Il Festival di Max (intervista a Max Collini)

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JukkaReverberi_MaxColliniQuesta sera Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax, sarà protagonista a Festivaletteratura con l’evento “Spartiti”, insieme a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò. In attesa di vederlo live, abbiamo fatto qualche domanda all’artista reggiano per conoscerlo meglio e sapere di più sui suoi diversi progetti musicali.
(Pubbliato su Alta Fedeltà dell’11.09.15)

1)    Quella di quest’anno è la tua prima volta al Festivaletteratura in qualità di autore ospite: avevi già partecipato al grande evento, che idea te ne sei fatto? 

Conosco molto bene l’evento e la sua importanza, anche se non l’ho mai frequentato assiduamente. Questo genere di manifestazioni testimoniano che si può fare cultura in modo non elitario e che la cultura è un volano economico fondamentale e non un costo. Ci sono amministrazioni pubbliche che pensano di risparmiare chiudendo i teatri e altre che invece si ritrovano un indotto molto importante e magari ulteriormente arricchito dalle visite di chi nella sua città non trova più alcuna proposta interessante e va a spendere risorse altrove. La solita lungimiranza italiana insomma.

 

2)    Il pubblico mantovano si ricorda del progetto “Droni e Letture (quasi tutte) Emiliane”, forse un progenitore di “Spartiti”: quest’ultimo invece come nasce e come si concretizza nello spettacolo che sarà proposto domani sera? 

 Io e Jukka Reverberi abbiamo iniziato a collaborare proprio partendo da quella esperienza, che inizialmente avevamo realizzato dando ampio spazio all’improvvisazione. Curioso che poi si sia sviluppata compiutamente in “Spartiti” che invece è una proposta abbastanza strutturata e definita. Pur partendo da ruoli parecchio diversi (ognuno di noi due ha compiti abbastanza precisi e tende a rispettare e a fidarsi molto delle intuizioni dell’altro) abbiamo raggiunto una intesa umana e artistica efficace, in cui c’è una forte dose di identificazione con quello che facciamo assieme, che ritengo possa rappresentarci in modo autentico. L’essenziale è che il materiale che scegliamo di affrontare, sia musicale che letterario, venga da entrambi sentito come nostro. Per quanto riguarda i miei ambiti narrativi, per esempio, ho scelto i testi degli autori che propongo (circa la metà dei brani dello spettacolo hanno un testo originale mio e l’altra metà di altri) partendo da un sentimento non proprio nobile: l’invidia. Ho scelto infatti alcune delle cose che, leggendole la prima volta, ho immediatamente pensato che avrei voluto scriverle io da tanto che mi ci riconoscevo emotivamente. Credo che questo il pubblico lo percepisca e credo sia fondamentale per creare una partecipazione anche emozionale, appunto, in chi ci ascolta.

3)      3 – Nel settantesimo della Liberazione dal Nazifascismo è stato presentato “Settant’anni, qualche mese, alcuni giorni”, uno spettacolo dove collabori non solo con Jukka Reverberi, bensì con tutti i Giardini di Mirò. Raccontaci di quest’esperienza , del dovere della memoria e di come farla “vivere” a tanti anni di distanza.

Abbiamo fatto tre spettacoli da aprile ad oggi tutti insieme e dedicati ai settant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. L’idea era quella di affrontare un argomento che molto si presta alla retorica e alle liturgie istituzionali con linguaggi diversi da quelli tradizionali. Non so se si possa ancora raccontare quella storia senza scadere nel già suonato e sentito, ma ci abbiamo provato. Se non si cercano nuovi linguaggi le nuove generazioni finiranno per vivere quella storia con lo stesso trasporto con cui io da ragazzo studiavo il Risorgimento. Credo che almeno in parte ci siamo riusciti e sono molto fiero dell’opportunità che i Giardini di Mirò mi hanno dato, è stata una esperienza umana e artistica molto importante per me, spero che ci saranno in futuro altre possibilità per continuare questo percorso umano e artistico.

4)   Andando (molto) più indietro: quando hai iniziato a scrivere testi letterari e quando ti sei ritrovato davanti al microfono?

Ho scritto il mio primo racconto nel 1999 (si intitolava “Superchiome”), a trentadue anni. Ci presi gusto e nel giro di qualche mese accumulai parecchio materiale, venuto fuori senza molta ambizione e certamente per puro divertimento personale. La svolta è arrivata grazie a una intuizione di Enrico Fontanelli, che all’inizio del 2003 mi propose di utilizzare quelle storie un po’ bislacche in altro modo. Nacquero nel giro di pochi giorni gli Offlaga Disco Pax e mi ritrovai con un microfono davanti. Avevo quasi trentasei anni a quel punto, sono stato un esordiente decisamente tardivo.

5)    Nei tuoi testi e nelle tue apparizioni pubbliche (come ad esempio nel documentario “Finché l’Emilia va”) racconti del vuoto di riferimenti dopo gli sconvolgimenti dell’Ottantanove: quanto pesa secondo te l’assenza di un grande sogno collettivo? 

 Alla fine io resto un uomo parecchio pragmatico, il grande sogno collettivo è roba da rivoluzionari esoterici, io mi iscrissi al PCI a diciotto anni, scegliendo una cosa un po’ più concreta di gruppetti quali Lotta Comunista o Falce e Martello (per dire). Il problema è che una volta sciolto il più grande Partito Comunista occidentale nessuno ne ha raccolto compiutamente l’eredità, lasciando spazi a sinistra che molti descrivono come praterie, ma che nessuno pare essere in grado di cavalcare. La sinistra italiana avrebbe bisogno, secondo me, di liberarsi di una vecchia classe dirigente che in trent’anni ha generato sconfitte non solo elettorali ma, soprattutto, culturali di dimensione apocalittica. Qui non si tratta più di costruire l’ “uomo nuovo”, ma almeno di fare comprendere qualche articolo della Costituzione Italiana a intere masse di nuovi analfabeti funzionali, sperando che una volta compreso il testo non insorgano nello scoprire che molte delle loro convinzioni in quel documento non trovano alcuna cittadinanza, né attiva né passiva.

6)   A questo proposito, negli ex territori dell’Est e più di recente nei Balcani si sono affermate forme marcate di nostalgia per le repubbliche popolari e per i sistemi “socialisti”. Nonostante l’enorme e talvolta ingombrante lascito della sinistra italiana, nel nostro Paese l’unica forma di “ostalgia ragionata” è stata quella rappresentata da alcuni brani degli Offlaga Disco Pax; come mai secondo te? 

 Sembra che la sconfitta economica, culturale e politica dei regimi del Patto di Varsavia per forza di cose debba portare con sé anche l’eredità del PCI. Io non sono d’accordo, è un modo di leggere la storia semplicistico e arrogante. Ha vinto l’ideologia dominante e nemmeno ce ne rendiamo conto, perché ne siamo drammaticamente pervasi. Eppure fino a solo pochi anni fa c’era in una visione molto meno ottusa, anche negli altri campi e non solo a sinistra. Ascoltare oggi un intervento di un qualunque esponente del PSDI (ho detto il PSDI, non il PCUS) a una tribuna politica degli anni settanta è una esperienza surreale: con i canoni attuali sembrerà di sentire il discorso di un pericoloso sovversivo, mentre all’epoca il PSDI era considerato, probabilmente non a torto, un orrendo prodotto dell’opportunismo e del sottobosco partitocratico italiano. Lo spostamento a destra di questo paese nel giro di trent’anni è talmente grottesco che fa, davvero, molta paura per il futuro.

7)   Chi anagraficamente non ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta, ha imparato solo dopo e tramite libri e citazioni i nomi di uomini e donne divenuti leggendari: in “Robespierre” ad esempio citi Alberto Juantorena l’atleta cubano che domani sarà ospite a Festivaletteratura. Andrai a incontrarlo con spirito internazionalista?

Non sapevo fino a quando non ho letto la domanda che “El Caballo” sarà a Mantova, se ne avrò modo andrò a farmi firmare un autografo e fare una foto con lui. La sua storia è davvero straordinaria, come molte delle storie che riguardano lo sport di Cuba. Al netto della retorica, Cuba è una piccola nazione che ha fatto vedere al mondo per decine di anni quanto conta l’anima di un popolo e non solo in ambito sportivo. Avevo nove anni quando nel 1976 vidi le sue imprese alle olimpiadi di Montreal nel televisore a colori di Ivan (noi eravamo ancora rimasti al bianco e nero, la tv a colori a casa mia arrivò solo negli anni ottanta), un ragazzo che viveva nella scala di fianco alla mia. Furono giorni indimenticabili. L’Italia a quei giochi vinse solo due medaglie d’oro: quella di Klaus Dibiasi nei tuffi e quella di Dal Zotto nella scherma. Ricordi indelebili.

Intervista a Garbo

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garbo_2Domani sera per l’inaugurazione della nuova stagione del Lio Bar di Brescia alle 23 andrà in scena un evento speciale targato “Dark Side of Brescia” e di cui Alta Fedeltà è media partner: ospite della serata sarà Garbo, autore tra i più importanti della scena new wave italiana anni Ottanta che, non restando imbrigliato in quel decennio, ha continuato con successo il suo percorso artistico-musicale. Al termine del live “Dandy Noir e le farfalle nere” continueranno a far ballare il pubblico fino a notte fonda con il loro dj set Goth, Synth-pop, Ebm. Abbiamo fatto qualche domanda via telefono a Garbo per conoscerlo meglio e prepararci alla serata.

(Pubblicata su Alta Fedeltà del 04.09.15)

1 – Garbo, al secolo Renato Abate, ci racconti com’è nato il tuo pseudonimo?

È stata una coincidenza divertente, ricordo che ero un ragazzo e all’epoca andava di moda avere un nome d’arte; sognando di diventare ciò che volevo diventare, ovvero un musicista, pensavo che avrei voluto trovarmene uno significativo. Durante il servizio militare ero a Milano in un ufficio d’archivio dove curavo la trascrizione dell’elenco dei ricoverati di guerra in ordine alfabetico. Quando arrivai alla lettera G trovai diversi “Garbo”, un cognome tipico del veneto. Da lì pensai “perché no?”: quel cognome dal suono così musicale e affascinante mi piacque da subito.

2 – Ci parleresti della difficoltà di creare composizioni raffinate e partecipare ad una “via italiana alla new wave” nel clima culturale dell’Italia degli anni Ottanta? Sì era sicuramente un’epoca difficile nel mondo musicale. Personalmente rappresento una anomalìa: ho iniziato realizzando diversi provini in sale di incisione finché il mio materiale non ha suscitato l’attenzione del tastierista e tecnico del suono dei “Biglietto per l’inferno”. Da lì il passo ad una major e ad un lungo tour di supporto a Franco Battiato è stato relativamente breve e senza difficoltà, diversamente dal grosso della scena: la scena wave era relegata nelle cantine e io, già sotto contratto con una grande casa discografica, ero visto un po’ come un traditore. Va detto inoltre che ho avuto la fortuna di poter gestire musicalmente e stilisticamente tutto quanto riguardava il mio percorso artistico.

3 – Sei un artista che ha continuato ininterrottamente il proprio percorso creativo: come valuti la tua carriera musicale dal punto di vista della crescita artistica?

Se dal lato commerciale ho pagato il prezzo di continuare evolvendomi, uscendo dal giro multinazionale per diventare anche editore di me stesso, questo mi ha permesso di crescere molto. Non sento il bisogno di evocare nostalgicamente il passato proprio per la continuità di un lungo percorso che si è arricchito negli anni di decine di collaborazioni e che mi ha permesso di sperimentare e di imparare.

4 – Il tuo ultimo album, “Fine”, è stato realizzato con Luca Urbani, ci puoi parlare di questa lunga collaborazione?

Luca l’ho conosciuto nel 2000, da allora abbiamo iniziato progressivamente a collaborare fin dall’album “Blu”, con il primo singolo scritto insieme dal titolo “migliaia di rose”. Piano piano siamo arrivati ad una piena collaborazione che ha portato alla realizzazione di “Fine”. In questo disco si sentono chiaramente le diverse storie musicali, ma dall’incontro ne è nato un ibrido, come un terzo soggetto.

5 – Quali progetti hai in cantiere per il futuro?

Ho in previsione l’uscita di un live ufficiale, il primo dopo trentacinque anni di carriera; sarà un doppio album molto ricco da parte della scelta dei brani che attraverserà tutta la mia discografia. Inoltre ho intenzione di continuare con l’attività live, magari realizzando un particolare tour teatrale a supporto di questo album.

6 – Nella scena italiana ed internazionale quali sono i musicisti e le band che segui con più interesse?

Io sono abbastanza onnivoro, anche in un momento storico come questo che trovo drammaticamente “a-culturato” e caratterizzato da un clima generale di abbassamento di livello. È finita l’epoca vera aggregativa dei movimenti musicali. Oggi esistono cose più o meno interessanti e spesso legate al proprio fenomeno in sé. Ci sono le mode “televisive” di cui poi si occuperanno le case discografiche.
Al contrario, in questi anni ci sono stati gruppi –penso ad esempio ai Baustelle– invece che hanno generato una continuità di impegno artistico, così come avevano fatto i Bluvertigo, ma oggi è un continuo “recupero” di decenni passati. Il vuoto culturale dell’occidente che porta all’idea di recupero, scade poi nel citazionismo citazionismo. Se chiedi ad un ragazzo diciassettenne oggi cosa gli interessa o cosa vuole fare nella vita, io so che nella mia epoca avrei risposto “mi piacerebbe fare musica, dire delle cose”; oggi un ragazzo ti risponderebbe “voglio essere ricco e famoso, non importa come”. Ecco, la cosa che più imbarazza è il vuoto culturale e di idee: l’estremismo religioso crede in qualcosa in modo ossessivo portandoli alla follìa omicida, mentre la nostra società disimpegnata e che non crede più a nulla muore lentamente e in modo non meno tragico.