si abbattono con le petizioni online. Nessuno deve dunque scusarsi per le schioppettate partigiane, nemmeno per quelle partite per errore e tantomeno con chi, anche indirettamente, sostiene i “bravi ragazzi in camicia nera”. Qui in Germania posizioni apertamente revisioniste, razziste o inneggianti alla guerra tra poveri, vengono isolate quando non criminalizzate, in Italia vanno in prima serata, sfondano il muro delle comparsate televisive e girano con la ruspa, scimmiottando un vago retrogusto squadrista. Il tutto viene servito caldo ad un popolo anestetizzato a cui è facile darla a bere. Per questo, aggiungo, una azione di massa (non un beau geste isolato e velleitario) come una sassaiola dritta contro chi cerca di infettare l’aria di tutti, non solo è giustificabile ma diventa necessaria per iniziare a respingere i barconi dell’odio.

Detto questo, anche settant’anni dopo, la Storia tira sberloni a mano aperta e lo ripete a gran voce che le idee di libertà, uguaglianza e giustizia sociale sono state il motore di un grande sogno collettivo, interrotto proprio sul più bello; dato che siamo nell’epoca del sonno profondo, meglio riprendere a sognare insieme, anche perché chi ha toccato con mano la barbarie del fascismo e insieme a loro i protagonisti della lotta di Liberazione ci sta lasciando inesorabilmente, lasciandoci una importante eredità. Quindi, proprio perché l’antifascismo non è una posa intellettuale o un giocattolo vintage, proprio adesso che siamo nel buio pesto della crisi, quelle idee sono la luce che può indicarci la via giusta.

Viva la #Resistenza,

Viva il #25aprile

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Appunti berlinesi: la tre giorni di Wu Ming

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Lo scorso weekend il collettivo Wu Ming ha fatto tappa a Berlino: tre giornate e tre atti tra letteratura e musica che hanno esplorato il passato, il presente ed il futuro del collettivo bolognese. Una serie di eventi il cui gran finale è stato dedicato alla scoperta dell’officina narrativa di Wu Ming, alla prossima uscita editoriale sulla Prima Guerra Mondiale e ad una anteprima del nuovo reading Schegge di Shrapnel.

 

 

Sabato 11 aprile Wu Ming 2 e Wu ming 5 hanno presentato “54” presso la libreria Mondolibro. Assoziation A ha curato la traduzione e la pubblicazione dell’edizione tedesca del fortunato romanzo storico originariamente uscito nel 2002. Wu Ming 2 ha spiegato com’è nata l’idea di “54”, il contesto storico internazionale dell’anno 1954 che fa da sfondo al libro su cui sono stati costruiti i filoni narrativi e le storie che lo compongono. Nell’acutizzarsi della guerra fredda, compaiono storie di personaggi lontani geograficamente e socialmente, ma destinate ad incrociarsi: Cary Grant, il Maresciallo Tito, ex-partigiani bolognesi, agenti del Kgb e criminali italo-americani appena rimpatriati. A Wu Ming 5 il compito di approfondire la ricostruzione della realtà bolognese dell’epoca, al centro della narrazione più “popolare”: il bar Aurora, le infinite discussioni politiche in una città simbolo del potere del Partito Comunista Italiano e le tendenze culturali del proletariato giovanile dell’epoca; proprio su questo tema il ballo popolare della Filuzzi, praticato da uno dei protagonisti del libro, viene paragonato, per affinità nell’impatto culturale e nelle evoluzioni acrobatiche , allo stile Northern Soul del nord dell’Inghilterra di fine anni Sessanta.

7896_514837885270211_505258853_nDomenica sera è stata la volta del Wu Ming Contingent, sezione musicale del collettivo bolognese. Un concerto arrivato ad un anno esatto dalla pubblicazione del loro primo disco Bioscop, uscito contemporaneamente al romanzo L’armata dei Sonnambuli ambientato al tempo del terrore giacobino: per ironìa della sorte, il live si è tenuto proprio al Marie Antoinette un club ricavato in ex-magazzino con vista sulla Sprea. La band non si è risparmiata e ha regalato un concerto elettrico ad alto impatto emotivo: brani come “Cura Robespierre”, “Socrates” e “La rivoluzione non sarà trasmessa su youtube” sono ormai rodati sul palco ed esprimono una carica espressiva difficile da ritrovare in certa musica militante. Durante la serata sono state presentate anche due nuove canzoni che entreranno nel prossimo album, questa volta dedicato interamente a figure femminili: “Hommage to Violet Gibson” dedicata alla donna che tentò di assassinare Mussolini e “Laila’s Blues” brano dolente, commovente ed intenso in cui viene declamata la storia di Anita Malavasi, partigiana reggiana dal nome di battaglia “Laila”.

Lunedì sera, per l’ultima tappa del tour berlinese, il collettivo Wu Ming ha parlato, cantato e suonato all’interno della Freie Universität Berlin. Introdotti dal Professor Bernhard Huß i Wu Ming hanno spiegato le nuove prospettive ed il loro attuale impegno letterario: da sempre schierati contro ogni tipo di vulgata e di monumento storico, i quattro autori stanno lavorando ad una antologìa di quattro testi frutto di diversi approcci all’utilizzo dei materiali d’archivio. Un progetto incentrato sulla Prima Guerra Mondiale, nell’anno del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, che si propone di indagare i coni d’ombra della storia, moltiplicare i conflitti contro ogni tipo di narrazione pacificata. Saranno storie di diserzioni, insubordinazioni, follìe di guerra e camuffamenti tratti da uno studio approfondito di lettere, testimonianze scritte, orali e materiali audiovisivi.

trench_2729573bSubito dopo, con l’aiuto del resto del Contingent, Wu Ming 2 e Wu Ming 5 hanno presentato in anteprima Schegge di Shrapnel il nuovo progetto musicale del gruppo che accompagna la produzione del nuovo lavoro narrativo. Non un ritorno a Razza Partigiana, ma un lato più oscuro (definizione non casuale, dato che in più di una anticipazione sono stati chiamati in causa i Pink Floyd più sperimentali) rispetto al percorso dell’album Bioscop. Più che la forma canzone, viene privilegiata la forma della suite musicale, come in una rock-opera in cui però non c’è un vero protagonista e i testi emergono da lettere, poesie, racconti; prima ancora dell’arrangiamento musicale, sono appunto queste le schegge di conflitto e le contraddizioni, una specie di granata Shrapnel che deflagra e che, parola dopo parola, le conficca nella carne. E ad aumentare il potenziale “distruttivo” c’è la musica: in mezzo al proto-punk chitarristico, in questo lavoro c’è un forte accento sulla new wave. Sintetizzatore e campionamenti costruiscono atmosfere inquietanti per rendere al meglio la follia della guerra che fuoriesce da ogni angolo della narrazione. Tutta la band porta l’ascoltatore in trincea per sentire e vedere la brutale carneficina, in una galleria di spettri persi tra il sangue ed il fango del conflitto bellico. Parlano quindi persone semplici, lavoratori delle campagne strappati dalla terra per essere buttati in battaglia, giovani soldati che impazziscono e si immaginano di vivere in uno spettacolo di finzione, o ancora ufficiali fanatici e arrivisti che mandano a morire migliaia di uomini in assalti fallimentari. Musicalmente qua e là si sente un’impronta di Manchester (quella dei Joy Division e dei New Order) come nell’apice del reading, in cui si racconta la tregua del  Natale 1914 con i soldati che per un giorno realizzano un “cessate il fuoco dal basso”, fraternizzando e capendo una volta per tutte la follìa della guerra voluta dai ricchi.

Intensità emotiva mescolata a veri e propri brividi che lasciano spazio agli applausi e ad una nuda verità: mentre la società prosegue verso un modello sempre più autoritario, in Italia nuovi nazionalisti sfruttano il centenario della Prima Guerra Mondiale per inneggiare al mito bellico e ad un “eroismo tricolore in trincea”. Politici di ogni specie sembrano già pronti a rimettersi l’elmetto (o meglio farlo mettere al proprio popolo) per andare di nuovo a fare gli interessi di grandi gruppi industriali. Ecco, in questo preciso momento, “granate Shrapnel” come quelle lanciate da Wu Ming sono più che mai necessarie per combattere una guerra culturale e politica da vincere prima che quella degli eserciti ci travolga tutti. Di nuovo.

Appunti Berlinesi: dov’è la mia Potsdamer Platz?

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potsdParto da un presupposto: nessuno finisce a Potsdamer Platz se non perché vuole davvero andarci. Il complesso direzionale, commerciale e residenziale, ai margini del quartiere di Mitte non sembra avere fatto breccia tra i berlinesi ed è solo un’altra tappa turistica segnata su ogni guida della città che celebra in modo bizzarro i fasti di altre epoche.

Conosciuta come il centro pulsante della metropoli degli anni Venti e Trenta, Potsdamer Platz era il crocevia di artisti e uomini d’affari. Tra le case del quartiere e i grand hotel vi erano anche diversi uffici: di giorno si stringevano accordi commerciali mentre alla sera il flusso di persone si spostava nei caffè e nei locali che crearono una scena culturale unica nel suo genere.
Un passato glorioso raso al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Al termine del conflitto la città venne divisa in quattro parti e posta sotto la giurisdizione delle quattro potenze alleate. Per quarant’anni tutta l’area divenne una immensa terra di nessuno, un campo vuoto e incolto di una decina di ettari al confine tra la Repubblica Democratica Tedesca e la Repubblica Federale Tedesca.
Dopo il 1990 ci fu un ampio dibattito su Potsdamer Platz e sulla “nuova Berlino” che stimolò gli appetiti di diversi investitori privati (un appetito che, genericamente, continua ancora oggi). Il governo cittadino rese l’area interamente edificabile e la divise in quattro parti (di nuovo) vendendola a quattro potenze commerciali. La “rinascita” di Potsdamer Platz, non senza critiche, trasformò la ex terra di nessuno nel più grande cantiere d’Europa. Con il contributo di grandi architetti come Renzo Piano, Richard Rogers e Josè Rafael Moneo nei primi anni Duemila fu completato un nuovo centro urbano: grattacieli, alberghi, appartamenti di lusso, centri commerciali, direzionali e affaristici. Stili architettonici diversi e imponenti, ma sicuramente estranei al resto della città, tra cui svetta l’avveniristico Sony Center.
In tutte le guide sulla città si legge che questo quartiere simboleggi la “Nuova Berlino”, ma lo ritengo una valutazione fuorviante. Ci sono due estremi da tenere in considerazione ovvero l’imbarazzo per un “nuovo” reso anche dai laghetti artificiali sotto ai grattacieli che si accompagna al “vecchio”: i resti dell’Hotel Esplanade originali incastonati nel Sony Center e il Weinhaus Huth con il suo stile antico così diverso dal resto dell’area e i menù esposti in almeno dieci lingue diverse. A parte le centinaia di turisti che vi passano del tempo scattando foto, non si può parlare realisticamente di un nuovo “cuore pulsante” per la Berlino riunita. Lo stesso centro commerciale “Arkaden” di Potsdamer Platz naviga in cattive acque; forse anche per questo è stato realizzato il “Mall of Berlin” a duecento metri in linea d’aria.

Sono cresciuto con le immagini di “Il cielo sopra Berlino”. In una scena toccante un anziano chiedeva disperato “dov’è la mia Potsdamer Platz?” passeggiando nella “terra di nessuno”; faceva riferimento al fermento culturale e alla vita commerciale che caratterizzava quest’area negli anni Venti-Trenta. Ogni volta che passo di qui mi chiedo cosa penserebbe quel vecchio, oggi, nel vedere immense sbrodolate di vetro e acciaio, un immenso non-luogo di uffici e centri commerciali senz’anima.

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P.s. il profilo della nuova piazza è stato ripreso e riproposto un po’ alla buona anche dalle nostre parti. In una verde terra di nessuno sono state permesse immense edificazioni per un centro direzionale e commerciale che non è mai realmente decollato; indovinate quale.

Appunti berlinesi: la Stasi in un museo

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stasi 3Il Museo della Stasi è stato ricavato nella palazzina centrale della ex cittadella governativa occupata dagli uffici del Ministero per la Sicurezza dello Stato che dà su Frankfurter Allee nel quartiere di Lichtenberg. Nonostante si trovi a pochi passi dalla stazione della U5 di Magdalenestrasse, la segnaletica per trovarlo è decisamente scarsa, forse anche per il poco “hype” che circonda questo spazio museale. La visita denota come la materia trattata sia ancora “incandescente” e dunque bisognosa di essere narrata solo da una parte e, detto tra noi, il museo lascia spazio ad inquietanti riflessioni su come si sia semplicemente evoluta la capacità di controllo sociale che un potere costituito (politico o economico) può esercitare su milioni di persone.

Per raggiungerlo mi sono imbattuto in diverse gru, altre nuove edificazioni della Berlino sempre più gentrificata che verrà e nella sede di una agenzia interinale: appaiono come dispetti verso il passato dato dalla “grigia” sicurezza sociale di una casa e un lavoro per tutti garantiti dalla DDR. L’edificio ha subito ripetuti vandalismi a partire dal novembre del 1989, ma per la realizzazione del museo gli arredi, le porte esterne e gli interni sono stati ripristinati e ricollocati dove e come erano fino a poco tempo prima del crollo del muro: non fanno eccezione le porte a vetri e i lampadari dell’ingresso. L’esposizione del primo piano ripercorre i primi anni della Repubblica Democratica Tedesca e la fondazione della Stasi su sollecitazione dei sovietici, con il Kgb (e ancora di più la Čeka di Dzerzhinsky) come modello da copiare quasi pedissequamente. Nelle sale scorrono i nomi, i simboli, le gerarchie e i primi passi di quello che sarebbe diventato uno dei più temibili corpi di polizia segreta e di controllo.
Al secondo piano c’è la parte più emozionante, ovvero gli uffici di Erich Mielkestasi 2 e del suo staff, fedelmente recuperati. I tavoloni di legno, telefoni, macchine da scrivere e lampade: tutto è operativo come se la pellicola della storia fosse stata riavvolta di poco più di venticinque anni. L’ufficio privato, la sala per gli ospiti, la sala conferenze etc., descrivono pienamente lo spirito di un’epoca. Basterebbe quest’ala del museo per meritare una visita al di fuori dei soliti percorsi turistici.
Al terzo piano l’esposizione continua spiegando nel dettaglio le abilità di controllo del Ministero della Sicurezza di Stato (da cui Stasi) e, riprendendo il filo storico, i passaggi che hanno portato alla fine della Repubblica Democratica Tedesca e del suo servizio di sicurezza interno.

Al termine del tour, il visitatore anche solo vagamente informato resta però perplesso e, allo stesso tempo, terrorizzato. Perplesso perché tutta l’esposizione è narrata dal punto di vista “occidentale” in cui l’apparato della Stasi diventa sinonimo del male assoluto rappresentato dal comunismo dell’est. Non una parola sul fatto che, effettivamente, la Stasi era un sistema efficace nel proprio (seppure discutibile) ruolo e che riuscì più volte mettere in crisi i servizi segreti dell’Ovest (basti pensare che uno dei maggiori dirigenti del BND occidentale degli anni Sessanta era un informatore dell’Est o che Günter Guillaume, vicinissimo al cancelliere Willy Brandt era in realtà una spia). Nessuna postilla sul fatto che ogni Paese del mondo ha un suo servizio si sicurezza interno preparato a reprimere chi “trama” contro la propria Repubblica; basta pensare all’Italia, in cui fin dal primo dopoguerra esisteva una intricata struttura politico-militare organizzata per reprimere i movimenti dei lavoratori e di tutti quelli quei soggetti che ipotizzavano una “rivoluzione”.
Ma il vero terrore non lo danno gli straccetti con i campioni degli “odori” che la Stasi conservava nei propri archivi e neppure le tecniche di controllo della vita delle persone: non fa più paura il fatto che il Ministero di Lichtenberg avesse davvero un intero quartiere a disposizione e numerosi filiali sparse nel Paese per controllare la posta, le telefonate, le abitudini sessuali, commerciali ed ogni aspetto della vita dei cittadini della Germania Est. A venticinque anni dal crollo del muro viviamo nell’epoca della grande libertà per tutti e non ci sono più né il comunismo malandato della DDR né la Stasi; anche per questo gli Stati e le multinazionali controllano qualsiasi aspetto delle nostre vite semplicemente ad ogni clic sulla tastiera del computer e/o dello smartphone. Se potessimo chiederglielo, sono sicuro che anche loro direbbero che agiscono in nome della libertà.

Appunti berlinesi: l’imbroglio dello shopping festivo

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Friedrichstrasse_Berlin_StreetsignDurante e dopo le manifestazioni contro le aperture domenicali nei centri commerciali e la loro estrema liberalizzazione all’italiana, si sente sempre un coro monocorde, una litanìa che riesce ad accomunare semplici cittadini, lavoratori messi anche peggio di quelli del commercio, uniti ad uno stuolo di store-manager e di imprenditori wannabe al suono di parole magiche come: “è il futuro”, “eh ma gli ospedali allora?” o “uno deve essere libero di fare la spesa quando vuole”.

I fatti hanno la testa dura e, dove non arrivano le decine di infografiche che spiegano la situazione in Europa, basta farsi un giro dal vivo, uscendo dalla terra dei cachi, quella dei format televisivi con “Rocco” sull’Isola e di un parlamento che legifera apertamente in nome delle più svariate lobbies economiche.
A Berlino, vera capitale d’Europa, si può toccare con mano cosa voglia dire il termine chiusura festiva: la cosiddetta “modernità del futuro” che viene usata come una clava per introdurre le meraviglie di negozi sempre aperti, semplicemente non esiste. Esatto, nella locomotiva economica dell’Unione Europea le serrande sono chiuse, anche per Pasqua e Lunedì dell’Angelo. Anche sulla Friedrichstrasse ormai riunita da venticinque anni e gran viale dello shopping, è rimasto tutto chiuso ad eccezione dei soliti Starbucks e Mc Donald’s con le loro prelibatezze e con dentro comitive di turisti.

La spesa dei berlinesi? C’è stato tempo per farla nei giorni precedenti e basta aspettare ventiquattro ore e i negozi saranno di nuovo regolarmente aperti; non ho dati alla mano, ma mi pare che con un giorno di chiusura effettivo più le feste religiose/nazionali in Germania non si verifichino casi di morte da denutrizione. Nessuno qui si scandalizza per la chiusura né si azzarda a mettere in relazione il lavoro in un ospedale con un negozio di scarpe: specialmente in giornate di sole come quella di pasquetta, i tedeschi sembrano semplicemente più interessati a stare in famiglia o godersi il relax festivo in uno dei tanti parchi pubblici. Tutto questo al netto del fatto che a livello lavorativo la Germania non è di certo un paradiso, sia chiaro.

Durante il mio giro ho notato turiste italiane sconsolate davanti a H&M perché non potevano fare shopping, intente a diffondere il loro malcontento tramite enormi smartphone. A quel punto ho capito che evidentemente è colpa dei tedeschi perché non sono furbi come gli italiani: nel bel paese le catene commerciali (e non solo) hanno la facoltà di non chiudere più nemmeno a Pasqua pur di far girare gente che guarda vetrine di roba che non può comprare, mentre qualcuno viene pagato una miseria per tenere aperto il negozio.

Camera con vista

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mantegnaIl 2 aprile ha finalmente riaperto la Camera picta, uno dei tesori di Mantova. In essa è racchiusa tutta l’arte del Mantegna messa al servizio delle manìe di grandezza della dinastia dei Gonzaga.

Ad inaugurarla c’era quel ministro Franceschini in odore di liberalizzazione del sistema museale a distribuire sorrisi e belle parole. Dietro di lui si muoveva un codazzo di politici locali, Sindaco, Presidente della Provincia, assessori, parlamentari; tutti raffinati esperti di arte, attenti ai problemi culturali del territorio. Tra di loro c’erano anche quelli che potrebbero stare benissimo in un museo delle cere.
Nelle camere attigue viene esposta la collezione privata di Romano Freddi: il grande imprenditore nostalgico di Almirante che si vanta di non trattare coi sindacati, che esortava a non pagare la tasse e che, chapeau, ha dichiaratamente allargato la sua collezione artistica anche tramite i fondi che ha fatto rientrate in Italia grazie allo scudo fiscale di Tremonti dai paradisi fiscali.

Che tutto questo faccia poca notizia e che venga invece sublimato nel classico ritornello “Mantova è la città dei Gonzaga”, sbandierato con orgoglio, diventa un problema. Lo storico Maurizio Bertolotti una decina di anni fa si interrogava sulla sparizione delle “identità” storiche di Mantova: la Mantova “gonzaghesca” era una rappresentazione cara principalmente alla Mantova aristocratica e borghese, che coesisteva con la Mantova “socialista” in quanto culla di movimenti contadini e terra natale di grandi esponenti del socialismo italiano, una identità propria dei lavoratori appartenenti a organizzazioni social-comuniste; in mezzo c’era la Mantova “risorgimentale” ispirata al patriottismo dei Martiri di Belfiore e terreno di scontro culturale tra le altre due concezioni della città. Oggi è rimasta in campo solo una delle tre idee e tra gli effetti più nefasti c’è stato proprio quello che chi ha governato ha dato prova di inettitudine e grandeur come solo gli ultimi duchi della dinastìa Gonzaga seppero rappresentare.

Per questo chiudo gli occhi e mi immagino l’arrivo di un Lupin scaltro che nottetempo si infila nel Castello di San Giorgio disattivando il sistema di allarme; da qui fa razzìa di oggetti preziosi fermandosi davanti ad un finto pilastro dove, tra il fogliame dipinto, si celerebbe l’autoritratto del Mantegna stesso e facendo quindi un sentito inchino al “maestro”.

Perché anche agli occhi del Mantegna, un ladro come Lupin è sempre meglio di ignoranti, inetti e fascisti.