L’Apocalisse della Fuzz Orchestra a Brescia

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img_20161105_243023602-01Fuoriusciti da una voragine apertasi per l’imminente Apocalisse, la Fuzz Orchestra dei tre profeti della catastrofe, è giunta al Lio Bar di Brescia per scagliare anatemi sulfurei. L’oscura matrice dei Black Sabbath incontra Morricone e numerosi sample vocali cinematografici che sostituiscono il cantato e, insieme, viene dichiarata la lotta armata ad un’Italia corrotta, egoista e ammalata di fascismo e perbenismo. Queste le premesse per il live incendiario del trio milanese che giunge al termine del lungo tour dell’ultimo album, “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”: l’intro inquietante de “l’uomo nuovo” riprende il discorso dell’anarchico di “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmuller. Luca Ciffo ipnotizza con il riff iniziale de “Nel nome del padre” suonato sulla sua Diavoletto, mentre Fabio Ferrario dai suoi aggeggi digitali ed analogici tira fuori voci e suoni maledetti direttamente da un film del 1962; Paolo Mongardi coglie la palla al balzo e scatena la prima sfuriata del concerto. “Todo Modo” è un assalto sonoro che dal vivo sprigiona una energia devastante dove il gioco strumentale oscilla tra heavy e prog: le parole, tratte dall’apocalisse di san Giovanni e dalle profezie di Isaia prendono vita e ballano una danza macabra con citazioni dell’omonimo film di Elio Petri del 1976. La violenza di “Il terrore è figlio del buio” si accompagna magistralmente ai campioni che Mongardi pesca, questa volta dal capolavoro “Il settimo sigillo”. E proprio il 4 novembre, anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, la carica eversiva di “Morire per la patria” risuona con forza nel locale bresciano: non ci sono patacche nazionaliste o medaglie postume per morti in trincea, ma la forza chitarristica di Ciffo che detta la linea alla band per vomitare rabbia antimilitarista contro il genocidio di giovani contadini  e operai voluto da industriali e generali, che echeggia nelle parole  di Gian Maria Volontè in “Uomini Contro”.

Referendum Costituzionale: la partecipazione ridotta ad una televendita

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stream_imgIl dibattito referendario è sempre più caratterizzato da slogan, generalizzazioni ed offerte speciali che non aiutano a comprendere la natura del contendere. Se è ormai chiaro a tutti che questa riforma sia stata dettata da organismi finanziari stranieri e che il Premier Renzi voglia incarnare questo referendum come una sfida personale, meno comprensibili sono invece diversi problemi nel merito della riforma.
I sostenitori del Sì e i dirigenti del Partito Democratico, ripetono che la riforma “aiuta la partecipazione dei cittadini, facilitando il quorum ai referendum ed inserendo l’obbligo, attualmente inesistente, di discutere in parlamento delle leggi di iniziativa popolare”. In questi anni ho partecipato a campagne referendarie come quella del 2011 per l’acqua pubblica (referendum poi tradito dagli ultimi governi tecnici) oltre a diverse raccolte di firme per leggi da presentare al Parlamento e, in virtù di questo impegno, ritengo errata e ingannevole la propaganda del sì.
Attualmente, per presentare una legge di iniziativa popolare, i cittadini devono raccogliere 50.000 firme senza nemmeno la garanzia che il loro impegno venga riconosciuto ed il progetto di legge discusso nell’Aula Parlamentare; una cifra di firme di per sé non facile da raccogliere per organizzazioni di lavoratori o di cittadini.  Come in una televendita, la riforma alza la posta in gioco con una offerta speciale dicendo che “se i cittadini raccolgono il triplo delle firme, ovvero 150.000, noi ci mettiamo anche la garanzia che la discuteremo”.
Inoltre, per indire un referendum oggi i cittadini devono raccogliere 500.000 firme: la riforma sulla quale dovremo esprimerci il 4 dicembre  con uno sciagurato quesito unico, ricalcola anche il quorum necessario sulla base dell’ultima elezione, ma lo fa aggiungendo altre 300.000 firme, portando il totale da raccogliere a 800.000 firme. In questa telepromozione continua siamo di fronte al gatto e alla volpe di Collodi che dicono al cittadino di sotterrare i propri zecchini per far crescere una pianta d’oro.
Se poi aggiungiamo che il Senato non cessa di esistere, ma a partire dal pastrocchio dell’articolo 70 si trasforma in uno strano ibrido in cui la sola cosa chiara è che i cittadini non eleggeranno più i senatori, e che l’articolo 117 accentra pericolosamente le competenze in materia di infrastrutture ed energia togliendole alle Regioni, diventa sempre più chiaro il ruolo periferico e marginale dei cittadini.

Il 4 dicembre possiamo tuttavia scegliere se cedere alle lusinghe di chi ha in mente un sistema in cui la partecipazione è un intralcio nella gestione del potere e degli interessi economici, o dichiarare un “NO” netto a chi sta costruendo una post-democrazia svuotata di tutti i suoi princìpi fondativi.

Fire in Casalecchio: The Cure live 2016

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img_20161029_220900000-01Il mito, la leggenda: melodìe e arrangiamenti che superano le barriere del tempo e sembrano infischiarsene delle rughe e delle mode che cambiano. I Cure sanno che i fan italiani sono tra i più esigenti e calorosi, per questo nella prima data italiana del loro tour suonano pezzi noti e meno noti, fino allo sfinimento e alla commozione, portando all’estasi collettiva le migliaia di appassionati che affollano l’arena di Casalecchio di Reno. I The Twilight Sad aprono la serata con uno show epilettico: la band rivelazione degli ultimi anni suona quarantacinque minuti di efficace post-punk, erede diretto dei Joy Division al tempo degli Interpol.
Quando i Cure salgono sul palco i fan si uniscono in un boato: scorrono Reeves Gabriels, Jason Cooper, Robert Smith, Simon Gallup e Roger O’ Donnell che si mettono ai loro posti di combattimento e parte, dolcemente malinconica, “Plainsong”. A seguito arrivano ballate di pop-oscuro di successo come “Pictures of you” e “A Night like this”. “Push” alza il tiro aumentando il battito e le distorsioni. Il synth-pop del periodo “Japanese Whispers” emerge nella danzereccia “The Walk”. Su ogni brano il bassista Simon Gallup gira, saltella e si mette in posa con un piede sulla cassa spia: ciuffo e basette rockabilly, trucco pesante e canotta degli Iron Maiden caratterizzano il personaggio che regge le speciali intelaiature di basso della band. “Shake dog Shake” è un ipnotico hard-rock psichedelico in cui Smith ruggisce e scatena il pubblico. Dal passato della band arriva un brano conosciuto dagli intenditori e sicuramente molto atteso: il fascino sublime e decadente di “Chaimg_20161029_211556847-01rlotte Sometimes”, ballata spettrale per sintetizzatori, avvolge con un manto oscuro tutta l’arena. “Lovesong”, magnifica nella sua semplicità romantica, conferma l’attenzione che la band dà dal vivo alle canzoni dell’album “Disintegration”. “Just like heaven”, “From the edge of the deep green sea” e una lenta e mesmerizzante “Prayers for rain” portano il set principale verso la sua conclusione su una commovente “Disintegration”.
I Cure tornano sul palco: Robert Smith scherza e sorride con il pubblico. Il folletto dark di Crawley invecchia, ingrassa, ma rimane musicista sopraffino ed una icona imprescindibile. Il primo bis colpisce al cuore i fan di vecchia data: dopo avere intonato tutti insieme “happy birthday” al tastierista O’Donnell, in rapida successione arrivano colpi di darkwave funerea come “At night”, “M”, “Play for today” il cui coro sulle note del sintetizzatore infiamma tutta l’arena, e la magia angosciante di “A Forest”, con il suo caratteristico connubio di basso e batteria post-punk su cui si stagliano le tastiere e la voce eterea di Smith. Il secondo bis presenta, tra le altre, una devastante “Fascination street” e la straziante dark-ballad “Burn” nota per la colonna sonora del film Il Corvo.
img_20161029_220654037-01E c’è ancora tempo per le ragnatele proiettate sugli schermi durante “Lullaby” con Robert Smith che canta e balla goffo come appeso ad una tela di ragno; “The Caterpillar” caleidoscopica nei suoi e nei colori del light-show. Per il gran finale Arrivano le super-hit “Friday I’m in love” e “Boys don’t cry”, fino ad una incendiaria e conclusiva “Why can’t I be you”. Si accendono le luci, il trucco è ormai sbavato, ma la magia resta nelle migliaia di persone che si guardano negli occhi dopo due ore quaranta di rituale laico.

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Credits: i video sono stati realizzati da Davide Barbieri