Bowie: Polvere di stelle

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Mi ricordo la confu350718.jpgsione di quando ascoltavo “The man who sold the world” rifatta dai Nirvana e in contemporanea su Tmc2 passava il video di quella meraviglia jungle dal nome “Little Wonder”, tratta dall’album Earthling: per un adolescente di metà anni Novanta la prima volta con David Bowie poteva essere traumatica. Da lì partì un lento percorso a ritroso per approfondire e apprezzare l’artista di Brixton; un viaggio infinito tra i solchi dei dischi, nei video musicali e sulle sue tracce dai vicoli di Londra fino ai quartieri di Berlino, davanti a quel palazzo al 155 di Hauptstrasse dove in questi giorni in tanti stanno portando omaggi floreali. Questo ricordo è molto individuale, ma sono sicuro che tutte le donne e gli uomini fan di Bowie in questo momento di cordoglio stanno ripercorrendo le tappe della propria vita connesse alla sua musica.

Purtroppo l’alieno umanoide che cadde sulla terra a Brixton, non c’è più. Ci lascia una discografia sterminata che culmina nell’ultima grandiosa opera d’arte, una“Blackstar” tanto complessa e oscura quanto rivelatrice. Solo pochi giorni fa aveva compiuto sessantanove anni e aveva pubblicato il video del singolo “Lazarus” che, nel suo stile beffardo, ci mostrava sé stesso proprio su un letto di morte; con il sentore della fine che pervade anche tutta la struttura musicale e l’angosciante testo del brano. La sua morte come un’ultima immensa opera d’arte, un addio, un commiato ai milioni di fan e il saluto al pianeta Terra. Cantante, polistrumentista, pittore e (soprattutto) attore: genio assoluto per molti, guitto cavalcatore di mode per tanti altri, le tante vite artistiche di Bowie coprono un cinquantennio di storia culturale del Novecento (e oltre). Non gli riuscì di salire sul carro Mod dei primi anni Sessanta e approdò tardi (ma creando gemme preziose) alla psichedelìa: da lì in poi fu sempre un abile cacciatore di novità. Dotato di un fiuto particolare per i fermenti undeground, li interpretava creando leggende musicali, artistiche e di costume, diventando lui stesso anticipatore e ispiratore di nuove tendenze. L’esagerazione glitter del Glam Rock, le acrobazie stilistiche del soul bianco, le sperimentazioni kraut della trilogia berlinese fino alla leggerezza pop-wave degli Ottanta e le contaminazioni elettroniche degli anni Novanta sono solo alcune dellethin_white_duke trasformazioni che hanno contraddistinto la sua carriera. Il tutto condensato nelle sue provocatorie incarnazioni: dal modernista della swingin’ london, all’alieno bisessuale Ziggy Stardust o ancora l’esile duca bianco dalle simpatìe naziste alimentate dagli eccessi con la cocaina; su questo argomento insistono troppi furbetti neonazisti per tirare dalla propria Bowie, mentre una conoscenza più approfondita della biografia del cantante e giusto qualche brano fanno crollare immediatamente questo castello di cartacce.

Le fonti ufficiali dicono che un tumore se lo sia portato via, ma mi piace pensare che invece abbia soltanto lasciato un pianeta ormai condannato per tornare tra le stelle. Lo annunciava sommessamente nel 1969 in “Space Oddity” con quel “planet earth is blue and there is nothing I can do” e ribadiva il concetto nell’apocalittica “Five Years”, guardando con tristezza alle immense rotte stellari. Ha continuato a girovagare sulla terra cambiando pelle, distruggendosi e reinventandosi continuamente. Fuggito dalla perdizione di Los Angeles, nella vecchia Europa ha cercato di ritrovarsi, creando la leggendaria trilogia berlinese: la tecnologìa tedesca di Kraftwerk e Neu! quella dei razzi “V2-Schneider” sarebbe servita per la sua nave spaziale; per vedere realizzata l’elettronica necessaria a pilotarla ha dovuto attendere la fine del millennio continuando a stupirci . Ora che la Terra è diventata un postaccio inquinato dove vincono odio e avidità e “non si balla più nelle strade”, Major Tom ha semplicemente acceso i motori ed è volato via, verso le stelle. E chissà che un giorno quell’alieno non ci mandi un segnale dallo spazio profondo.
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