Come due Playmobil

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renzisalviniSi dice che quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito e non la luna: è questa la chiave di lettura ultima per chi ha appreso che Matteo Salvini si è recato dalle organizzazioni imprenditoriali ed economiche apprestandosi inoltre ad intraprendere un lungo viaggio all’estero al fine di costruirsi una solida reputazione internazionale. Il fenomeno milanese infatti non è il pericoloso “fascista xenofobo” (il dito), la caratterizzazione banalizzante che rincuora tutto l’ufficio sinistri (dai democratici a mano armata fino agli estremi sinistri), quanto l’ennesimo prodotto della società dello spettacolo che ha pericolosamente preso il controllo della politica (la luna). E l’altro è Matteo Renzi.
Geneticamente e generazionalmente, i due Matteo sono fondamentalmente la stessa cosa. Nati entrambi nei primi anni Settanta da buone famiglie della media borghesia , sono cresciuti mangiando pane ed arrivismo anni Ottanta, introiettando le peggio pulsioni culturali dell’epoca. Vero è che Matteo #1 ha avuto una formazione scoutistica (cattolica) e che invece Matteo #2 è andato a fare il classico “figlio di papà” al leonkavallo, una esperienza che lo ha portato ad essere dirigente dei “Comunisti Padani” nella fu minoranza interna della Lega Nord. Detto questo, non è un caso che entrambi abbiano avuto un “battesimo” uguale alla corte del padre spirituale: uno come partecipante alla “Ruota della Fortuna” nel 1994, l’altro a “Il Pranzo è servito” nel 1993. In tempi di forte spettacolarizzazione, la nuova classe dirigente non cresce con le scuole di partito o con la lenta scalata. Renzi infatti non vince un congresso di partito dopo una lunga discussione di base (di un partito che ha perso l’anima e gli iscritti che erano tradizionalmente la sua forza) bensì prende il controllo del Partito Democratico con lo strumento impreciso, strampalato e schiacciato sulla spettacolarizzazione delle primarie. Salvini emerge anche lui da primarie interne di partito come la figura “giovane”, l’unica speranza di sopravvivenza nel caos devastante in cui i fallimenti politici della Lega Nord, le inchieste giudiziarie eccellenti stavano per fare sparire il partito padano. Mentre “Don Matteo” ha de facto sancito la piena democristianizzazione del Partito Democratico , Salvini e il suo staff comunicativo hanno rimodellato la Lega Nord: svecchiando il più possibile la classe dirigente ( con un significativo e problematico boom tra i giovani), lasciandosi alle spalle in breve i disastri e riaprendo la partita e trasformando la vecchia Lega Nord federalista e destrorsa, in un movimento di impianto nazionalista, populista e dalle aperte simpatie fascistoidi.

I due Matteo si guardano bellamente allo specchio in un teatrino di spot, annunci e urla messo in piedi per il 50% degli italiani che ancora va a votare. Renzi e i suoi rappresenterebbero la politica politicante, quella presentabile e carica di “valori”; questa è la bella Italia catto-sinistra figlia della Prima (e della Seconda) Repubblica, lievemente tollerante, flebilmente antifascista e diversamente democratica. Quella che non tollerava il “mafioso, fascista, piduista” Berlusconi e ora ci governa più o meno apertamente, tanto adesso i pericolosi “fascisti antidemocratici” sono leghisti e pentastellati. Salvini e le ruspe sarebbero invece la voce di quell’Italia (s)profonda, spesso abbandonata e che, tra ignoranza attiva e passiva, egoismi e disimpegno, gonfia il ventre di rancore contro tutto quello che sta un gradino sotto di loro e delle loro (in)sicurezze. Chiunque potrebbe perciò pensare che le differenze siano bene evidenti, ma qui c’è il trucco: dietro a questa parvenza di diversità i due Matteo rappresentano esattamente la stessa visione del mondo.

Figli di un sistema liberista malato e corrotto, sono come due omini Playmobil uguali, ma con capelli, vestiti e utensili diversi. A partire dal tema immigrati che sono per l’uno una risorsa per l’altro un problema: nessuno dei due parlerà mai di lavoratori immigrati nei termini dello sfruttamento che questi ultimi subiscono più o meno allo stesso modo degli italiani; e una cieca idea di “accoglienza” si completa con l’imbecillità delle “ruspe”. Rimanendo in campo lavorativo, la tematica meno dibattuta nel panorama politico italiano, entrambi i leader, i loro partiti e le loro storie politiche, hanno nel Dna l’ideologìa dominante che sacrifica dignità, diritti e le vite delle persone per garantire maggiori profitti a pochi. Dalla Legge 30 (criminalmente definita “Legge Biagi”) al Jobs Act, senza passare dal Via. C’è il forte tratto distintivo sull’Euro e l’Unione Europea, ma come è oggi demenziale il filo-europeismo a tutti i costi del Pd, è risibile anche l’anti-europeismo leghista. Così le strategie economiche, quelle in materia di ambiente o di beni comuni sono la stessa allegra e canticchiante paccottiglia reaganiano/thatcheriana, ma confezionata in modo diverso. Salvini e Renzi sono il prodotto ultimo di strategie di marketing pubblicitario che puntano a coprire ampie fette di mercato elettorale: la yuppistica apoteosi del nulla al tempo della crisi.

Ed è pur vero che Salvini oggi reclama un ruolo di prim’ordine nel teatrino: non gli basta avere scalzato il padre-padrone nel centrodestra, ma i suoi incontri ad alto livello certificano la volontà di diventare un riferimento “compatibile” anche per i poteri forti che (a parole) contrasta. Dalla irriducibile Confindustria italiana che negli ultimi anni ha sostenuto il centrosinistra, alla Russia di Putin (già nell’orbita berlusconiana in antitesi al filo-americanismo democratico) fino ad arrivare a Israele. Per immaginare dunque una alternativa concreta ed emanciparsi da questi due modelli imposti quotidianamente dai media, bisogna quindi fare i conti col fatto che, preso atto che Renzi non è altro che il lustrascarpe democratico dei poteri forti, degli industriali e dei banchieri di questo Paese, Salvini non è l’alternativa (fascista), quanto un concorrente che, proprio ora che sembra essere iniziato il declino renziano, si candida ad essere un lustrascarpe molto più competitivo, obbediente e a basso prezzo.