IL “CIAONE” COSTITUZIONALE DI CONFINDUSTRIA E FMI

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logo-comitato-no14Nel dibattito referendario sulle modifiche alla Costituzione sembrano esserci solo due strade: gli infiniti tecnicismi che rimangono di difficile comprensione per i cittadini oppure la schermaglia politica di chi vuole esasperare lo scontro incentrandolo sui personalismi. Tuttavia incuriosiscono alcune prese di posizione a favore della riforma costituzionale provenienti da settori economici che, a prima vista, possono sembrare estranei alla sfida referendaria.

Poche settimane fa la Confindustria ha previsto che la sconfitta del governo alla prova di ottobre causerebbe  il calo del Pil, l’aumento dei poveri e la diminuzione degli occupati. Molto più recente è la presa di posizione del Fondo Monetario Internazionale che, rivedendo al ribasso le stime di crescita economica dell’Italia dopo il caos della Brexit, ha affermato che una vittoria del No avrebbe sicure “ripercussioni” nel campo degli investimenti. A parte i toni apocalittici, sono due sostegni importanti alla riforma voluta dal Governo Renzi, ed entrambi fanno tornare in mente la ricetta di Jp Morgan, la banca d’affari statunitense considerata responsabile della crisi dei subprime: il gigante della finanza globale nel 2013 pubblicò un documento in cui, nel suggerire ai governi europei le solite violente riforme improntate all’austerity, proponeva in modo esplicito di “liberarsi dalle costituzioni antifasciste influenzate da idee socialiste”. Questo nel documento di Jp Morgan significava cambiare la condizione di “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e di governi centrali deboli nei confronti delle regioni; limitare le tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo”. Messi insieme questi sono i classici tre indizi che fanno una prova: nello specifico tre attori economici che condizionano la linea politica ed elettorale del Governo e dei cittadini. Confindustria ed Fmi sono tra i soggetti che, in Italia come in tutta Europa, hanno utilizzato gli ultimi governi per avere “mano libera” di fare profitto sull’ambiente, di privatizzare, di precarizzare le condizioni di lavoro di milioni di persone e di prendere a martellate lo stato sociale; non a caso ora sibilano il loro appoggio al governo Renzi e alla sua “riforma” della carta costituzionale.

Basterebbe questo per intuire qual è la vera posta in gioco del referendum di ottobre e scegliere da che parte stare: o con la dittatura del mercato che con la complicità dei governi marcia verso una inquietante post-democrazia, o con chi sceglie di dire un secco “No” per  fermare questo disegno e scegliere un percorso diverso che sia in nome dei cittadini e non del mondo finanziario.

Kraftwerk: il futuro è (ancora) adesso

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IMG_20160725_225951781-01Nella loro carriera i Kraftwerk sono sempre andati “oltre”: le barriere musicali, i confini spaziali e quelli temporali; lo show in 3D andato in scena all’Arena di Verona è soltanto l’ultimo tassello di un enorme mosaico futurista. Dopo quarant’anni di carriera, Ralf Hütter, l’unico superstite della formazione originale, riesce nell’impresa di traghettare i Kraftwerk verso il futuro con uno spettacolo letteralmente fantascientifico. Tra le migliaia di persone accorse nella città scaligera si riconoscevano nomi noti della scena electro e tra i fan c’era anche chi si è fatto centinaia di chilometri per assistere ad uno dei concerti dell’anno.

Per entrare meglio nell’avanguardia artistica della band nata a Düsseldorf, agli spettatori è stato consegnato un paio di occhiali 3D per gustare al meglio l’esperienza visiva. Da subito l’evento è decollato grazie ad una dimensione sonora perfetta che ha dato ulteriore carica a versioni energiche dei capolavori della band, unita ad un immenso lavoro di stereoscopia che ha permesso l’ingresso nell’immaginario creato dai Kraftwerk: autostrade, centrali elettriche, incubi nucleari, laboratori spaziali, Volkswagen e treni ad alta velocità in cui, tra malcelata ironia e nostalgia del futuro, c’è dentro tutta la Germania avveniristica di metà anni Settanta. E il concerto all’Arena riconferma pienamente la teoria per cui tutta l’elettronica venuta dopo di loro (new wave, synth-pop, techno etc.), è profondamente debitrice dello sforzo artistico dei quattro pionieri tedeschi che salgono puntuali sul palco con le loro tute spaziali dalle linee colorate che ricordano quelle del film “Tron”.

In una prima fase dello show tutta incentrata sulla produzione dedicata al mondo dei calcolatori elettronici, su “Numbers” il pubblico va in delirio e, allo stesso tempo, entra in uno stato ipnotico sulle evoluzioni di numeri verdi che sembrano uscire dallo schermo e ricordano le fantasìe alla Matrix. Allo stesso modo si fa notare “It’s more fun to compute” in una versione –se possibile- ancora più cibernetica dell’originale. “Pocket Calculator” è nota per le sue diverse versioni tradotte e arriva qui nella sua traduzione italiana con alle spalle della band un calcolatore le cui trasformazioni visuali vanno di pari passo con le evoluzioni del sintetizzatore. Inizia a piovigginare in Arena, ma il pubblico non se ne cura rapito da questa esperienza video-musicale. Sulla elegante suite meccanica di “The Man-Machine” presa dall’omonimo album capolavoro che indagava il rapporto tra l’uomo e la tecnologia, le immagini che l’accompagnano sono ispirate al costruttivismo russo e seIMG_20160725_221014824_HDR-01mbrano contenute a fatica dal maxi-schermo. ”Spacelab” segna il decollo vero e proprio della serata:  la sognante e malinconica traversata stellare del 1978 è impreziosita dalle immagini coinvolgenti della plancia di comando di una nave stellare, mentre il “satellite Kraftwerk” proiettato in 3D entra nell’orbita veronese espande la realtà virtuale andando incontro alle migliaia di spettatori dell’Arena. Grandi emozioni su “Autobahn”, la title-track dell’album che trasformò i Kraftwerk in una leggenda internazionale: Hütter canta facendo il verso in modo iconoclasta ai Beach Boys di “Barbara Ann” con il suo “Wir fahr’n, fahr’n, fahr’n auf der Autobahne dietro di lui si alternano scene idilliache di autostrade teutoniche dominate da automobili Volkswagen e Mercedes-Benz. Due versioni distanti nel tempo di “Tour de France” vengono fuse come fossero tappe della stessa corsa ciclistica sulle immagini tratte dall’artwork del disco del 2003. Sui binari virtuali ed il minimalismo grafico del treno ad alta velocità che unisce l’Europa, scorre elegante la celebre “Trans-Europe Express” che come una locomotiva aumenta continuamente il ritmo prima di giungere in stazione e terminare l’esibizione dei quattro.

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Il bis viene infatti aperto dai quattro manichini-androidi in camicia rossa e cravatta nera che annunciano la super-hit “The Robots”: il pubblico esplode in un boato mentre lentamente il brano prende forma e i quattro automi si muovono interpretando la canzone con quel gusto fantascientifico a tratti infantile che ha fatto sognare generazioni di fan. Ogni robot sullo schermo 3D sembra poi uscire per raggiungere e afferrare il pubblico in uno dei momenti più attesi e più emozionanti dell’intera esibizione. Tornati sul palco i Kraftwerk, la serata dell’Arena termina con una lunga cavalcata electro che passa in rassegna “Boing, Boom Tschak”, “Techno Pop” e “Music non Stop” con i quattro che lentamente lasciano la propria postazione fino al turno di Ralf Hütter, che saluta in italiano, inglese e tedesco nell’unico momento di interazione “umana”.

Kings of Convenience live al Vittoriale

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20160717-Vittoriale_KingdsOf Convenience-8 Minimale, raccolto, magico: con queste parole si potrebbe descrivere in breve il meraviglioso concerto che i Kings of Convenience si sono esibiti sul palco dell’anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera all’interno del festival “Tener-A-Mente”. Reduci dal doloroso lutto che li ha colpiti, Erlend Øye e Erik Glambek Bøe hanno incantato il pubblico attingendo dal loro repertorio spogliandosi di scenografie e altri strumenti, rimanendo sul palco da soli con le loro melodìe e le loro chitarre acustiche; in barba a tante mode di passaggio il loro indie-pop non invecchia e mantiene solidità e freschezza. La fragile emotività di “Winning a battle, losing a war” cantata magistralmente a due voci è stato il brano di apertura proprio al momento dell’imbrunire sul lago di Garda. I due quarantenni norvegesi in forma smagliante hanno scherzato continuamente creando un forte rapporto empatico con i fan. Scorrono le ballad “Toxic Girl” e “Singing” tutte tratte dal primo album del duo come la spensierata e marittima “I don’t know what I can save you from”. Su “boat behind” il pubblico ha iniziato ad alzarsi per raggiungere l’area antistante il palco (caldamente invitato da Erlend Øye) e poco dopo sulla hit “I’d rather dance with you” tutto il Vittoriale ha ballato al suono della chitarra di Erik. Nel bis la band ha regalato una splendida versione di “Misread” ed una superlativa interpretazione live di “Homesick”. Prima di lasciare il palco i Kings of Convenience suonano “little kids” con Erlend che si siede e si contorce a terra cantando tutta la dolcezza che quel brano sa esprimere e caratterizzando la notte gardesana.