Alex Zanotelli: “insieme possiamo cambiare il mondo”

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zanotelliIl missionario comboniano Alex Zanotelli torna a Mantova dopo molto tempo per lanciare il suo messaggio di sfida contro un sistema che opprime l’uomo e l’ambiente e spronare all’azione le centinaia di presenti all’evento organizzato dalla rete di associazioni Mantova per la pace.

Talmente tanti i partecipanti, che la grande Sala delle Capriate in piazza Alberti è stracolma ben prima dell’inizio ufficiale e, per questo, un rapido cambio di programma e tutti si spostano nella vicina chiesa di Sant’Andrea per affollare la navata centrale e quelle laterali. Oltre seicento persone ascoltano attentamente il coordinatore di Mantova per la pace, Claudio Morselli, mentre ne illustra il percorso e gli obiettivi fondanti, improntati a una nuova stagione di impegno civico per la pace e la giustizia sociale.

Quando Padre Alex prende la parola si sente subito la forza di una vita spesa in prima linea dalla parte dei più deboli: il religioso parte da Napoli, da “Sanità”, il quartiere difficile dove ogni giorno tocca con mano la crisi di valori della nostra società; parla di ragazzini che si sentono già grandi girando armati e rincorrendo con la criminalità organizzata i falsi miti di ricchezza e “bella vita” propugnati dalla televisione. E quello stesso “sistema” alla base della cancrena partenopea, Zanotelli lo identifica anche globalmente con la finanza speculativa e il profitto che si sono ormai mangiati l’economia e reso la politica un fantoccio dei poteri forti. Un meccanismo che vede la maggior parte della ricchezza in poche mani avide, mentre la maggioranza degli abitanti del pianeta si contende le briciole.

il comboniano parla dell’Africa come di un fattore centrale dato che lì che si è originata la vita dell’Homo Sapiens ed è proprio sul destino di quel continente che si misura il degrado di quello che lui chiama Homo Demens, l’umanità impazzita: guerre sanguinose per il controllo di metalli preziosi, fossili e risorse energetiche, e territori che sperimentano con violenza il climate change. Da quella parte di mondo scappano milioni di persone che molti si rifiutano addirittura di accogliere, alzando nuovi muri. Zanotelli non ci sta e spara a zero anche sull’economia di guerra che vede l’Italia impegnata su fronti militari ovunque sia necessario tutelarne gli “interessi” e che investe 20 miliardi di euro l’anno per le spese militari. “Si taglia il welfare, l’istruzione e la sanità, ma non toccano mai le spese militari, questo è inammissibile”, tuona il religioso.

Zanotelli non si limita a elencare i problemi, ma chiama tutte e tutti all’azione anche a partire dalle piccole cose: “votiamo ogni volta che facciamo la spesa” sono le sue parole che invitano a fare scelte etiche, privilegiando la filiera equo-solidale e l’agricoltura sostenibile e chiedendo di smetterla di costruire nuovi ipermercati. Nel suo intervento anche due passaggi legati a Mantova: chiede al pubblico se l’acqua a Mantova è dei cittadini o privata, sapendo che dopo la vittoria referendaria del 2011 solo a Napoli il sistema idrico è stato ripubblicizzato attraverso una azienda speciale e, in un passaggio legato alla giustizia ambientale, rilancia un secco “no inceneritore” stimolato dalle bandiere che ha visto esposte alle finestre della città.

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Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

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Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.

GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci

La Ribellione non è un pranzo di gala

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517e4a585e690aead52dec42c2be30ba4c52ad77Girare Rogue One come spin-off di Guerre Stellari per mettere un tassello tra episodio III e IV è stata una scelta coraggiosa e parzialmente riuscita: se la struttura come le musiche variano con ammirazione rispetto alla ricetta base, la continuità narrativa con “una nuova speranza” viene garantita, nonostante in alcuni casi ammicchi troppo ai fan. Il bagnetto rilassante a cui si sottopone Darth Vader per sopravvivere alle ferite di guerra e alcuni dialoghi (complice un doppiaggio da arresto) indurrebbero ad uscire dalla sala; tra queste c’è l’inascoltabile “stellina”con cui Galen Erso chiama la figlia ed il file proibito che, nella versione originale è un più elegante e galattico “stardust”. In due ore e dieci c’è comunque di più: le piccole scene Vader sono una meraviglia in cui il villain mantiene intatto tutto il suo inquietante carisma. Allo stesso modo le scene di guerra con gli X-Wing in volo e tanti droidi e mecca-aggeggi in giro danno senso a tutto l’impianto. La continuità profonda torna pensando ad Han Solo che, nel 1977, parlava della Forza come “semplici trucchi e idiozie” e Chirrut Îmwe esplicita meravigliosamente perché: crede nella Forza ma, non padroneggiandola come un Jedi, appare come un fanatico religioso. La battaglia urbana a Jedha City evoca un misto tra la guerriglia palestinese contro l’occupante israeliano a Gerusalemme e l’attentato gappista di via Rasella: mai come in questo film la Ribellione all’Impero fascista galattico assomiglia ad una qualsiasi pellicola degli anni Sessanta/Settanta sulla Resistenza Italiana, Jugoslava, Francese o Sovietica; quei “film partigiani dove i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi”. Jyn e Cassian come novelli Iris Versari e Silvio Corbari, e Saw Gerrera come leader del settarismo galattico.
Viva l’Alleanza Ribelle, viva la Resistenza!

COSTITUZIONE: PEOPLE HAVE THE POWER

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fish-small-eat-big1Il popolo italiano è stato chiamato a votare sulla Costituzione e ha rispedito al mittente una riforma pasticciata, imposta da chi non aveva saputo raccogliere la maggioranza qualificata dei consensi in Parlamento. Dieci anni dopo il precedente tentativo di manomettere la Costituzione, affonda chi strumentalizza la Carta fondamentale della Repubblica per obbiettivi politici di parte.

Nonostante l’immensa potenza di fuoco della macchina di propaganda del Sì, le ragioni del NO hanno prima trionfato nei cuori delle persone e poi travolto le urne elettorali. Lo schematismo tutto politico usato dai media non regge in quanto entrambi gli schieramenti sono stati eterogenei e caratterizzati da opportunismi e posizionamenti tattici dei partiti È a livello di organizzazioni sociali che si poteva intuire la frattura insita nel referendum: industriali, banchieri e massoneria a sostegno del sì e associazioni e sindacati di lavoratori (Anpi, Libertà e Giustizia, Fiom, Cgil, Arci etc.) impegnati per il no e, soprattutto, fondatori dei Comitati per la Costituzione già durante la scorsa primavera; quest’ultimo raggruppamento è stato penalizzato e marginalizzato dai media durante la campagna referendaria e chiamato in causa solo per evocare in modo bugiardo una improbabile “coalizione” della sinistra sociale con la destra partitica.

Il voto di popolo ha preso a schiaffi la politica di una vecchia “sinistra” arrogante ed impopolare e non ha molto da ridere la destra populista che gongola, ma che rappresenta l’altra faccia della corruzione dell’ingiustizia di questo Paese. Il futuro radioso evocato nella riforma costituzionale da Renzi e dagli ayatollah del Partito Democratico, ha convinto solo benestanti e pensionati; le altre fasce sociali, con studenti e lavoratori under 34 in testa, hanno gridato “no” a questo tipo di “cambiamento” che sperimentano già ogni giorno con stage, precarietà, voucher e disagio sociale nelle periferie. Senza scomodare Marx, è oggettivo che una classe è una fascia di popolazione con una particolare connotazione economica e sociale e con interessi e cultura comuni”, e allora questo è stato un voto di classe: a maggior ragione per le reazioni scomposte, destroidi e brutalmente classiste dei sostenitori del Sì. Dagli attacchi isterici contro i presunti “vecchi fascisti ignoranti che hanno votato no” o contro i disoccupati e i precari: “senza lavoro perché inadatti al cambiamento e per questo sostenitori del no”. La parlamentare dem Laura Puppato ha inoltre ironizzato sul fatto che il Sì abbia vinto all’estero perché “i veri cervelli sono scappati via” e l’ex comunista Chicco Testa ha puntualizzato come il No abbia stravinto nelle città del Sud clientelare ed il Sì in quelle del ricco e civilizzato nord; la maggior parte di questi rancorosi si professa “di sinistra”.

In mezzo a questo teatrino politico, c’è una Carta Costituzionale da continuare a difendere e da applicare per cancellare precarietà e diseguaglianze ma, soprattutto, il voto ha ribadito che c’è un popolo che chiede partecipazione, democrazia e giustizia sociale: un progetto alternativo, tutto da costruire.

Chez Guevara

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chezguevaraDecenni fa c’era una grande osterìa,  imperfetta ma conosciuta e apprezzata come la più buona e genuina del Paese. All’interno c’erano soltanto arredi semplici e la cucina era a base di piatti popolari, preparati con ingredienti genuini. I pasti venivano offerti a prezzi modici: per tutte queste caratteristiche il punto di ristoro andava fortissimo tra i lavoratori e le lavoratrici.

Un giorno i vecchi gestori, donne e uomini che l’avevano messa in piedi dopo la guerra, andarono in pensione. A quel punto l’osterìa venne ereditata dai figli e dai nipoti: questi pensarono che quello stile fosse troppo legato al passato e ad un’idea desueta di gastronomia. Ci misero un po’ di tempo ma alla fine trasformarono l’osterìa in un moderno ristorante alla moda: tirarono via subito gli stracci rossi e ci misero pregiate tovaglie bianche abbinate ai neon luccicanti. Venne ideato un menù più sofisticato che formalmente voleva richiamarsi a quello del passato, ma la cui qualità ed il gusto non erano nemmeno paragonabili. Alla gestione collettiva si preferì un consiglio di amministrazione con un vero e proprio capo aziendale. I nuovi proprietari non si rifornivano più dai piccoli produttori, ma da allevamenti intensivi e industrie del cibo. Il forte rincaro dei prezzi del menù portò anche ad un cambio netto della clientela che in pochi anni diventò quasi esclusivamente composta dalla classe medio-alta.

Visto che il ristorante aveva scelto il regime di libero mercato dovette affrontare una concorrenza spietata. Alcuni ex-soci della nuova azienda tentarono inutilmente di aprire delle piccole locande per provare a replicare l’esperienza della vecchia osterìa: copie sbiadite che finivano spesso a fare da semplici franchise e spin-off del ristorantone. La concorrenza nel frattempo attirò clienti con dei fast-food dal cibo scadente ma economico. C’era quello localista che sui suoi tavolini di plastica offriva pasti “tradizionali” e fintamente genuini per riempire facilmente la pancia e disprezzare i cibi provenienti da fuori; roba di scarto ma che con una buona propaganda attirava gli affamati. Ce n’era uno che non si capiva nemmeno se preparasse carne o pesce: i proprietari erano forti nel marketing e avevano capito che, in tempi di magra, chi è arrabbiato e affamato non va molto per il sottile.

La morale è che la via gastronomica al socialismo, inteso come un mondo più libero e giusto, passa per la costruzione di una alternativa gustosa, dagli ingredienti equi e solidali, che spazzi via sia il cibo-spazzatura che le mangiatoie per super-ricchi.

L’Apocalisse della Fuzz Orchestra a Brescia

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img_20161105_243023602-01Fuoriusciti da una voragine apertasi per l’imminente Apocalisse, la Fuzz Orchestra dei tre profeti della catastrofe, è giunta al Lio Bar di Brescia per scagliare anatemi sulfurei. L’oscura matrice dei Black Sabbath incontra Morricone e numerosi sample vocali cinematografici che sostituiscono il cantato e, insieme, viene dichiarata la lotta armata ad un’Italia corrotta, egoista e ammalata di fascismo e perbenismo. Queste le premesse per il live incendiario del trio milanese che giunge al termine del lungo tour dell’ultimo album, “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”: l’intro inquietante de “l’uomo nuovo” riprende il discorso dell’anarchico di “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmuller. Luca Ciffo ipnotizza con il riff iniziale de “Nel nome del padre” suonato sulla sua Diavoletto, mentre Fabio Ferrario dai suoi aggeggi digitali ed analogici tira fuori voci e suoni maledetti direttamente da un film del 1962; Paolo Mongardi coglie la palla al balzo e scatena la prima sfuriata del concerto. “Todo Modo” è un assalto sonoro che dal vivo sprigiona una energia devastante dove il gioco strumentale oscilla tra heavy e prog: le parole, tratte dall’apocalisse di san Giovanni e dalle profezie di Isaia prendono vita e ballano una danza macabra con citazioni dell’omonimo film di Elio Petri del 1976. La violenza di “Il terrore è figlio del buio” si accompagna magistralmente ai campioni che Mongardi pesca, questa volta dal capolavoro “Il settimo sigillo”. E proprio il 4 novembre, anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, la carica eversiva di “Morire per la patria” risuona con forza nel locale bresciano: non ci sono patacche nazionaliste o medaglie postume per morti in trincea, ma la forza chitarristica di Ciffo che detta la linea alla band per vomitare rabbia antimilitarista contro il genocidio di giovani contadini  e operai voluto da industriali e generali, che echeggia nelle parole  di Gian Maria Volontè in “Uomini Contro”.