We’re in this together: Massive Attack live a Mantova

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massive.jpgIl duo storico dei Massive Attack, insieme ad una live-band eccezionale, infiamma piazza Sordello con un’ora e mezza di vibrazioni electro-rock e messaggi politici radicali.

Sono ancora Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall i portabandiera della rivoluzione elettronica che da Bristol si è diffusa in tutto il mondo, con l’etichetta di trip-hop. Negli anni Novanta, decostruivano la dance britannica rallentando i ritmi, creando melodie oscure ed eliminando i ritornelli facili, e quel marchio di fabbrica ieri sera è risuonato in tutta Mantova. Nel frattempo il mondo è cambiato, in peggio, e quindi anche il messaggio politico originario della band si è fatto più forte, urgente e radicale: l’enorme muro di led alle spalle del gruppo, minimalista nello stile e feroce nell’invettiva, ha colpito duro negli occhi e negli stomaci delle migliaia di fan; alla faccia di chi vorrebbe artisti sorridenti e disimpegnati. Oggettivamente, c’è sempre il dubbio che dal vivo i Massive Attack suonino freddi, come impegnati in un “compitino”, ma avercene di “esercizi” del genere.

Ad aprire la serata il set degli Young Fathers: quarantacinque minuti di alternative rap contagioso e coinvolgente, per il gruppo di Edimburgo dalle impressionanti doti ritmiche e vocali che, dopo l’ep Ritual Spirit dei Massive Attack, è presenza fissa nei tour inglesi ed europei.
A seguire, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, il duo originario dei bristoliani sale sul  palco insieme ai fidati turnisti che li accompagnano da anni. Le recenti polemiche del Madcool festival (in cui 3D e Daddy G hanno annullato il concerto a causa dei volumi troppo alti dei Franz Ferdinand) evaporano nel caldo afoso dell’estate mantovana: parte Hymn of the big wheel da Blue Lines e la scena è tutta per il “vecchio amico” Horace Andy; la leggenda del reggae è l’asso nella manica della band e che dona ad ogni brano una patina sulfurea e profetica.
Su Risingson entra in scena Daddy G tra gli applausi del pubblico e, sull’onda di un sample dei Velvet Underground, i due vocalist si alternano in uno dei pezzi più noti e oscuri della loro produzione. Su e giù dal palco, al sintetizzatore o al microfono, Del Naja e Marshall sono in continuo movimento: quello che tolgono in continuità emotiva, lo danno nella carica di ogni pezzo. Il beat ossessivo di United Snakes è la colonna sonora ideale del visual che rappresenta per simboli partitici tutta la politica mondiale, caratterizzando una forte critica verso chi alimenta razzismo e diseguaglianze sociali. In un crescendo vorticoso, parte Girl I love you dove il suono è sempre più electro-rock e Horace Andy si prende la scena trascinando un brano dall’esecuzione mesmerizzante. Musica e immagini si fondono sempre più: il codice binario sul maxi-schermo fa da sfondo alle pulsazioni che introducono Future Proof (dal sottovalutato 100th window), tra le urla dei fan irriducibili; il brano esplode fragoroso tra suoni decisamente rock che lo allontanano dalla evidente matrice kraftwerkiana. Gli “Young Fathers” tornano sul palco per eseguire Voodoo in my blood eIMG_20180715_231805138-01.jpeg Way up here sotto lo sguardo attento di Del Naja, impegnato al sintetizzatore. Le prime note di Angel scatenano la folla ed è nuovamente Horace Andy a guidare le danze con la sua voce che si fa più sinistra e avvolgente; nell’acme sonoro la canzone esplode tra schegge rock e di elettronica tagliente, rappresentando uno degli apici dell’esibizione.
Torna Del Naja e annuncia il brano seguente come un “Requiem per l’Unione Europea”: è Inertia Creeps, massiccia e claustrofobica. Dal vivo, i Massive Attack aumentano l’impatto e le sfumature orientali di questo classico e rendono ancora di più l’idea della fine del mondo. Sullo schermo scorrono i titoli delle notizie più insulse e di gossip su vip, calciatori, veline, politici, tronisti cantanti e attori che appestano l’informazione italiana e contribuiscono a intossicare mentalmente milioni di persone.
C’è tempo per due brevi bis: nel primo, Deborah Miller prende di petto la hit Unfinished Sympathy regalando brividi al pubblico che balla in tutta la piazza. Sullo sfondo campeggia “siamo tutti in questo insieme”, discutibile traduzione dall’inglese “we’re in this together”, esortazione a unirsi per combattere le ingiustizie e dedicato all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Horace Andy e Daddy G tornano sul palco per il gran finale e parte una magnifica versione di Splitting the Atom, grande successo del periodo di rinascita artistica della band: il passato e presente dei Massive Attack si incrociano nel beat scuro, il synth incandescente e la melodia sopraffina per chiudere al meglio il live e salutare Mantova.

 

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Neverending Bob Dylan

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dylanAl Palabam di Mantova si è tenuta l’esibizione sold-out  del menestrello di Duluth, all’interno del “neverending tour”. In una scenografia calda ed essenziale, il Premio Nobel per la Letteratura ha offerto uno spettacolo di rara bellezza, adatto ai fan incalliti e agli appassionati di musica, dove non c’è stato spazio per l’effetto nostalgia o per il conformismo delle star del rock.

Nonostante le settantasei primavere e l’immenso successo planetario, Bob Dylan non si ritira e non si adatta allo show-business: la sua esibizione live è espressione della sua arte, non un mero contenitore di greatest hits per nostalgici o di ammiccamenti per fan adoranti. Per questo, i mugugni in sala e sui social per i classici mancanti in scaletta o totalmente reinterpretati e irriconoscibili, lasciano il tempo che trovano; il Dylan di oggi non tocca la chitarra e si siede, si reinventa e fa delle sue canzoni materia viva e tanto deve bastare, pena il non comprendere il senso dell’operazione culturale. Come noto l’artista non vuole foto o video, anche per sfuggire all’idolatria della star, ma a fare la differenza in negativo sono stati il brillare dei fasci di luce e laser della security per scoraggiare i tentativi del pubblico, non solo di scattare foto, ma anche solo di guardare lo schermo del proprio smartphone.

Alle 21 esatte la band si presenta su un palco essenziale illuminato da una manciata di fari  caldi e avvolgenti: Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, e Donnie Herron alla slide guitar al violino e al banjo; la band ormai rodata che segue Dylan già da anni. E sulle note introduttive di “Things have changed” appare lui che, senza una parola o un cenno alle migliaia di fan in delirio, si siede al pianoforte, dove rimarrà per gran parte del concerto, e inizia lo spettacolo. Sì, “le cose sono cambiate” canta Dylan, e anche i pezzi vengono rimaneggiati, rivisti o addirittura stravolti ora in chiave blues, altre con sfumature jazz. Da subito la setlist va continuamente avanti e indietro nel tempo nella discografia di Robert Allen Zimmermann, amalgamando tutto sotto una luce nuova: “Don’t think twice it’s all right” non sfugge a questa regola e per più di uno spettatore anche il classico del primo Dylan non è immediatamente riconoscibile. “Highway 61 revisited” è un altro gioiello esibito al Palabam e la voce dell’artista si impone sull’arrangiamento frizzante del brano del 1965. Dall’album di cover “Fallen Angels” viene pescata una straordinaria “Melancholy Mood” di Sinatra: Dylan si alza, regge l’asta del microfono e gioca ad interpretare il crooner; uno dei momenti più intensi e avvolgenti dell’intero concerto. A rimanere nella mente di “Honest with me” è il riff di slide guitar che Donnie Herron tiene in primo piano per tutta l’esibizione del brano. Meno roca dell’originale, “Pay in Blood” convince per il suo impeto inquieto e caratterizza una scaletta che pesca a piene mani dal recente “Tempest” del 2012.  Straordinaria e straniante anche la versione di “Tangled up in blue” proposta al Palabam che, dal minimalismo folk originale, prende una nuova vita particolarmente elegante. Il blues dilagante e trascinante di “Early Roman Kings” (un altro estratto da “Tempest”) è paradigma dell’intero sound dell’esibizione e strappa applausi convinti. Un’altra cover e questa volta Dylan omaggia  Yves Montand, reinterpretando “Autumn Leaves” e riuscendo nell’impresa di aggiungere all’originale un’altra patina di malinconia.
C’è tempo per un bis in cui Dylan e la sua band regalano una irriconoscibile “Blowin’ in the wind” che, spogliata e rivestita di suoni nuovi, non perde nulla della carica di protesta del tempo in cui è stata scritta. Chiude l’esibizione “Ballad of a thin man” con tutto il pubblico del Palabam in piedi ad applaudire uno degli artisti più importanti del Novecento, che ha saputo mettere piede anche nel nuovo millennio.

Il ritorno dei Ritmo Tribale – live a Mantova

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Emersi dalla Milano degli Anni Ottanta, i Ritmo Tribale fino al loro scioglimento sono stati tra le realtà più importanti dell’alternative rock italiano. Figli di un’epoca in cui fare musica “indie” significava sudore, tecnica, impegno sociale e passione, e allo stesso tempo fratelli maggiori per alcune delle band che hanno segnato il decennio successivo.  La notizia del loro tour di reunion porta con sé molte domande sul come sia cambiato radicalmente il mondo musicale, sull’oblio che ha caratterizzato un gruppo di questo livello e soprattutto sulle capacità dei Ritmo Tribale di stare sul palco vent’anni dopo il periodo d’oro di Mantra e Psycorsonica. Tutto questo e molto altro, ha avuto una sua risposta sabato all’Arci Tom di Mantova.
In un’epoca di riflusso per la musica live, Mantova non si muove di certo in controtendenza: presenti sotto palco un centinaio di fan, perlopiù provenienti da fuori provincia e visibilmente reduci di quella stagione musicale. Dopo l’intensa esibizione di apertura dei Two hicks & one Cityman, l’attesa si fa grande. I Ritmo Tribale salgono sul palco e contagiano il pubblico con le vibrazioni di “L’assoluto”: le chitarre granitiche e i colpi precisi del basso di Briegel Filippazzi dimostrano la potenza di un gruppo tornato in grande stile. “Base Luna” avvolge il Tom con le sue spire psichedeliche su base hard-rock, mentre la band non sta ferma un attimo come se fosse in preda ad una crisi epilettica. Fantastica e commovente, “Oceano” fa la sua comparsa a inizio del set: tutti la cantano a squarciagola insieme a Scaglia e si fanno trascinare dalla melodia del ritornello; probabilmente un brano tra i migliori della loro discografia e che è anche la fotografia musicale di un’epoca. “La mia religione” riporta il concerto al livello di assalto sonoro con quel misto di hard-rock, influenze psichedeliche e hardcore frettolosamente etichettato come “grunge”. Un misto straniante ed efficace che esplode anche tra le note cross-over di “Ti Detesto”, possente e incendiaria nella sua resa live. Dal palco, Scaglia omaggia e saluta Milena detta “Milly” che ci ha lasciati poche settimane fa, scatenando un lungo applauso. Noti come campioni nella creazione di ballad toccanti, i Ritmo Tribale offrono anche una versione intima e da brividi di “Universo” e di “Uomini”. Avvicinandosi il gran finale, la band concede il bis e dal passato remoto della band spuntano una eccellente “Kriminale” e una “Bocca chiusa” al fulmicotone che chiudono alla grande il concerto.

QUICKSAND LIVE AL SANTERIA SOCIAL CLUB

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IMG_20171121_230101351-01Nati nel 1990, i Quicksand sono una di quelle band di culto conosciute da una nicchia ristretta di appassionati: partoriti dal turbine dell’hardcore newyorchese e alfieri di un suono contaminato, emotivo e sferragliante che, con soli due album, ha scritto alcune delle pagine più intense dell’alternative dell’epoca. Ventidue anni dopo lo scioglimento repentino, una mezza reunion nel 2012 e un album notevole uscito da poche settimane, i Quicksand arrivano a Milano per l’unica data italiana del tour di presentazione di “Interiors”.
L’esibizione di apertura delle “No Joy” non crea grande entusiasmo, vuoi per la materia musicale o per il semplice fatto che i kids degli anni Novanta arrivati da tutto il Nord Italia, stanno aspettando gli autori di “Slip” e “Manic Compression”. Poco dopo le 22.30 salgono sul palco il batterista Alan Cage, Sergio Vega al basso e l’incontenibile cantante-chitarrista Walter Schreifels. Nonostante il passare degli anni non li abbia minimamente scalfiti, Schreifels e Vega portano on stage quattro lustri di esperienza musicale: dagli infiniti progetti paralleli del veterano chitarrista della scena hardcore, alla lunga militanza nei Deftones del bassista di origine portoricana. La band apre con “Fazer”, anche se l’avvio appare incerto, probabilmente per qualche assestamento sonoro necessario per rendere l’impatto del trio. La mancanza di Tom Capone non si fa sentire: i deragliamenti di chitarra di Schreifels su brani come “Too Official” sono efficaci e cementano il muro di suono della band. Il giro di basso di “Head to wall” suonato da Sergio Vega che per tutto il concerto sorride e ammicca al pubblico, prepara l’esplosione collettiva nel ritornello. L’assalto sonoro prosegue con l’incendiaria “Unfulfilled”  dove l’energico chitarrista si lancia in un assolo noise da manuale. La calma apparente di “Freezing Process” deflagra in uno dei brani più emo della produzione dei Quicskand, in cui il pubblico del Santeria Social Club si ritrova a cantare il ritornello in un unico grande coro. La granitica “Lie and Wait” non delude dal vivo e dimostra la sua carica e intensità fino al gran finale hardcore. Fan in delirio per “Delusional”, tra le vere hit ascrivibili alla band, che sul palco viene suonata con una energia cupa che a tratti divaga nella psichedelìa. Dal nuovo album la band pesca giusto il necessario, mentre il grosso del concerto copre i due album seminali del 1993 e del 1995: da “interiors”, ad esempio, arriva il singolo preciso e affilato“Illuminate”, che vede Schreifels continuare ad agitarsi e saltare come un dannato. Il riff travolgente di “Thorn in my side” scatena il pubblico in un delirio in cui tutti cantano sopra le note di un pezzo che ha fatto la storia del post-hardcore. “Cosmonauts” dall’ultimo album, regala attimi di rara bellezza con il suo incedere sofferto e sognante che guarda direttamente al progetto di Schreifels dei Rival Schools. Gran finale emo sulle note dolceamare di “Skinny (it’s overflowing)”.

Sting: an Englishman in Mantova

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IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.

Mark Lanegan live al Vittoriale

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IMG_20170710_221946328-01-01Nella cornice dell’anfiteatro del Vittoriale a Gardone Riviera, il profeta Mark Lanegan ha dato prova della sua immensa caratura artistica. Sopravvissuto all’epopea “grunge”, l’ex-leader degli Screaming Trees, negli anni ha seguito un significativo percorso solista e di indubbia ricerca musicale che ha dilatato i confini di un alternative rock malinconico in direzioni folk, blues o, come negli ultimi album, squisitamente elettroniche. Un concerto elettrico per il Tener-A-Mente Festival, inaugurato dall’esibizione del fedele chitarrista Duke Garwood, il cui fingerpicking ed il timbro vocale costruiscono scenari blues-rock sognanti e dilatati, con il crepuscolo sul lago di Garda alle loro spalle. Cala la notte e finalmente Lanegan, come una creatura delle tenebre, sale sul palco magnetico, vestito in total black e limitando le interazioni col pubblico a qualche “grazie”. Nel tempio poetico di D’Annunzio, la voce profonda e ruvida del musicista statunitense si fa profetica e carica di presagi: già sulle note oscure di “Death’s head tattoo” e su quelle più stoner e sepolcrali di “The gravedigger’s song” la sua figura statuaria e oscura, raggiunta da un light-show essenziale, viene illuminata da frequenti lampi che squarciano la notte gardesana. “Hit the city” incanta e convince, nonostante l’assenza di Pj Harvey come sulla versione dell’album “Bubblegum”. Umbratile e intrisa di elettronica su disco, “Nocturne” dal vivo si trasforma grazie al supporto determinante della band di Lanegan. Allo stesso modo, la scura marcetta sixties di “Emperor”, suonata con passione ed energia, mostra tutte le sue sfaccettature acide e dolenti. “Ode to sad disco”, vera e propria gemma tratta dall’album “Blues Funeral”(e in odore di New Order), scatena il pubblico che apprezza questa versione in cui il possente synth-pop lascia spazio ad una maggiore enfasi chitarristica. Le chitarre scheletriche, il beat incalzante e i sintetizzatori wave dell’ottima “Harvest home” caratterizzano uno dei momenti più alti dell’ora e mezza di show, in cui la musica accompagna Lanegan su una polverosa strada di confine, libero di urlare “Now black is the colorblack is my name”. L’essenziale “One Hundred Days” dal vivo viene rivisitata, ma senza appesantirla: rimane l’atmosfera sognante e tutta la sua forza viene espressa dalla iconica voce del cantante statunitense. “Head”, con la sua semplicità, colpisce al cuore i fan più legati alle melodie degli Screaming Trees. Durante il bis, il gran finale è affidato a una ossequiosa reinterpretazione di “Love will tear us apart” dei Joy Division a sancire il legame di Lanegan con il post-punk e a commuovere il pubblico del Vittoriale.

Revolution for the masses: Depeche Mode live a Bologna

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FullSizeRender(1)Nel 1986, il dj della BBC John Peel dichiarò che: “se dobbiamo avere band che riempiono gli stadi, allora che siano i Depeche Mode”, e quel pensiero è risuonato attualissimo giovedì 29 giugno allo stadio Dall’Ara di Bologna. Quarantamila persone di tutte le età hanno riempito l’arena emiliana in attesa di uno dei concerti più importanti dell’estate 2017; una delle tappe del “Global Spirit Tour” che porta in giro per il mondo un rituale laico, la chiesa del muro di suono e di luci dei Depeche Mode, arricchita dai visual curati da Anton Corbijn.
Agli Algiers il duro compito di aprire le danze: la band di Atlanta suona con forza ed entusiasmo, convincendo parte del pubblico con quarantacinque minuti di post-punk dalle influenze soul/gospel. Poi alle 21 precise scompare la techno pompata dalle casse per tutto il pomeriggio e parte “Revolution” dei Beatles, che sottolinea da quale parte stanno i Depeche Mode. Il setlist del concerto pesca dal materiale più recente della band, tralasciando gli anni Ottanta, e inizia con il singolo “Going backwards”; quando la band sale sul palco  il pubblico impazzisce, pochi secondi dopo compare la “diva” Dave Gahan  e un secondo urlo collettivo scuote il Dall’Ara. È infatti il sensuale vocalist, insieme al chitarrista Martin Gore, a reggere lo spettacolo: Alan Wilder non c’è più da anni, Andrew Fletcher sembra fare solo il “compitino” e i turnisti (con il batterista instancabile in testa) completano l’organico della band. Superati eccessi, dipendenze, punti di non ritorno e depressioni, il duo Gore-Gahan è in splendida forma e lo dimostra su ogni pezzo: “Barrel of a gun”, sinuosa e lasciva, porta il suono sull’orlo del precipizio con l’eleganza che compete ai Depeche Mode; un dark-elettronico che ammicca all’hip-hop quando Gahan chiude il pezzo citando “The Message” di Grandmaster Flash. “A pain that I’m used to” risuona in tutto lo stadio in una veste più suonata ed electro-rock dell’originale su cui il vocalist scatena le sue mosse sensuali che mandano in estasi il pubblico (non solo) femminile. La magia oscura di “In your room”, a partire dall’arpeggio dolente di Gore, avvolge le migliaia di spettatori in un abbraccio inquietante, accompagnato dal video di una coreografia di ballo chiusa in una stanza. Proprio il chitarrista (e tastierista) si prende la scena per due versioni struggenti di “Judas” e “Home”, dove l’onda dei cori del pubblico alla fine del brano non si placa per diversi minuti. La nuova “Where’s the Revolution?”, debole su disco, dal vivo esplode a piena potenza confermando la capacità dei Depeche Mode di dare vesti nuove ai propri brani. “Everything Counts” parte con un arrangiamento decisamente più aggressivo dell’originale degli Ottanta. L’inconfondibile apertura di sintetizzatori di “Enjoy the silence”, manda in delirio la folla che inizia a intonare la melodia dell’arpeggio minimalista di Gore, un attimo prima di scatenarsi sul beat disco del brano del 1990; Gahan canta solenne ed epico e la funzione laica raggiunge il suo apice. Il drumming ossessivo di “Never let me down again” avvia al concerto alla conclusione della prima parte, mentre migliaia di persone cantano e ballano sulle note di uno dei più autentici capolavori della band.
È tempo di bis e tornano sul palco Martin Gore e il tastierista Peter Gordeno, per una versione da pelle d’oca di “Strangelove”, per sole chitarra e tastiera. Lo sventolìo di una bandiera nera sfilacciata che compare sui maxi-schermi fa da cornice alla cover di “Heroes”: un tributo a David Bowie che la band porta avanti in modo (fin troppo) sobrio, elegante e non pedissequo; al termine del brano Gahan manda un bacio al cielo. Dopo una convincente “I feel you”, arriva il gran finale con “Personal Jesus”. Il riff di chitarra di Gore, come un selvaggio blues futurista, caratterizza tutto questo brano leggendario. Ancora una volta, inarrestabile, Gahan arringa la folla con la sua mimica allusiva e con l’iconico ondeggiare di braccia alzate ripreso dal pubblico. Stanchi e sorridenti, i Depeche Mode salutano e scompaiono dietro al palco; si accendono le luci e lo stato di trance si interrompe lasciando un forte senso di straniamento.