La Ribellione non è un pranzo di gala

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517e4a585e690aead52dec42c2be30ba4c52ad77Girare Rogue One come spin-off di Guerre Stellari per mettere un tassello tra episodio III e IV è stata una scelta coraggiosa e parzialmente riuscita: se la struttura come le musiche variano con ammirazione rispetto alla ricetta base, la continuità narrativa con “una nuova speranza” viene garantita, nonostante in alcuni casi ammicchi troppo ai fan. Il bagnetto rilassante a cui si sottopone Darth Vader per sopravvivere alle ferite di guerra e alcuni dialoghi (complice un doppiaggio da arresto) indurrebbero ad uscire dalla sala; tra queste c’è l’inascoltabile “stellina”con cui Galen Erso chiama la figlia ed il file proibito che, nella versione originale è un più elegante e galattico “stardust”. In due ore e dieci c’è comunque di più: le piccole scene Vader sono una meraviglia in cui il villain mantiene intatto tutto il suo inquietante carisma. Allo stesso modo le scene di guerra con gli X-Wing in volo e tanti droidi e mecca-aggeggi in giro danno senso a tutto l’impianto. La continuità profonda torna pensando ad Han Solo che, nel 1977, parlava della Forza come “semplici trucchi e idiozie” e Chirrut Îmwe esplicita meravigliosamente perché: crede nella Forza ma, non padroneggiandola come un Jedi, appare come un fanatico religioso. La battaglia urbana a Jedha City evoca un misto tra la guerriglia palestinese contro l’occupante israeliano a Gerusalemme e l’attentato gappista di via Rasella: mai come in questo film la Ribellione all’Impero fascista galattico assomiglia ad una qualsiasi pellicola degli anni Sessanta/Settanta sulla Resistenza Italiana, Jugoslava, Francese o Sovietica; quei “film partigiani dove i tedeschi erano cattivi e i partigiani buonissimi e intelligentissimi”. Jyn e Cassian come novelli Iris Versari e Silvio Corbari, e Saw Gerrera come leader del settarismo galattico.
Viva l’Alleanza Ribelle, viva la Resistenza!

COSTITUZIONE: PEOPLE HAVE THE POWER

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fish-small-eat-big1Il popolo italiano è stato chiamato a votare sulla Costituzione e ha rispedito al mittente una riforma pasticciata, imposta da chi non aveva saputo raccogliere la maggioranza qualificata dei consensi in Parlamento. Dieci anni dopo il precedente tentativo di manomettere la Costituzione, affonda chi strumentalizza la Carta fondamentale della Repubblica per obbiettivi politici di parte.

Nonostante l’immensa potenza di fuoco della macchina di propaganda del Sì, le ragioni del NO hanno prima trionfato nei cuori delle persone e poi travolto le urne elettorali. Lo schematismo tutto politico usato dai media non regge in quanto entrambi gli schieramenti sono stati eterogenei e caratterizzati da opportunismi e posizionamenti tattici dei partiti È a livello di organizzazioni sociali che si poteva intuire la frattura insita nel referendum: industriali, banchieri e massoneria a sostegno del sì e associazioni e sindacati di lavoratori (Anpi, Libertà e Giustizia, Fiom, Cgil, Arci etc.) impegnati per il no e, soprattutto, fondatori dei Comitati per la Costituzione già durante la scorsa primavera; quest’ultimo raggruppamento è stato penalizzato e marginalizzato dai media durante la campagna referendaria e chiamato in causa solo per evocare in modo bugiardo una improbabile “coalizione” della sinistra sociale con la destra partitica.

Il voto di popolo ha preso a schiaffi la politica di una vecchia “sinistra” arrogante ed impopolare e non ha molto da ridere la destra populista che gongola, ma che rappresenta l’altra faccia della corruzione dell’ingiustizia di questo Paese. Il futuro radioso evocato nella riforma costituzionale da Renzi e dagli ayatollah del Partito Democratico, ha convinto solo benestanti e pensionati; le altre fasce sociali, con studenti e lavoratori under 34 in testa, hanno gridato “no” a questo tipo di “cambiamento” che sperimentano già ogni giorno con stage, precarietà, voucher e disagio sociale nelle periferie. Senza scomodare Marx, è oggettivo che una classe è una fascia di popolazione con una particolare connotazione economica e sociale e con interessi e cultura comuni”, e allora questo è stato un voto di classe: a maggior ragione per le reazioni scomposte, destroidi e brutalmente classiste dei sostenitori del Sì. Dagli attacchi isterici contro i presunti “vecchi fascisti ignoranti che hanno votato no” o contro i disoccupati e i precari: “senza lavoro perché inadatti al cambiamento e per questo sostenitori del no”. La parlamentare dem Laura Puppato ha inoltre ironizzato sul fatto che il Sì abbia vinto all’estero perché “i veri cervelli sono scappati via” e l’ex comunista Chicco Testa ha puntualizzato come il No abbia stravinto nelle città del Sud clientelare ed il Sì in quelle del ricco e civilizzato nord; la maggior parte di questi rancorosi si professa “di sinistra”.

In mezzo a questo teatrino politico, c’è una Carta Costituzionale da continuare a difendere e da applicare per cancellare precarietà e diseguaglianze ma, soprattutto, il voto ha ribadito che c’è un popolo che chiede partecipazione, democrazia e giustizia sociale: un progetto alternativo, tutto da costruire.

Chez Guevara

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chezguevaraDecenni fa c’era una grande osterìa,  imperfetta ma conosciuta e apprezzata come la più buona e genuina del Paese. All’interno c’erano soltanto arredi semplici e la cucina era a base di piatti popolari, preparati con ingredienti genuini. I pasti venivano offerti a prezzi modici: per tutte queste caratteristiche il punto di ristoro andava fortissimo tra i lavoratori e le lavoratrici.

Un giorno i vecchi gestori, donne e uomini che l’avevano messa in piedi dopo la guerra, andarono in pensione. A quel punto l’osterìa venne ereditata dai figli e dai nipoti: questi pensarono che quello stile fosse troppo legato al passato e ad un’idea desueta di gastronomia. Ci misero un po’ di tempo ma alla fine trasformarono l’osterìa in un moderno ristorante alla moda: tirarono via subito gli stracci rossi e ci misero pregiate tovaglie bianche abbinate ai neon luccicanti. Venne ideato un menù più sofisticato che formalmente voleva richiamarsi a quello del passato, ma la cui qualità ed il gusto non erano nemmeno paragonabili. Alla gestione collettiva si preferì un consiglio di amministrazione con un vero e proprio capo aziendale. I nuovi proprietari non si rifornivano più dai piccoli produttori, ma da allevamenti intensivi e industrie del cibo. Il forte rincaro dei prezzi del menù portò anche ad un cambio netto della clientela che in pochi anni diventò quasi esclusivamente composta dalla classe medio-alta.

Visto che il ristorante aveva scelto il regime di libero mercato dovette affrontare una concorrenza spietata. Alcuni ex-soci della nuova azienda tentarono inutilmente di aprire delle piccole locande per provare a replicare l’esperienza della vecchia osterìa: copie sbiadite che finivano spesso a fare da semplici franchise e spin-off del ristorantone. La concorrenza nel frattempo attirò clienti con dei fast-food dal cibo scadente ma economico. C’era quello localista che sui suoi tavolini di plastica offriva pasti “tradizionali” e fintamente genuini per riempire facilmente la pancia e disprezzare i cibi provenienti da fuori; roba di scarto ma che con una buona propaganda attirava gli affamati. Ce n’era uno che non si capiva nemmeno se preparasse carne o pesce: i proprietari erano forti nel marketing e avevano capito che, in tempi di magra, chi è arrabbiato e affamato non va molto per il sottile.

La morale è che la via gastronomica al socialismo, inteso come un mondo più libero e giusto, passa per la costruzione di una alternativa gustosa, dagli ingredienti equi e solidali, che spazzi via sia il cibo-spazzatura che le mangiatoie per super-ricchi.

“Rabid Dogs”: intervista ai Monsieur Gustavo Biscotti

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mgb_34a2947Con dieci anni di attività musicale alle spalle, i Monsieur Gustavo Biscotti sono una consolidata realtà della scena mantovana. Le variazioni nella combinazione degli elementi della formazione, unite ai cambi di direzione stilistici, hanno portato al perfezionarsi della chimica della band: dalle “low culinarian frequencies” a due bassi (Filippo e Paolo), batteria (Lorenzo) e synth (Jacopo), e senza voce del disco di esordio, fino al fragoroso post-punk con l’aggiunta di voce e chitarra (Giandomenico) in “The Disastrous fall of…” del 2012. Dopo un lungo periodo in studio i “biscotti” oggi pubblicano “Rabid Dogs” il nuovo disco con le sue sette tracce incendiarie che presenteranno questa sera in uno speciale release party al quartier generale dell’etichetta Frammenti di un Cuore Esploso a Mantova.

  1. Fin dal primo ascolto si possono percepire la maturazione artistica del quintetto e un cambio di direzione che lascia indietro le suggestioni più math in favore di una schiettezza post-hardcore: su quali basi e in quanto tempo è avvenuta l’evoluzione del sound dei Monsieur Gustavo Biscotti?

 

F.:Siamo molto soddisfatti di come suona il disco, semplice e veloce, vola via.  Ma ascoltando in modo approfondito si sente il lavoro fatto in questi anni sia in sala prove sia con i concerti dal vivo. Questi pezzi rappresentano innanzitutto l evoluzione di noi 5 come persone e musicisti e sono il punto d’incontro delle nostre preferenze musicali, un percorso che ci ha portati a semplificare e cercare una forma canzone più standard.
L.: Credo che il sound dei MGB sia il risultato di anni di ricerca collettiva come band, ma anche individuale ed oserei dire intima. Ognuno di noi ha ascolti ed esperienze musicali differenti alle spalle e credo che solo dopo tutti questi anni si sia riuscita a fare una sintesi che ci soddisfa appieno. È stato un poco come scolpire, dalla ridondanza degli inizi abbiamo asportato ed eliminato cercando l’essenziale.

  1. Il titolo parla di cani arrabbiati: come mai questo nome e quali sono le tematiche affrontate nei testi dell’album?

F.: Rabid Dogs si richiama al titolo della versione inglese del film di Mario Bava del 1973, Cani Arrabbiati, un film particolare rimasto inedito per 20 anni, nonostante sia considerato tra i migliori film del regista. Più che ai testi, il titolo è stato ispirato da Pànìcò, l’autrice dei disegni della copertina, che lavorando alla grafica ascoltando la nostra musica ha creato questa immagine dei cani, essendo io un grande fan del cinema di genere italiano degli anni 70, ho proposto agli alti componenti della band questo richiamo al film di Mario Bava.
L.: Aggiungerei anche che l’idea che la nostra musica sia un poco come cani che si rincorrono, piena d’energia e ruvida ci è piaciuta da subito. A volte serve un lampo esterno a farti vedere tutto l’orizzonte in maniera nitida e in effetti Pànìcò ci ha regalato questa immagine di cani sciolti liberi. Credo che in un certo senso ci rappresenti anche come persone, abbiam sempre fatto quello che ci sentivamo di fare in totale libertà.

  1.  “Rabid dogs” suona ruvido e urgente, ma allo stesso tempo sofisticato e stratificato: il frutto di un imponente lavoro di registrazione e produzione. Raccontateci la genesi del disco.

F.: Grazie è proprio quello che volevamo ottenere…un suono all’apparenza molto scarno, senza effetti e fronzoli, ma ricercato. E per ottenere questa resa\amalgama solo apparentemente semplice non puoi far altro che affidarti a super professionisti del suono come Raffo ( Raffaele Marchetti ).

L.: Il lavoro ovviamente è nato come tutti i nostri dischi in un lungo periodo di sessioni in sala prove. Questa volta non volevamo però lasciare nulla al caso e così abbiamo per la prima volta fatto una pre-produzione in studio, ascoltato tutto un’infinità di volte sistemando quello di cui non eravamo convinti. Siamo stati due week end interi all’igloo studio ricercando l’intenzione giusta dei brani e l’equilibrio perfetto nel sound, siamo stati molto critici con noi stessi, ma ora direi che godiamo molto ad ogni ascolto. Raffo era la persona giusta per fare tutto questo.

  1. Lo scorso disco uscì in free-download senza etichetta, questa volta è in arrivo una speciale edizione in vinile promossa insieme ad alcune etichette indipendenti. Quali label vi stanno supportando e come mai avete preso questa scelta coraggiosa?

L.: La decisione è stata direi naturale, volevamo dopo tanti anni regalare per primi a noi stessi qualcosa di tangibile e di duraturo. Pensavamo che questi pezzi meritassero una casa adeguata, così ci siamo rivolti a Frammenti di un cuore esploso ( che sta facendo un super lavoro su mantova e non solo) e ad Annoying Records che avevano da sempre mostrato interesse nella nostra musica. Da questa scintilla iniziale è scaturita l’idea di allargare la coproduzione e, grazie ad una rete di contatti che ruota attorno a noi e a queste realtà, si sono unite anche Sonatine Produzioni, è un brutto posto dove vivere e la polacca Antena Krzyku. Queste sono le magnifiche 5 che assieme a noi porteranno sui vostri giradischi un’incredibile vinile rosso da 180g. Più che coraggiosi direi che siamo tutti degli incoscienti, per fortuna!

  1. Nelle vostre produzioni avete sempre avuto un gusto particolare nella scelta di illustrazioni e art work: per “Rabid Dogs” con chi avete collaborato?

L.: Per questo album ci siamo affidati a Pànìcò, nome dietro il quale si cela l’artista Milvia Bonadiman. Lei è una nostra amica e le abbiamo semplicemente chiesto di ascoltare il disco e lasciar andare le sue mani. Credo che abbia colto degli aspetti a noi noti della nostra musica e ce ne abbia indicati altri che per certi versi erano meno evidenti. Credo sia un’artista con un talento enorme, andatela a scoprire e supportatela. All’art work ha lavorato un’altra persona per noi importante: Giulia Rizzini di Kartu studio. Ha preso il lavoro di Milvia, lo ha unito alle nostre idee dandogli una forma e creando l’oggetto che troverete al nostro banchetto nei mesi a venire. Non possiamo che dire grazie a tutte e due queste persone.

  1. Questa sera l’appuntamento è al release party in casa FCE, dove potremo gustare la resa live dei nuovi brani: state già pianificando un tour promozionale?

    : Stasera finalmente possiamo dire che inizia un nuovo tour. Andremo sicuramente a visitare ognuno delle persone coinvolte nella stampa del disco e per questo credo che prima o dopo ci toccherà andare anche in Polonia. L’intenzione sarà quella di sempre: suonare il più possibile e dare il massimo in ogni live. Stiamo lavorando alla definizione di un calendario, ma per questo invito tutti a seguire la nostra pagina per cogliere le date che mano a mano usciranno.

 

L’Apocalisse della Fuzz Orchestra a Brescia

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img_20161105_243023602-01Fuoriusciti da una voragine apertasi per l’imminente Apocalisse, la Fuzz Orchestra dei tre profeti della catastrofe, è giunta al Lio Bar di Brescia per scagliare anatemi sulfurei. L’oscura matrice dei Black Sabbath incontra Morricone e numerosi sample vocali cinematografici che sostituiscono il cantato e, insieme, viene dichiarata la lotta armata ad un’Italia corrotta, egoista e ammalata di fascismo e perbenismo. Queste le premesse per il live incendiario del trio milanese che giunge al termine del lungo tour dell’ultimo album, “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”: l’intro inquietante de “l’uomo nuovo” riprende il discorso dell’anarchico di “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmuller. Luca Ciffo ipnotizza con il riff iniziale de “Nel nome del padre” suonato sulla sua Diavoletto, mentre Fabio Ferrario dai suoi aggeggi digitali ed analogici tira fuori voci e suoni maledetti direttamente da un film del 1962; Paolo Mongardi coglie la palla al balzo e scatena la prima sfuriata del concerto. “Todo Modo” è un assalto sonoro che dal vivo sprigiona una energia devastante dove il gioco strumentale oscilla tra heavy e prog: le parole, tratte dall’apocalisse di san Giovanni e dalle profezie di Isaia prendono vita e ballano una danza macabra con citazioni dell’omonimo film di Elio Petri del 1976. La violenza di “Il terrore è figlio del buio” si accompagna magistralmente ai campioni che Mongardi pesca, questa volta dal capolavoro “Il settimo sigillo”. E proprio il 4 novembre, anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, la carica eversiva di “Morire per la patria” risuona con forza nel locale bresciano: non ci sono patacche nazionaliste o medaglie postume per morti in trincea, ma la forza chitarristica di Ciffo che detta la linea alla band per vomitare rabbia antimilitarista contro il genocidio di giovani contadini  e operai voluto da industriali e generali, che echeggia nelle parole  di Gian Maria Volontè in “Uomini Contro”.

Referendum Costituzionale: la partecipazione ridotta ad una televendita

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stream_imgIl dibattito referendario è sempre più caratterizzato da slogan, generalizzazioni ed offerte speciali che non aiutano a comprendere la natura del contendere. Se è ormai chiaro a tutti che questa riforma sia stata dettata da organismi finanziari stranieri e che il Premier Renzi voglia incarnare questo referendum come una sfida personale, meno comprensibili sono invece diversi problemi nel merito della riforma.
I sostenitori del Sì e i dirigenti del Partito Democratico, ripetono che la riforma “aiuta la partecipazione dei cittadini, facilitando il quorum ai referendum ed inserendo l’obbligo, attualmente inesistente, di discutere in parlamento delle leggi di iniziativa popolare”. In questi anni ho partecipato a campagne referendarie come quella del 2011 per l’acqua pubblica (referendum poi tradito dagli ultimi governi tecnici) oltre a diverse raccolte di firme per leggi da presentare al Parlamento e, in virtù di questo impegno, ritengo errata e ingannevole la propaganda del sì.
Attualmente, per presentare una legge di iniziativa popolare, i cittadini devono raccogliere 50.000 firme senza nemmeno la garanzia che il loro impegno venga riconosciuto ed il progetto di legge discusso nell’Aula Parlamentare; una cifra di firme di per sé non facile da raccogliere per organizzazioni di lavoratori o di cittadini.  Come in una televendita, la riforma alza la posta in gioco con una offerta speciale dicendo che “se i cittadini raccolgono il triplo delle firme, ovvero 150.000, noi ci mettiamo anche la garanzia che la discuteremo”.
Inoltre, per indire un referendum oggi i cittadini devono raccogliere 500.000 firme: la riforma sulla quale dovremo esprimerci il 4 dicembre  con uno sciagurato quesito unico, ricalcola anche il quorum necessario sulla base dell’ultima elezione, ma lo fa aggiungendo altre 300.000 firme, portando il totale da raccogliere a 800.000 firme. In questa telepromozione continua siamo di fronte al gatto e alla volpe di Collodi che dicono al cittadino di sotterrare i propri zecchini per far crescere una pianta d’oro.
Se poi aggiungiamo che il Senato non cessa di esistere, ma a partire dal pastrocchio dell’articolo 70 si trasforma in uno strano ibrido in cui la sola cosa chiara è che i cittadini non eleggeranno più i senatori, e che l’articolo 117 accentra pericolosamente le competenze in materia di infrastrutture ed energia togliendole alle Regioni, diventa sempre più chiaro il ruolo periferico e marginale dei cittadini.

Il 4 dicembre possiamo tuttavia scegliere se cedere alle lusinghe di chi ha in mente un sistema in cui la partecipazione è un intralcio nella gestione del potere e degli interessi economici, o dichiarare un “NO” netto a chi sta costruendo una post-democrazia svuotata di tutti i suoi princìpi fondativi.

Fire in Casalecchio: The Cure live 2016

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img_20161029_220900000-01Il mito, la leggenda: melodìe e arrangiamenti che superano le barriere del tempo e sembrano infischiarsene delle rughe e delle mode che cambiano. I Cure sanno che i fan italiani sono tra i più esigenti e calorosi, per questo nella prima data italiana del loro tour suonano pezzi noti e meno noti, fino allo sfinimento e alla commozione, portando all’estasi collettiva le migliaia di appassionati che affollano l’arena di Casalecchio di Reno. I The Twilight Sad aprono la serata con uno show epilettico: la band rivelazione degli ultimi anni suona quarantacinque minuti di efficace post-punk, erede diretto dei Joy Division al tempo degli Interpol.
Quando i Cure salgono sul palco i fan si uniscono in un boato: scorrono Reeves Gabriels, Jason Cooper, Robert Smith, Simon Gallup e Roger O’ Donnell che si mettono ai loro posti di combattimento e parte, dolcemente malinconica, “Plainsong”. A seguito arrivano ballate di pop-oscuro di successo come “Pictures of you” e “A Night like this”. “Push” alza il tiro aumentando il battito e le distorsioni. Il synth-pop del periodo “Japanese Whispers” emerge nella danzereccia “The Walk”. Su ogni brano il bassista Simon Gallup gira, saltella e si mette in posa con un piede sulla cassa spia: ciuffo e basette rockabilly, trucco pesante e canotta degli Iron Maiden caratterizzano il personaggio che regge le speciali intelaiature di basso della band. “Shake dog Shake” è un ipnotico hard-rock psichedelico in cui Smith ruggisce e scatena il pubblico. Dal passato della band arriva un brano conosciuto dagli intenditori e sicuramente molto atteso: il fascino sublime e decadente di “Chaimg_20161029_211556847-01rlotte Sometimes”, ballata spettrale per sintetizzatori, avvolge con un manto oscuro tutta l’arena. “Lovesong”, magnifica nella sua semplicità romantica, conferma l’attenzione che la band dà dal vivo alle canzoni dell’album “Disintegration”. “Just like heaven”, “From the edge of the deep green sea” e una lenta e mesmerizzante “Prayers for rain” portano il set principale verso la sua conclusione su una commovente “Disintegration”.
I Cure tornano sul palco: Robert Smith scherza e sorride con il pubblico. Il folletto dark di Crawley invecchia, ingrassa, ma rimane musicista sopraffino ed una icona imprescindibile. Il primo bis colpisce al cuore i fan di vecchia data: dopo avere intonato tutti insieme “happy birthday” al tastierista O’Donnell, in rapida successione arrivano colpi di darkwave funerea come “At night”, “M”, “Play for today” il cui coro sulle note del sintetizzatore infiamma tutta l’arena, e la magia angosciante di “A Forest”, con il suo caratteristico connubio di basso e batteria post-punk su cui si stagliano le tastiere e la voce eterea di Smith. Il secondo bis presenta, tra le altre, una devastante “Fascination street” e la straziante dark-ballad “Burn” nota per la colonna sonora del film Il Corvo.
img_20161029_220654037-01E c’è ancora tempo per le ragnatele proiettate sugli schermi durante “Lullaby” con Robert Smith che canta e balla goffo come appeso ad una tela di ragno; “The Caterpillar” caleidoscopica nei suoi e nei colori del light-show. Per il gran finale Arrivano le super-hit “Friday I’m in love” e “Boys don’t cry”, fino ad una incendiaria e conclusiva “Why can’t I be you”. Si accendono le luci, il trucco è ormai sbavato, ma la magia resta nelle migliaia di persone che si guardano negli occhi dopo due ore quaranta di rituale laico.

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Credits: i video sono stati realizzati da Davide Barbieri