GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci

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La Ribellione non è un pranzo di gala

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517e4a585e690aead52dec42c2be30ba4c52ad77Girare Rogue One come spin-off di Guerre Stellari per mettere un tassello tra episodio III e IV è stata una scelta coraggiosa e parzialmente riuscita: se la struttura come le musiche variano con ammirazione rispetto alla ricetta base, la continuità narrativa con “una nuova speranza” viene garantita, nonostante in alcuni casi ammicchi troppo ai fan. Il bagnetto rilassante a cui si sottopone Darth Vader per sopravvivere alle ferite di guerra e alcuni dialoghi (complice un doppiaggio da arresto) indurrebbero ad uscire dalla sala; tra queste c’è l’inascoltabile “stellina”con cui Galen Erso chiama la figlia ed il file proibito che, nella versione originale è un più elegante e galattico “stardust”. In due ore e dieci c’è comunque di più: le piccole scene Vader sono una meraviglia in cui il villain mantiene intatto tutto il suo inquietante carisma. Allo stesso modo le scene di guerra con gli X-Wing in volo e tanti droidi e mecca-aggeggi in giro danno senso a tutto l’impianto. La continuità profonda torna pensando ad Han Solo che, nel 1977, parlava della Forza come “semplici trucchi e idiozie” e Chirrut Îmwe esplicita meravigliosamente perché: crede nella Forza ma, non padroneggiandola come un Jedi, appare come un fanatico religioso. La battaglia urbana a Jedha City evoca un misto tra la guerriglia palestinese contro l’occupante israeliano a Gerusalemme e l’attentato gappista di via Rasella: mai come in questo film la Ribellione all’Impero fascista galattico assomiglia ad una qualsiasi pellicola degli anni Sessanta/Settanta sulla Resistenza Italiana, Jugoslava, Francese o Sovietica; quei “film partigiani dove i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi”. Jyn e Cassian come novelli Iris Versari e Silvio Corbari, e Saw Gerrera come leader del settarismo galattico.
Viva l’Alleanza Ribelle, viva la Resistenza!

Intervista a Luciana Castellina

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imageL’Onorevole Luciana Castellina è tornata a Berlino per una serie di appuntamenti: presso la libreria Mondolibro ha presentato il suo ultimo libro “Guardati dalla mia fame”, incentrato sulle lotte bracciantili in Puglia nell’immediato dopoguerra. Presso l’Istituto di Cultura Italiana ha invece partecipato alla tavola rotonda di presentazione dell’edizione tedesca di “Il sarto di Ulm- una storia possibile del PCI” – “Der Schneider von Ulm – eine mögliche Geschichte der KPI” di Lucio Magri. La giornalista e scrittrice ha concesso una intervista in cui parlando di storia, di cultura e di politica, sono state delineate le contraddizioni di un passato rimosso e di un futuro ancora da inventare.

(pubblicata su IlNuovoBerlinese.com)

Il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale  e gli inizi del cosiddetto “miracolo economico” è sparito dalla storiografia ufficiale e soprattutto dalle riflessioni del mondo politico-culturale di sinistra: come spiega questa forma di amnesìa?

Non credo si tratti di una amnesìa, ma di una precisa operazione politica, ovvero far dimenticare e  cancellare quel periodo e più in generale il ventesimo secolo che è stato dipinto come un secolo di orrori e di errori. Certamente ci sono stati ma il novecento è stato anche il secolo di grandi avanzamenti e di grandi lotte sociali. Il movimento operaio dalle condizioni di fine ottocento ha via via conquistato il welfare state, l’istruzione di massa, i diritti delle donne; e poi ancora tutti i movimenti di liberazione del terzo mondo. È stata compiuta una operazione di risposta a tutto questo processo per bloccarlo e presentarlo ai più giovani come un secolo di disastri: cancellare il passato è il modo migliore per cancellare l’avvenire; se non si ha la cognizione di come le cose sono cambiate, non può capire che potranno cambiare ancora e si rimane bloccati in questo presente. La leadership del Partito Comunista Italiano e quella del Partito Socialista Italiano, e più in generale tutta la socialdemocrazia europea, hanno contribuito a questa cancellazione perché era il modo migliore di poter dire che “questo è il migliore dei mondi possibili”; per il Pci questa è stata una vera rottura, una decostruzione della storia e dell’identità che è servita a rifarsi una verginità.

La storia politica di fine anni Quaranta ci racconta di una intensità a tratti incredibile: una classe intera in lotta per la propria dignità, partiti politici interni al proprio popolo di riferimento ed un insieme di congegni di solidarietà e resistenza sindacale che davano energia alle lotte sociali. Oggi, con un sindacato indebolito, partiti ridotti al lumicino, leader distanti dal popolo che vorrebbero rappresentare ed una diffusa cultura individualista, quanto è importante recuperare il patrimonio ideale e conflittuale del dopoguerra?

Io credo che la costruzione della democrazia in Italia sia stata caratterizzata da una specificità partecipativa molto intensa nel dopoguerra. La sensazione che la democrazia fosse partecipazione attiva alla politica e alla deliberazione delle decisioni: la democrazia è questo, non solo i diritti che ne riducono il significato. Quel livello di partecipazione, il protagonismo delle masse, ha posto le condizioni per un cambiamento profondo della società: lo stesso Pci, diversamente da alcuni suoi partiti fratelli, non era un partito di èlite o di avanguardia, bensì un partito di massa che aveva la capacità di imporre una spinta dal basso pur stando all’opposizione.
Tutti citano l’articolo 3 per la parte sulla “rimozione degli ostacoli che limitano il diritto alla libertà e all’uguaglianza”, ma quell’articolo dice soprattutto che il principale dei diritti dei cittadini è quello di contribuire alla deliberazione e alle decisioni della vita politica. Questo impoverimento della democrazia è il tratto più caratteristico di quello che è accaduto e in parte viene espresso dall’astensionismo e dalla perdita dell’idea di una collettività responsabile. Quando nel 1973 venne fondata la Trilateral, l’organismo transnazionale di Rockfeller, Kissinger e diversi poteri forti occidentali, si iniziò a parlare di “troppa democrazia”  e del fatto che “la complessità dell’economia non può essere gestita dai parlamenti”. Dagli anni Ottanta in poi è esattamente quello che si è verificato: le decisioni fondamentali oggi non sono più prese dai parlamenti, ma dettate dal mercato e questo spiega anche la mancanza di fiducia nella politica; i partiti, inoltre, sono diventati così simili gli uni agli altri nello stesso orizzonte economico.

Nel suo libro si parla apertamente di violenza popolare: la fame e l’autodifesa dalla repressione scelbiana sono state l’innesco, ma secondo lei quanto contava l’idea, ancora diffusa tra le masse popolari,  di essere prossimi alla “rivoluzione” e alla resa dei conti?

Rivoluzione è una parola grossa, pensavano semplicemente che finalmente era arrivato il momento della giustizia che non è una rivoluzione ma una conseguenza della libertà. C’era la volontà di rimuovere il potere che fin lì aveva governato: la rivoluzione è un atto illegittimo di insubordinazione, mentre lì c’era la legittima aspettativa  -una attesa messianica- di una nuova stagione di cambiamento. Certo, i braccianti manifestavano con cartelli con scritto sopra “Viva l’Unione Sovietica” perché lì era stata data la terra ai contadini, ma in un certo senso, caduto il fascismo, la rivoluzione c’era già stata.

Lei ha raccontato dei suoi viaggi nella Germania Est negli anni Cinquanta, avvenuti in modo “illegale” dato che lo Stato Italiano non permetteva ai comunisti di espatriare nei paesi estranei alla Nato: in quel clima e in quell’epoca che idea si era diffusa riguardo la neonata Repubblica Democratica Tedesca?

È difficile da dirsi, perché all’epoca se l’Unione Sovietica era popolare, la Germania dell’Est non lo era –soprattutto perché non erano popolari i tedeschi-. Io mi ricordo che passai più volte di qui per andare “dall’altra parte”. Una volta feci un viaggio intero nella DDR, quando una delegazione della FGCI venne invitata dalla FDJ (l’organizzazione giovanile della Germania Est ndr) e mi ricordo delle campagne in cui la riforma agraria aveva modificato l’assetto economico-produttivo, mentre a Occidente permanevano esempi di grande latifondo degli junker. Le zone agricole della DDR erano come il nostro meridione e quindi considerate “arretrate”, ma proprio lì erano state organizzate scuole e servizi capillari che mi colpirono molto. Ho anche un particolare ricordo di quando andavamo a sentire Brecht al Berliner Ensemble . Credo ci sia poi stata una lenta degenerazione, la cui fase più grave durante il breznevismo che ha avuto riflessi significativi anche nella Germania Est.

Nell’anniversario della caduta del Muro lei ha ricordato alcune criticità rispetto alla cosiddetta “rivoluzione pacifica” del 1989, tra cui il fatto che le promesse di libertà e ricchezza fatte dall’occidente non sono state mantenute. Venticinque anni dopo è possibile tornare a parlare di socialismo?

Intanto bisogna avere ben chiaro il concetto di socialismo: per me è la possibilità di coniugare finalmente libertà e uguaglianza e rimane un traguardo a cui arrivare. Per ora non ci è riuscito nessuno come ad esempio non c’è riuscita la rivoluzione francese che ha introdotto maggiori libertà ma non l’uguaglianza, né la rivoluzione sovietica che per raggiungere l’uguaglianza ha abolito la libertà. Non voglio però rinunciare all’idea di un socialismo che è la ricerca di una società che riesca a garantire entrambe.   Come farlo e che tipo di sistema adottare resta ancora indeterminato, ma questo sistema irrazionale in cui viviamo oggi può suggerirci molto.

In Italia oggi la figura di Matteo Renzi ed il suo approccio politico sembrano egemoni: lei come spiegherebbe il fenomeno del “renzismo”?

Il renzismo è l’ultimo risultato di un processo iniziato molto tempo prima, ovvero quello della deliberata distruzione dell’identità, della memoria e di tutto ciò che era la forza della sinistra italiana. Già negli anni Ottanta si evidenziava la crisi della politica e dei partiti: si potrebbe dire che il Pci si era sciolto dieci anni prima del 1991, essendo già cambiato molto; la politica era ormai tutta concentrata nelle sedi del potere, nelle istituzioni locali e non più come moto partecipativo del popolo. Più in generale la politica lentamente è tornata ad essere affare per “lor signori”, i quartieri popolari delle grandi città che erano pieni di vita sono stati desertificati culturalmente. Tutto questo, all’interno di un processo storico, ha portato all’idea che “democrazia” fosse sinonimo di “decisionismo”: il trapasso dagli anni Ottanta agli anni Novanta è stato drammatico, così come l’epoca di Tangentopoli dove si è sentita forte la crisi dello Stato. La politica è diventata mera gestione del potere e ha allontanato i cittadini dalla partecipazione. Solo in coda è arrivato uno un po’ bulletto che ha iniziato a dire “decido tutto io” e “non perdiamo tempo in chiacchiere”. E non gli è nemmeno così facile perché la società italiana è molto più viva di quanto non si pensi, basta vedere le mobilitazioni dei lavoratori della scuola e degli studenti, così come tutte le opposizioni sociali che trova in giro per il Paese; una certa tradizione della “politicità”, anche se frantumata e caotica, è rimasta e non si riconosce nei partiti.

Intervista a Giuseppe Culicchia

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511253GYX6L._AC_UL320_SR228,320_Lo scrittore Giuseppe Culicchia, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, ha partecipato ad un evento letterario sulla sua narrativa, inframmezzato dalla lettura in italiano ed in tedesco della sua opera prima, “Tutti giù per terra”, uscito l’anno scorso in una versione “remix”, esattamente vent’anni dopo la pubblicazione originale. Dopo l’incontro, Culicchia ha concesso una breve intervista Scrittore, giornalista e traduttore, Culicchia ha ripercorso gli inizi della sua carriera davanti al pubblico dell’IIC, proprio a partire dalla genesi di “Tutti giù per terra” e da una manciata di racconti scritti all’estero durante una fase particolare della vita dell’autore all’epoca impiegato come bibliotecario. In quell’opera esordiva la figura di Walter Verra, il primo “precario della narrativa”: si fotografava la realtà di una generazione che con ironico distacco rifiutava il posto fisso, il mondo operaio e soprattutto il carrierismo senza la percezione che quel mondo industriale era prossimo alla scomparsa. Culicchia spiega che nonostante diverse ristampe, anni dopo il contesto storico e sociale lo stimolò a riprendere quel testo e ad “adattarlo” ai tempi. “Tutti giù per terra remix” è uscito proprio nel ventennale della prima pubblicazione e descrive un giovane Walter Verra degli anni Duemila che vive le insicurezze e la precarietà a livello generazionale e che, per questo, cova dentro una rabbia latente contro questo sistema. Parlando di Torino e di Berlino, lo scrittore ha evidenziato alcune profonde connessioni culturali tra le due città ed ha ricordato il suo primo viaggio nel 1996, quando la città era ancora piena di “vuoti” e portava con sé tutti i segni del Novecento.

(originariamente pubblicata sul sito Ilnuovoberlinese.com)

In “Tutti giù per terra”, il Walter Verra originale guarda la realtà con uno sguardo distaccato, quasi cinico: il Walter Verra “Remix” che visione ha del mondo?

Walter del 1994 più che il cinismo, usa l’ironia (e l’autoironia) per guardare il mondo che lo circonda e quella è la sua unica arma di difesa; cerca di non prendersi troppo sul serio e di non prendere sul serio la realtà. Il Walter di oggi è più arrabbiato, perché avverte che gli è stato rubato il futuro e si ritrova a dover vivere una vita in un momento storico in cui non è mai stato così difficile per un ragazzo di vent’anni riuscire a pensare che fare della sua vita. Questo provoca in lui una “giusta rabbia” perché un paese che tiene al suo futuro, dovrebbe pensare ai giovani, all’educazione e quindi al lavoro; questo invece non viene fatto e sconteremo i danni per molto tempo nonostante oggi ancora non ce ne rendiamo pienamente conto.

Che rapporto hai con la trasposizione cinematografica di “tutti giù per terra”?

All’epoca quando uscì fu da un lato un piccolo shock perché naturalmente io mi ero immaginato il libro in un modo e legittimamente il regista se l’era immaginato a modo suo: tanto per cominciare aveva dato facce ai miei personaggi e poi una sorpresa piacevole, ovvero l’intuizione realizzare una colonna sonora con le band indipendenti della scena italiana degli anni Novanta che aiutava a rendere il ritmo sincopato del libro, caratterizzato da capitolo e paragrafi molto brevi (mi ero ispirato al primo disco dei Ramones). Davide Ferrario è riuscito a tradurre tutto questo in immagini.

Si parla molto della gentrificazione di Berlino che sta trasformando i quartieri della città: come vedi questo fenomeno in rapporto a città come Torino e ai suoi mutamenti?

L’imborghesimento di quartieri un tempo popolari delle città europee è un fenomeno che riguarda tante altre città europee come Londra e Parigi; luoghi che un tempo appartenevano alla classe operaia ad un certo punto vengono stravolti. Ricordo bene la Berlino degli anni Novanta, ma non perché avevo vent’anni in meno, ma perché aveva molto più fascino. Purtroppo anche i “vuoti” avevano ragione d’essere: Potsdamer Platz, ad esempio, era molto meglio vuota che così come l’hanno riempita. Mi ricordo Kastanienallee tutta nera e scrostata, mentre ora è piena di locali trendy e negozietti. Per non parlare poi della Neue Schonhauser Allee dove sembrava che i russi se ne fossero andati poco prima e invece ora è il paradiso del consumismo. È vero anche che le città non possono essere il museo di sé stesse e quindi il cambiamento a noi può non piacere, ma fa parte della loro vita. Noi viviamo il tempo della “gentrification” e chissà quale sarà il cambiamento di Berlino tra trent’anni: questa è una città in continuo rinnovamento, che è uscita da tragedia immani; i nuovi ricchi si stancheranno -si annoiano in fretta- e se ne andranno.

Con la crisi di valori attuale che ruolo hanno o dovrebbero avere gli intellettuali?

Io non sono un intellettuale e quindi non ti so rispondere: penso però che se una volta Jean-Paul Sartre prendeva posizione contro la guerra d’Algeria e scriveva un articolo su Liberatiòn questo aveva una certa risonanza e poteva smuovere le coscienze; poteva far riflettere e avere conseguenze pratiche. Oggi il ruolo dell’intellettuale è ormai marginale perché questo mondo vive in funzione dell’economia ed ha più peso quello che dice il banchiere rispetto a quanto dice lo scrittore. Questa è la realtà di oggi: il denaro ha vinto su tutti i fronti, ma è una vittoria di Pirro perché è un sistema destinato ad implodere. Non serve citare Marx perché prima o poi si dovrà fare il conto con il fatto che questa Terra non sopporta questo stile di vita.