Recensione di “Austerità” di Spartiti

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Il rigore giustamente severo di Collini e Reverberi

Dopo la dolorosa chiusura dell’esperienza degli Offlaga Disco Pax, Max Collini ripartì dalle “letture emiliane” in coppia con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò. Due anni in tour con un progetto musicale intenso e intimista che finalmente viene fissato su disco. Nelle nove tracce i due artisti reggiani condensano il proprio universo musicale e politico: Collini richiama l’austerità berlingueriana in storie cariche di amarezza e sarcasmo che guardano con gli occhi lucidi alla (fu) Emilia Rossa, oggi terribilmente sbiadita; Reverberi costruisce le architetture musicali e atmosfere rarefatte tra chitarre post-rock e dosi massicce di elettronica. Il beat pulsa nella title-track mentre il ricordo dell’acquisto di un piccolo giocattolo in tempi difficili si trasforma in un incubo negli echi intrecciati che ripetono “scegli quello che vuoi, puoi prendere che vuoi”. Il testo affranto di “Babbo Natale” declina magistralmente in chiave marxista la delusione del bambino che scopre i sacrifici dei genitori lavoratori. Il noise e i feedback di “Sendero Luminoso”, insieme al riff di chitarra, caratterizzano uno dei pezzi migliori del disco con Collini intento a declamare quello che fu uno scherzo nato ad un raduno della noiosa Fgci di fine anni Ottanta. “Vera” è  il ritratto di un approccio adolescenziale di Collini al tempo del movimento studentesco del 1985 “il movimento più depoliticizzato del sistema solare”, con l’inquieta base di Reverberi a reggere la narrazione. Chiude l’album la soffice e intensa “Ti Aspetto”.

( “Sendero Luminoso” – estratto dall’album “Austerità” https://www.youtube.com/watch?v=YQ4VxAQwYnU )

 

Intervento al convegno “Ambiente e mafie” di Moglia

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moglia(intervento a nome dell’associazione eQual al convegno “Ambiente e mafie – responsabilità collettiva e difesa del nostro territorio” organizzato il 3 marzo dal Comitato Ambiente e Salute di Moglia e Bondanello)

L’associazione eQual, in questi anni, nella città di Mantova e in alcuni territori della Provincia, ha cercato di attivare un percorso di cittadinanza attiva e vigilanza democratica sul consumo del territorio, creando approfondimenti sui temi delle privatizzazioni e della speculazione edilizia. In questo senso in eQual abbiamo fatto inchiesta, studiato i problemi, ci siamo organizzati per diffondere punti di vista diversi, anche attraverso un linguaggio diretto e sperimentando nel campo della comunicazione. Ci “siamo agitati” per fare in modo che i cittadini e la società civile portassero queste questioni al centro del dibattito della città.

In base alla nostra esperienza cittadina vorrei affrontare il tema della serata fermandoci un passo prima dell’ingresso delle mafie vere e proprie, ovvero in quel campo sterminato e dai confini temporali molto ampi in cui un certo tipo di interesse privato, famelico, diventa tutt’uno con la gestione politica di un territorio. Una richiesta di trasparenza e partecipazione che passa anche attraverso i percorsi della solidarietà perché ciò che succede nel giardino vicino al nostro potrebbe succedere anche a noi e perché, insieme, si possono acquisire forza e consapevolezza.

Succede che nei nostri percorsi di denuncia e di richiesta di trasparenza e partecipazione incrocino anche azioni e indagini svolte a livelli superiori. Il 29 gennaio 2015: avviso di garanzia al Sindaco e i carabinieri entrano in via Roma per sequestrare documenti –È stato il giorno più nero per la comunità mantovana, quello in cui si è sancita definitivamente la cancrena di un sistema politico-economico. Non un fulmine a ciel sereno perché anni di PARTITO DEL CEMENTO hanno lasciato in eredità a noi una città diversa da ciò che sarebbe stato più vicino alle esigenza dei cittadini e alla vita di comunità. Tra poco illustrerò vicende che interessano un decennio, 3 sindaci e 2 presidenti di provincia, ma che sono ancora lì in modo imbarazzante.

Perché circuiti mafiosi si insedino in un territorio, servono alcune condizioni di fondo:

1) la politica che diventa mera gestione del territorio dove più che all’interesse pubblico si guarda a consenso e a fare cassa.

2) l’appetito speculativo di soggetti privati che non hanno remore nel cercare di mangiarsi il territorio.

3) all’interno della privatizzazione di beni, territorio e servizi, anche la democrazia diventa stretta e “privata”: la partecipazione viene ridotta, i cittadini delegano passivamente.

Ne consegue che in questo scenario senza la presenza forte dei cittadini (portatori di un interesse pubblico), la politica è più libera di scegliere di sostenere l’interesse privato. Un sistema poco virtuoso che, incancrenito, apre la strada alle mafie comunemente intese.

Vediamo tre esempi che abbiamo seguito, macro-questioni sulle quali siamo intervenuti più volte con azioni dirette, inchieste e prese di posizione

 

  • IL CASO ESSELUNGA: “CARRELLI E CEMENTO”

è una storia che inizia nel 2001 quando l’area del Palazzetto dello Sport viene venduta dal centrosinistra a Coopsette all’interno di una operazione di Project financing che porterà alla costruzione del discusso Palabam: dalla sua inaugurazione, il vecchio palasport viene letteralmente abbandonato. Nel frattempo, il progetto di costruzione di un supermercato coop al posto del palazzetto rimane nel cassetto fino al 2012 quando il nuovo e contestato pgt del centrodestra riapre alcune partite edilizie dell’epoca del Sindaco Burchiellaro: tra queste c’è il Palazzetto. Nel frattempo la Victoria SRL, vicina alla catena commerciale Esselunga rileva l’area e intende costruire un grande supermercato a porta Cerese. Già qui si rileva un passaggio: da un centrosinistra e un potere economico privato vicino al centrosinistra ad un centrodestra con un potere economico privato vicino al centrodestra.

Comitati e associazioni (tra cui noi) si interessano al caso e iniziano una campagna di sensibilizzazione di protesta: a questa si affianca anche il centrosinistra, “forse” conscio dell’errore fatto anni prima. Al nuovo cambio di giunta però, il centrosinistra ora al potere non si dichiara più contrario alla struttura, ma vuole trattare in modo possibilista. E possiamo aggiungere che l’attuale Sindaco e l’assessore al Bilancio erano consiglieri di maggioranza quando iniziò questo brutto affare. Questo classico esempio di alternanza del “partito del cemento” si inserisce anche nella pesante contraddizione locale: una città di 47.000 abitanti che arriva a 100.000 con la cosiddetta Grande Mantova, vanta già 4 centri commerciali 12 ipermercati e una decina di strutture medie di vendita. Una densità di strutture DOPPIA rispetto alla media nazionale. Queste scelte, in più, sottraggono spazio alle attività di vicinato, con quello che questo tipo di commercio significa nelle relazioni di comunità, lasciando invece spazio a rapporti lavorativi che creano solo precarietà e sfruttamento.

2 Piazzale Mondadori: il buco nero, la “ground zero” nella città di MAntova

L’operazione edilizia attuata dalla giunta provinciale Fontanili, nel 2005 portò alla svendita del terreno della storica autostazione cittadina (e i relativi parcheggi) di piazzale Mondadori: una struttura di primaria importanza come l’autostazione centrale venne cancellata e scorporata in mini-stazioni passanti. Furono eliminati 90 parcheggi a pagamento (via Conciliazione) e oltre 200 posteggi gratuiti (area adiacente a viale Piave.  Il progetto prevedeva la realizzazione di 350 nuovi posti auto sotterranei: tutti a gestione privata. Il privato -la CIS che si costituì in “Forum Mondadori”- comprò tutta l’area per cinque milioni di euro per realizzare hotel, condomini, negozi e uffici: All’apertura del cantiere i primi problemi: nel 2007 vengono ritrovati i resti delle antiche mura della città. Nel 2009 il cantiere ha riaperto e, l’anno dopo, l’amministrazione Sodano ha dato nuovo impulso per il completamento dei lavori e per il passaggio di proprietà   (infografica Mondadori) A settembre 2010 la ditta “La Leale” di Roncoferraro rileva il 70% di Forum Mondadori pagando in contanti cinque milioni di euro (più o meno il valore iniziale dell’intera area). Ha aperto soltanto il parcheggio sotterraneo che non è mai riuscito a decollare, imponendo alla giunta di centrodestra un piano di eliminazione di ulteriori posteggi gratuiti nelle vicinanze per favorire questa impresa privata.  Tutto l’affare Mondadori si è dunque rivelato una fregatura per diversi soggetti che vi hanno messo mano.  La ditta costruttrice aveva addirittura proposto di (ri)vendere l’area del parcheggio agli enti locali (una cordata di Provincia, Comune e Camera di Commercio) per sette milioni di euro: una nuova vendita che servirebbe a terminare il resto del cantiere. La ditta proprietaria dell’area del cantiere ha dichiarato fallimento e piazzale Mondadori resta un buco nero della città.

Solo a titolo informativo vorrei aggiungere che la febbre edilizia, nella Provincia di Mantova in dieci anni ha portato alla scomparsa del 12,4% del territorio provinciale sotto colate di cemento.

Non parliamo solo di edilizia e centri commerciali, infatti…

La truffa dell’acqua

Anche nel mantovano il referendum del 2011 fu vittorioso: 165.000 mantovani e se non ricordo male, il 60% degli elettori mogliesi disse chiaramente: acqua pubblica e senza profitto. E invece siamo nel 2016 e l’acqua dei mantovani, faccio riferimento al caso Tea Acque, è in mano privata. Qui invece il gestore è Aimag che tra l’altro sta affrontando una situazione simile di apertura a soggetti privati. La gara per il socio privato fu scritta nel 2010 per conto del Comune di Mantova (amministrazione Sodano) con la consulenza di Stefano  Speziali, imprenditore di Roncoferraro nel campo della gestione idrica; questi, interrogato su un suo interesse diretto nella gara, negò categoricamente. Il Sindaco Sodano (Pdl), in seguito non si è mai espresso pubblicamente sulla gara. Nonostante il suo ruolo di consigliere Aato ai tempi dell’avvio della gara, di presidente dell’Ufficio d’Ambito ora, di consigliere provinciale ed ex Sindaco (Pd) di Roncoferraro, Candido Roveda non ha mai negato “la necessità del privato che porta investimenti” anzi… . Dal canto suo, il Presidente di Tea, Luigi Gualerzi (in quota Lega Nord), pur amministrando un ente pubblico, anche dopo il vittorioso referendum del 2011 confermò che “l’affidamento al privato è l’unica strada percorribile”. Nei Comuni soci di Tea Acque, nessun Sindaco ha alzato la voce contro la privatizzazione in corso.

Le buste con le offerte per il socio privato vennero aperte furbescamente in piena estate 2013: della cordata vincitrice di quel 40% fa parte la STA di Speziali, il consulente che si dichiarava “disinteressato” alla gara. Era necessario privatizzare quando i cittadini hanno chiesto il contrario? Certo è che la scelta fatta ha tutte le caratteristiche opposte. Tutelare e garantire i cittadini è un costo contrario alla logica, privatistica, del profitto.

Sottolineo l’appartenenza per rendere evidente la portata politica della vicenda. Non c’è centrodestra o centrosinistra che tenga, l’unico interesse ad essere rispettato è quello privato e di pochi contro il bene comune dei cittadini. In questo caso c’è persino l’esplicita negazione della volontà popolare scaturita dal referendum del 2011.

Ecco, davanti a questi esempi non c’è la mafia comunemente intesa e per questo, lascio l’interrogativo su come vada definita una azione in cui in testa ai cittadini vengono operate scelte miopi da parte della politica che vanno a sostegno dell’interesse privato.

 

COSA SI PUÒ FARE?

 

La prima cosa da fare è prendere coscienza, anche se si è inizialmente in pochi e sembra tutto insormontabile. Ai cittadini negli ultimi decenni è stato insegnato a delegare: ogni cinque anni si vota una X sulla scheda e poi tanti saluti. Spesso chi diventa sindaco scambia la richiesta di un lampione e di un marciapiede in ordine come “partecipazione” ma questa è una narrazione infelice che lascia totale mano libera al binomio politica / interesse privato. Ancora peggio quando la politica invece di aprirsi si trincera dietro le formule dei tecnicismi come l’azzeccagarbugli con il povero Renzo dei Promessi Sposi.

Il linguaggio di certa parte della politica ha volutamente allontanato i cittadini dai luoghi delle decisioni e delle scelte e questo ha creato vuoti spesso riempiti da interessi più o meno leciti, molto diversi da quelli di una comunità, alla quale viene lasciata la “opportunità” di ricorrere alla magistratura. Prendere atto dei problemi, studiarli per sviscerarli e portarli a conoscenza delle persone sono solo il primo passo per organizzarsi, incidere e portare ad un vero cambiamento. L’emergenza deve diventare capacità di consapevolezza. Non esiste la sindrome di Nimby -non nel mio giardino-, ma l’urgenza di decidere insieme come deve essere questo giardino, capace di ospitare una comunità ora e nel futuro. Per questo dobbiamo agire per colmare il vuoto lasciato da una rappresentanza politica sempre più distante dal cittadino o, alla peggio, invischiata con processi economici non trasparenti. Se i cittadini sono consapevoli e attenti, ed esigono spazi partecipativi veri, di rimando gli spazi per i furbetti e per gli appetiti economici più o meno legali trovano la strada sbarrata.