War pigs

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guerraQuanto pesano cento anni di storia su un Paese rimasto senza memoria? La guerra, la carneficina del ’15-’18 e la partecipazione tricolore compiono un secolo e il massimo che l’Italietta di oggi riesce a fare è guardare a nuove imprese belliche con rinnovata retorica nazionalista.

A volere l’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale furono i grandi industriali che ipotizzavano grandi guadagni, una monarchia cialtrona che voleva ampliare il proprio regno e i nazionalisti ansiosi di avere un “impero”; non a caso questi soggetti sarebbero stati successivamente gli sponsor politici ed economici dell’ascesa del fascismo e della dittatura.
Quando l’Italia entrò in guerra il 23 maggio del 1915 a combattere non ci andarono il Presidente Salandra o il re Vittorio Emanuele III, ma vennero mandati a morire o a rimanere mutilati centinaia di migliaia di lavoratori: venivano prelevati anche con la forza dai campi per andare a combattere e chiunque si rifiutava di partire o faceva propaganda antimilitarista, diventava automaticamente un “nemico della patria”. Uomini semplici capaci di grande coraggio come per il Natale del 1914 quando i soldati organizzarono dal basso diversi “cessate il fuoco” sul fronte occidentale e fraternizzarono capendo che la guerra per cui si scannavano i poveri era voluta dai ricchi.
Quello della Prima guerra mondiale rappresenta il ricordo di un disastro, lo spettro della vergogna della guerra che si consumò tra il sangue ed il fango delle trincee. E non fu abbastanza perché anche dopo quella mattanza, il fascismo, che celebrava il “mito” della “vittoria” italiana nella Prima Guerra Mondiale, prima massacrò donne e uomini tra l’Africa e i Balcani per realizzare il proprio impero di cartapesta e poi trascinò l’Italia nella folle guerra al fianco della Germania nazista. Dopo il 1945 ci sarebbero voluti cinquant’anni di “relativa” pace per dover vedere un intervento italiano in una nuova guerra, con un governo di “sinistra” impegnato nella ignobile guerra contro la Serbia Jugoslava.

Oggi cosa rimane degli insegnamenti, delle storie e dei “mai più” che le vittime della prima guerra mondiale e di tutte le guerre ci hanno lasciato in eredità? Viviamo in un paese formalmente libero, ma estremamente corrotto e culturalmente degradato. L’amnesìa pilotata spoglia i fatti storici dei suoi significati e lascia spazio alle idee più viscide: una nuova ondata propagandistica che dai neofascisti (compresi quelli che si chiamano come un film di Neri Parenti) arriva fino ad impensabili pensatori “progressisti”. Cercano di rileggere il ’15-’18 come una grande prova di “patriottismo italiano” per sdoganare l’idea che la guerra, specie se “contro lo straniero” sia cosa buona e giusta e far accettare nuove avventure belliche. E ci sono ancora commemorazioni retoriche e parate militari come ad esorcizzare l’inutile strage e dimenticarne motivazioni e mandanti di ieri (sgradevolmente simili a quelli di oggi). Ma se davvero siamo pronti a credere alle buffonate di nuovi nazionalisti, a spendere ancora più denaro pubblico per ulteriori armamenti per iniziare una nuova guerra per salvaguardare i pozzi petroliferi e le imprese di qualche grande industriale con la scusa del “terrorismo”, allora è stato tutto inutile.

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Intervista a Luciana Castellina

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imageL’Onorevole Luciana Castellina è tornata a Berlino per una serie di appuntamenti: presso la libreria Mondolibro ha presentato il suo ultimo libro “Guardati dalla mia fame”, incentrato sulle lotte bracciantili in Puglia nell’immediato dopoguerra. Presso l’Istituto di Cultura Italiana ha invece partecipato alla tavola rotonda di presentazione dell’edizione tedesca di “Il sarto di Ulm- una storia possibile del PCI” – “Der Schneider von Ulm – eine mögliche Geschichte der KPI” di Lucio Magri. La giornalista e scrittrice ha concesso una intervista in cui parlando di storia, di cultura e di politica, sono state delineate le contraddizioni di un passato rimosso e di un futuro ancora da inventare.

(pubblicata su IlNuovoBerlinese.com)

Il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale  e gli inizi del cosiddetto “miracolo economico” è sparito dalla storiografia ufficiale e soprattutto dalle riflessioni del mondo politico-culturale di sinistra: come spiega questa forma di amnesìa?

Non credo si tratti di una amnesìa, ma di una precisa operazione politica, ovvero far dimenticare e  cancellare quel periodo e più in generale il ventesimo secolo che è stato dipinto come un secolo di orrori e di errori. Certamente ci sono stati ma il novecento è stato anche il secolo di grandi avanzamenti e di grandi lotte sociali. Il movimento operaio dalle condizioni di fine ottocento ha via via conquistato il welfare state, l’istruzione di massa, i diritti delle donne; e poi ancora tutti i movimenti di liberazione del terzo mondo. È stata compiuta una operazione di risposta a tutto questo processo per bloccarlo e presentarlo ai più giovani come un secolo di disastri: cancellare il passato è il modo migliore per cancellare l’avvenire; se non si ha la cognizione di come le cose sono cambiate, non può capire che potranno cambiare ancora e si rimane bloccati in questo presente. La leadership del Partito Comunista Italiano e quella del Partito Socialista Italiano, e più in generale tutta la socialdemocrazia europea, hanno contribuito a questa cancellazione perché era il modo migliore di poter dire che “questo è il migliore dei mondi possibili”; per il Pci questa è stata una vera rottura, una decostruzione della storia e dell’identità che è servita a rifarsi una verginità.

La storia politica di fine anni Quaranta ci racconta di una intensità a tratti incredibile: una classe intera in lotta per la propria dignità, partiti politici interni al proprio popolo di riferimento ed un insieme di congegni di solidarietà e resistenza sindacale che davano energia alle lotte sociali. Oggi, con un sindacato indebolito, partiti ridotti al lumicino, leader distanti dal popolo che vorrebbero rappresentare ed una diffusa cultura individualista, quanto è importante recuperare il patrimonio ideale e conflittuale del dopoguerra?

Io credo che la costruzione della democrazia in Italia sia stata caratterizzata da una specificità partecipativa molto intensa nel dopoguerra. La sensazione che la democrazia fosse partecipazione attiva alla politica e alla deliberazione delle decisioni: la democrazia è questo, non solo i diritti che ne riducono il significato. Quel livello di partecipazione, il protagonismo delle masse, ha posto le condizioni per un cambiamento profondo della società: lo stesso Pci, diversamente da alcuni suoi partiti fratelli, non era un partito di èlite o di avanguardia, bensì un partito di massa che aveva la capacità di imporre una spinta dal basso pur stando all’opposizione.
Tutti citano l’articolo 3 per la parte sulla “rimozione degli ostacoli che limitano il diritto alla libertà e all’uguaglianza”, ma quell’articolo dice soprattutto che il principale dei diritti dei cittadini è quello di contribuire alla deliberazione e alle decisioni della vita politica. Questo impoverimento della democrazia è il tratto più caratteristico di quello che è accaduto e in parte viene espresso dall’astensionismo e dalla perdita dell’idea di una collettività responsabile. Quando nel 1973 venne fondata la Trilateral, l’organismo transnazionale di Rockfeller, Kissinger e diversi poteri forti occidentali, si iniziò a parlare di “troppa democrazia”  e del fatto che “la complessità dell’economia non può essere gestita dai parlamenti”. Dagli anni Ottanta in poi è esattamente quello che si è verificato: le decisioni fondamentali oggi non sono più prese dai parlamenti, ma dettate dal mercato e questo spiega anche la mancanza di fiducia nella politica; i partiti, inoltre, sono diventati così simili gli uni agli altri nello stesso orizzonte economico.

Nel suo libro si parla apertamente di violenza popolare: la fame e l’autodifesa dalla repressione scelbiana sono state l’innesco, ma secondo lei quanto contava l’idea, ancora diffusa tra le masse popolari,  di essere prossimi alla “rivoluzione” e alla resa dei conti?

Rivoluzione è una parola grossa, pensavano semplicemente che finalmente era arrivato il momento della giustizia che non è una rivoluzione ma una conseguenza della libertà. C’era la volontà di rimuovere il potere che fin lì aveva governato: la rivoluzione è un atto illegittimo di insubordinazione, mentre lì c’era la legittima aspettativa  -una attesa messianica- di una nuova stagione di cambiamento. Certo, i braccianti manifestavano con cartelli con scritto sopra “Viva l’Unione Sovietica” perché lì era stata data la terra ai contadini, ma in un certo senso, caduto il fascismo, la rivoluzione c’era già stata.

Lei ha raccontato dei suoi viaggi nella Germania Est negli anni Cinquanta, avvenuti in modo “illegale” dato che lo Stato Italiano non permetteva ai comunisti di espatriare nei paesi estranei alla Nato: in quel clima e in quell’epoca che idea si era diffusa riguardo la neonata Repubblica Democratica Tedesca?

È difficile da dirsi, perché all’epoca se l’Unione Sovietica era popolare, la Germania dell’Est non lo era –soprattutto perché non erano popolari i tedeschi-. Io mi ricordo che passai più volte di qui per andare “dall’altra parte”. Una volta feci un viaggio intero nella DDR, quando una delegazione della FGCI venne invitata dalla FDJ (l’organizzazione giovanile della Germania Est ndr) e mi ricordo delle campagne in cui la riforma agraria aveva modificato l’assetto economico-produttivo, mentre a Occidente permanevano esempi di grande latifondo degli junker. Le zone agricole della DDR erano come il nostro meridione e quindi considerate “arretrate”, ma proprio lì erano state organizzate scuole e servizi capillari che mi colpirono molto. Ho anche un particolare ricordo di quando andavamo a sentire Brecht al Berliner Ensemble . Credo ci sia poi stata una lenta degenerazione, la cui fase più grave durante il breznevismo che ha avuto riflessi significativi anche nella Germania Est.

Nell’anniversario della caduta del Muro lei ha ricordato alcune criticità rispetto alla cosiddetta “rivoluzione pacifica” del 1989, tra cui il fatto che le promesse di libertà e ricchezza fatte dall’occidente non sono state mantenute. Venticinque anni dopo è possibile tornare a parlare di socialismo?

Intanto bisogna avere ben chiaro il concetto di socialismo: per me è la possibilità di coniugare finalmente libertà e uguaglianza e rimane un traguardo a cui arrivare. Per ora non ci è riuscito nessuno come ad esempio non c’è riuscita la rivoluzione francese che ha introdotto maggiori libertà ma non l’uguaglianza, né la rivoluzione sovietica che per raggiungere l’uguaglianza ha abolito la libertà. Non voglio però rinunciare all’idea di un socialismo che è la ricerca di una società che riesca a garantire entrambe.   Come farlo e che tipo di sistema adottare resta ancora indeterminato, ma questo sistema irrazionale in cui viviamo oggi può suggerirci molto.

In Italia oggi la figura di Matteo Renzi ed il suo approccio politico sembrano egemoni: lei come spiegherebbe il fenomeno del “renzismo”?

Il renzismo è l’ultimo risultato di un processo iniziato molto tempo prima, ovvero quello della deliberata distruzione dell’identità, della memoria e di tutto ciò che era la forza della sinistra italiana. Già negli anni Ottanta si evidenziava la crisi della politica e dei partiti: si potrebbe dire che il Pci si era sciolto dieci anni prima del 1991, essendo già cambiato molto; la politica era ormai tutta concentrata nelle sedi del potere, nelle istituzioni locali e non più come moto partecipativo del popolo. Più in generale la politica lentamente è tornata ad essere affare per “lor signori”, i quartieri popolari delle grandi città che erano pieni di vita sono stati desertificati culturalmente. Tutto questo, all’interno di un processo storico, ha portato all’idea che “democrazia” fosse sinonimo di “decisionismo”: il trapasso dagli anni Ottanta agli anni Novanta è stato drammatico, così come l’epoca di Tangentopoli dove si è sentita forte la crisi dello Stato. La politica è diventata mera gestione del potere e ha allontanato i cittadini dalla partecipazione. Solo in coda è arrivato uno un po’ bulletto che ha iniziato a dire “decido tutto io” e “non perdiamo tempo in chiacchiere”. E non gli è nemmeno così facile perché la società italiana è molto più viva di quanto non si pensi, basta vedere le mobilitazioni dei lavoratori della scuola e degli studenti, così come tutte le opposizioni sociali che trova in giro per il Paese; una certa tradizione della “politicità”, anche se frantumata e caotica, è rimasta e non si riconosce nei partiti.

Appunti berlinesi: Nie wieder Deutschland!

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12mai1990Nel maggio del 1990 da Lipsia a Berlino, nella ex-Germania Est c’era di nuovo gente arrabbiata in piazza. Ma come era possibile l’esplosione di questo malcontento se anche il democristiano Helmut Kohl aveva promesso libertà, terra e una nuova prosperità ai tedeschi dell’est finalmente “liberi” dalla dittatura?

In pochi mesi la “cura” occidentale aveva comportato la chiusura di centinaia di fabbriche perché diventate ormai “poco competitive” (la politica economica nei confronti del Marco Orientale aveva esattamente questa funzione) ; questo nuovo corso aveva portato in dono tre milioni di nuovi disoccupati. La privatizzazione delle case significò un rialzo del canone e con la liberalizzazione dell’economia i prezzi erano fuori controllo: ed è risaputo che con la “libertà” non si riempie il carrello della spesa. Il grande sogno di accedere alla democrazia occidentale e ai beni di consumo più scintillanti, senza vedere intaccate le conquiste sociali della DDR, si rivelò dunque una pia illusione.

Il 12 maggio dello stesso anno, oltre 20.000 persone manifestarono a Francorte sul Meno al grido di “Nie wieder Deutschland” (mai più Germania) contro il nazionalismo tedesco e contro l’annessione della DDR spacciata per riunificazione: qualcuno aveva capito che peggio del socialismo reale c’è solo la sua brutale abolizione.

Una decina di anni dopo proprio Kohl è stato processato per essersi intascato (insieme al suo partito, la CDU) diversi milioni di marchi in tangenti per svendere l’industria petrolifera della DDR ad una multinazionale francese; una ventina di anni dopo la storia ha presentato il conto ed il presidente della Turingia è un ex-membro del partito unico della Germania Est.

I cattivi sono ancora in vantaggio, ma la partita non è ancora terminata.

Intervista a Giuseppe Culicchia

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511253GYX6L._AC_UL320_SR228,320_Lo scrittore Giuseppe Culicchia, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, ha partecipato ad un evento letterario sulla sua narrativa, inframmezzato dalla lettura in italiano ed in tedesco della sua opera prima, “Tutti giù per terra”, uscito l’anno scorso in una versione “remix”, esattamente vent’anni dopo la pubblicazione originale. Dopo l’incontro, Culicchia ha concesso una breve intervista Scrittore, giornalista e traduttore, Culicchia ha ripercorso gli inizi della sua carriera davanti al pubblico dell’IIC, proprio a partire dalla genesi di “Tutti giù per terra” e da una manciata di racconti scritti all’estero durante una fase particolare della vita dell’autore all’epoca impiegato come bibliotecario. In quell’opera esordiva la figura di Walter Verra, il primo “precario della narrativa”: si fotografava la realtà di una generazione che con ironico distacco rifiutava il posto fisso, il mondo operaio e soprattutto il carrierismo senza la percezione che quel mondo industriale era prossimo alla scomparsa. Culicchia spiega che nonostante diverse ristampe, anni dopo il contesto storico e sociale lo stimolò a riprendere quel testo e ad “adattarlo” ai tempi. “Tutti giù per terra remix” è uscito proprio nel ventennale della prima pubblicazione e descrive un giovane Walter Verra degli anni Duemila che vive le insicurezze e la precarietà a livello generazionale e che, per questo, cova dentro una rabbia latente contro questo sistema. Parlando di Torino e di Berlino, lo scrittore ha evidenziato alcune profonde connessioni culturali tra le due città ed ha ricordato il suo primo viaggio nel 1996, quando la città era ancora piena di “vuoti” e portava con sé tutti i segni del Novecento.

(originariamente pubblicata sul sito Ilnuovoberlinese.com)

In “Tutti giù per terra”, il Walter Verra originale guarda la realtà con uno sguardo distaccato, quasi cinico: il Walter Verra “Remix” che visione ha del mondo?

Walter del 1994 più che il cinismo, usa l’ironia (e l’autoironia) per guardare il mondo che lo circonda e quella è la sua unica arma di difesa; cerca di non prendersi troppo sul serio e di non prendere sul serio la realtà. Il Walter di oggi è più arrabbiato, perché avverte che gli è stato rubato il futuro e si ritrova a dover vivere una vita in un momento storico in cui non è mai stato così difficile per un ragazzo di vent’anni riuscire a pensare che fare della sua vita. Questo provoca in lui una “giusta rabbia” perché un paese che tiene al suo futuro, dovrebbe pensare ai giovani, all’educazione e quindi al lavoro; questo invece non viene fatto e sconteremo i danni per molto tempo nonostante oggi ancora non ce ne rendiamo pienamente conto.

Che rapporto hai con la trasposizione cinematografica di “tutti giù per terra”?

All’epoca quando uscì fu da un lato un piccolo shock perché naturalmente io mi ero immaginato il libro in un modo e legittimamente il regista se l’era immaginato a modo suo: tanto per cominciare aveva dato facce ai miei personaggi e poi una sorpresa piacevole, ovvero l’intuizione realizzare una colonna sonora con le band indipendenti della scena italiana degli anni Novanta che aiutava a rendere il ritmo sincopato del libro, caratterizzato da capitolo e paragrafi molto brevi (mi ero ispirato al primo disco dei Ramones). Davide Ferrario è riuscito a tradurre tutto questo in immagini.

Si parla molto della gentrificazione di Berlino che sta trasformando i quartieri della città: come vedi questo fenomeno in rapporto a città come Torino e ai suoi mutamenti?

L’imborghesimento di quartieri un tempo popolari delle città europee è un fenomeno che riguarda tante altre città europee come Londra e Parigi; luoghi che un tempo appartenevano alla classe operaia ad un certo punto vengono stravolti. Ricordo bene la Berlino degli anni Novanta, ma non perché avevo vent’anni in meno, ma perché aveva molto più fascino. Purtroppo anche i “vuoti” avevano ragione d’essere: Potsdamer Platz, ad esempio, era molto meglio vuota che così come l’hanno riempita. Mi ricordo Kastanienallee tutta nera e scrostata, mentre ora è piena di locali trendy e negozietti. Per non parlare poi della Neue Schonhauser Allee dove sembrava che i russi se ne fossero andati poco prima e invece ora è il paradiso del consumismo. È vero anche che le città non possono essere il museo di sé stesse e quindi il cambiamento a noi può non piacere, ma fa parte della loro vita. Noi viviamo il tempo della “gentrification” e chissà quale sarà il cambiamento di Berlino tra trent’anni: questa è una città in continuo rinnovamento, che è uscita da tragedia immani; i nuovi ricchi si stancheranno -si annoiano in fretta- e se ne andranno.

Con la crisi di valori attuale che ruolo hanno o dovrebbero avere gli intellettuali?

Io non sono un intellettuale e quindi non ti so rispondere: penso però che se una volta Jean-Paul Sartre prendeva posizione contro la guerra d’Algeria e scriveva un articolo su Liberatiòn questo aveva una certa risonanza e poteva smuovere le coscienze; poteva far riflettere e avere conseguenze pratiche. Oggi il ruolo dell’intellettuale è ormai marginale perché questo mondo vive in funzione dell’economia ed ha più peso quello che dice il banchiere rispetto a quanto dice lo scrittore. Questa è la realtà di oggi: il denaro ha vinto su tutti i fronti, ma è una vittoria di Pirro perché è un sistema destinato ad implodere. Non serve citare Marx perché prima o poi si dovrà fare il conto con il fatto che questa Terra non sopporta questo stile di vita.

Appunti berlinesi: primo maggio a Kreuzberg

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6Ignorando che la grande parata degli operai, degli studenti e dei militari su Karl Marx-Allee (est) è stata annullata da circa venticinque anni, ho deviato sul primo maggio di Kreuzberg (ovest).

Avvezzo alla solennità della data della Festa dei Lavoratori e avendo sempre celebrato con manifestazioni nella provincia più sperduta, non avevo mai visto una cosa del genere: una immensa festa popolare su tutta Oranienstrasse e dintorni, magari più addomesticata di un tempo (ora è sostenuta dal Comune di Berlino), ma sempre gioiosa e ribelle che arrivava a lambire anche il Gorlitzer Park. Con le grigliate e i soundystem più o meno improvvisati in strada nella via principale, insieme a diversi palchi divisi per genere (hip hop, hardcore, world music, indie, pop). Una strada completamente piena di persone, che a fare da una parte all’altra ci si mettevano quaranta minuti. Il fervore rivoluzionario del primo maggio magari qui è sottotraccia, anche a causa dell’elevato numero di turisti e giovani ubriachi per cui è un party e tanto basta; ma chissene.
E ancora un grosso spazio a Mariannenplatz gestito dal partito della Linke, con stand gastronomici di mezzo mondo, tutti fieramente internazionalisti, mescolati a banchetti politici (seri). Lì sul prato, ci ho visto altre centinaia di persone prese bene, bambini, e gruppi di curdi che ballavano sul prato inneggiando al Pkk.
Piccola nota: la comunicazione dei gruppi, da quelli maggioritari alle piccole sette maoiste o trotskiste riesce ad essere quasi più indietro di quella che si vede in Italia. Persino i giovani di “Die Linke” adottano stilemi grafici passati già nei primi anni Duemila.

Il corteo anticapitalista da circa 20.000 persone ha attraversato (di gran corsa) Kreuzberg e e la parte nord di Neukölln. Presente ogni singola organizzazione marxista del presente, del passato (e forse del futuro). Manifestavano dai militanti rivoluzionari agli erasmus baldanzosi arrivati lì pensando fosse la love parade. Qualche “sbavatura didascalica” come lo speaker del camion principale, ormai cresciutello rispetto allo studente da megafono, che avrebbe potuto ripetere all’infinito cose meno scontate di tanti –ismi da contrastare, ma magari è rimasto incastrato nel suo ruolo, vallo a capire. Se non sbaglio sono avvenuti “incidenti” di poco conto tra cui solo vetrina spaccata da venti fresconi su Karl Marx-Strasse e il corteo che continua a sfilare senza interessarsi più di tanto: nemmeno quando si mettono a litigare tra di loro in modo imbarazzante.

Le autorità gongolano dicendo che è stato il primo maggio più tranquillo dal 1987, anno dei feroci scontri che durarono tutta la notte; magari per qualche malelingua è colpa del mio amico e compagno Oscar che ha imposto una linea moderata alla manifestazione o mia che ho fatto in modo che gli amici in divisa non provocassero il corteo: in ogni caso c’è un bimbo che ha la risposta giusta.

E dire che io oltre all’incazzatura da disoccupazione, al fatto di essere lontano dal risotto di San Giacomo Po del primo maggio e dopo che la sera prima mi era toccato di fare la cronaca giornalistica di un evento-patacca sulla “bellezza della italianità”, due motivi per ribellarmi ce li avevo anche.

 

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