We’re in this together: Massive Attack live a Mantova

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massive.jpgIl duo storico dei Massive Attack, insieme ad una live-band eccezionale, infiamma piazza Sordello con un’ora e mezza di vibrazioni electro-rock e messaggi politici radicali.

Sono ancora Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall i portabandiera della rivoluzione elettronica che da Bristol si è diffusa in tutto il mondo, con l’etichetta di trip-hop. Negli anni Novanta, decostruivano la dance britannica rallentando i ritmi, creando melodie oscure ed eliminando i ritornelli facili, e quel marchio di fabbrica ieri sera è risuonato in tutta Mantova. Nel frattempo il mondo è cambiato, in peggio, e quindi anche il messaggio politico originario della band si è fatto più forte, urgente e radicale: l’enorme muro di led alle spalle del gruppo, minimalista nello stile e feroce nell’invettiva, ha colpito duro negli occhi e negli stomaci delle migliaia di fan; alla faccia di chi vorrebbe artisti sorridenti e disimpegnati. Oggettivamente, c’è sempre il dubbio che dal vivo i Massive Attack suonino freddi, come impegnati in un “compitino”, ma avercene di “esercizi” del genere.

Ad aprire la serata il set degli Young Fathers: quarantacinque minuti di alternative rap contagioso e coinvolgente, per il gruppo di Edimburgo dalle impressionanti doti ritmiche e vocali che, dopo l’ep Ritual Spirit dei Massive Attack, è presenza fissa nei tour inglesi ed europei.
A seguire, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, il duo originario dei bristoliani sale sul  palco insieme ai fidati turnisti che li accompagnano da anni. Le recenti polemiche del Madcool festival (in cui 3D e Daddy G hanno annullato il concerto a causa dei volumi troppo alti dei Franz Ferdinand) evaporano nel caldo afoso dell’estate mantovana: parte Hymn of the big wheel da Blue Lines e la scena è tutta per il “vecchio amico” Horace Andy; la leggenda del reggae è l’asso nella manica della band e che dona ad ogni brano una patina sulfurea e profetica.
Su Risingson entra in scena Daddy G tra gli applausi del pubblico e, sull’onda di un sample dei Velvet Underground, i due vocalist si alternano in uno dei pezzi più noti e oscuri della loro produzione. Su e giù dal palco, al sintetizzatore o al microfono, Del Naja e Marshall sono in continuo movimento: quello che tolgono in continuità emotiva, lo danno nella carica di ogni pezzo. Il beat ossessivo di United Snakes è la colonna sonora ideale del visual che rappresenta per simboli partitici tutta la politica mondiale, caratterizzando una forte critica verso chi alimenta razzismo e diseguaglianze sociali. In un crescendo vorticoso, parte Girl I love you dove il suono è sempre più electro-rock e Horace Andy si prende la scena trascinando un brano dall’esecuzione mesmerizzante. Musica e immagini si fondono sempre più: il codice binario sul maxi-schermo fa da sfondo alle pulsazioni che introducono Future Proof (dal sottovalutato 100th window), tra le urla dei fan irriducibili; il brano esplode fragoroso tra suoni decisamente rock che lo allontanano dalla evidente matrice kraftwerkiana. Gli “Young Fathers” tornano sul palco per eseguire Voodoo in my blood eIMG_20180715_231805138-01.jpeg Way up here sotto lo sguardo attento di Del Naja, impegnato al sintetizzatore. Le prime note di Angel scatenano la folla ed è nuovamente Horace Andy a guidare le danze con la sua voce che si fa più sinistra e avvolgente; nell’acme sonoro la canzone esplode tra schegge rock e di elettronica tagliente, rappresentando uno degli apici dell’esibizione.
Torna Del Naja e annuncia il brano seguente come un “Requiem per l’Unione Europea”: è Inertia Creeps, massiccia e claustrofobica. Dal vivo, i Massive Attack aumentano l’impatto e le sfumature orientali di questo classico e rendono ancora di più l’idea della fine del mondo. Sullo schermo scorrono i titoli delle notizie più insulse e di gossip su vip, calciatori, veline, politici, tronisti cantanti e attori che appestano l’informazione italiana e contribuiscono a intossicare mentalmente milioni di persone.
C’è tempo per due brevi bis: nel primo, Deborah Miller prende di petto la hit Unfinished Sympathy regalando brividi al pubblico che balla in tutta la piazza. Sullo sfondo campeggia “siamo tutti in questo insieme”, discutibile traduzione dall’inglese “we’re in this together”, esortazione a unirsi per combattere le ingiustizie e dedicato all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Horace Andy e Daddy G tornano sul palco per il gran finale e parte una magnifica versione di Splitting the Atom, grande successo del periodo di rinascita artistica della band: il passato e presente dei Massive Attack si incrociano nel beat scuro, il synth incandescente e la melodia sopraffina per chiudere al meglio il live e salutare Mantova.

 

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Neverending Bob Dylan

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dylanAl Palabam di Mantova si è tenuta l’esibizione sold-out  del menestrello di Duluth, all’interno del “neverending tour”. In una scenografia calda ed essenziale, il Premio Nobel per la Letteratura ha offerto uno spettacolo di rara bellezza, adatto ai fan incalliti e agli appassionati di musica, dove non c’è stato spazio per l’effetto nostalgia o per il conformismo delle star del rock.

Nonostante le settantasei primavere e l’immenso successo planetario, Bob Dylan non si ritira e non si adatta allo show-business: la sua esibizione live è espressione della sua arte, non un mero contenitore di greatest hits per nostalgici o di ammiccamenti per fan adoranti. Per questo, i mugugni in sala e sui social per i classici mancanti in scaletta o totalmente reinterpretati e irriconoscibili, lasciano il tempo che trovano; il Dylan di oggi non tocca la chitarra e si siede, si reinventa e fa delle sue canzoni materia viva e tanto deve bastare, pena il non comprendere il senso dell’operazione culturale. Come noto l’artista non vuole foto o video, anche per sfuggire all’idolatria della star, ma a fare la differenza in negativo sono stati il brillare dei fasci di luce e laser della security per scoraggiare i tentativi del pubblico, non solo di scattare foto, ma anche solo di guardare lo schermo del proprio smartphone.

Alle 21 esatte la band si presenta su un palco essenziale illuminato da una manciata di fari  caldi e avvolgenti: Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, e Donnie Herron alla slide guitar al violino e al banjo; la band ormai rodata che segue Dylan già da anni. E sulle note introduttive di “Things have changed” appare lui che, senza una parola o un cenno alle migliaia di fan in delirio, si siede al pianoforte, dove rimarrà per gran parte del concerto, e inizia lo spettacolo. Sì, “le cose sono cambiate” canta Dylan, e anche i pezzi vengono rimaneggiati, rivisti o addirittura stravolti ora in chiave blues, altre con sfumature jazz. Da subito la setlist va continuamente avanti e indietro nel tempo nella discografia di Robert Allen Zimmermann, amalgamando tutto sotto una luce nuova: “Don’t think twice it’s all right” non sfugge a questa regola e per più di uno spettatore anche il classico del primo Dylan non è immediatamente riconoscibile. “Highway 61 revisited” è un altro gioiello esibito al Palabam e la voce dell’artista si impone sull’arrangiamento frizzante del brano del 1965. Dall’album di cover “Fallen Angels” viene pescata una straordinaria “Melancholy Mood” di Sinatra: Dylan si alza, regge l’asta del microfono e gioca ad interpretare il crooner; uno dei momenti più intensi e avvolgenti dell’intero concerto. A rimanere nella mente di “Honest with me” è il riff di slide guitar che Donnie Herron tiene in primo piano per tutta l’esibizione del brano. Meno roca dell’originale, “Pay in Blood” convince per il suo impeto inquieto e caratterizza una scaletta che pesca a piene mani dal recente “Tempest” del 2012.  Straordinaria e straniante anche la versione di “Tangled up in blue” proposta al Palabam che, dal minimalismo folk originale, prende una nuova vita particolarmente elegante. Il blues dilagante e trascinante di “Early Roman Kings” (un altro estratto da “Tempest”) è paradigma dell’intero sound dell’esibizione e strappa applausi convinti. Un’altra cover e questa volta Dylan omaggia  Yves Montand, reinterpretando “Autumn Leaves” e riuscendo nell’impresa di aggiungere all’originale un’altra patina di malinconia.
C’è tempo per un bis in cui Dylan e la sua band regalano una irriconoscibile “Blowin’ in the wind” che, spogliata e rivestita di suoni nuovi, non perde nulla della carica di protesta del tempo in cui è stata scritta. Chiude l’esibizione “Ballad of a thin man” con tutto il pubblico del Palabam in piedi ad applaudire uno degli artisti più importanti del Novecento, che ha saputo mettere piede anche nel nuovo millennio.

Sting: an Englishman in Mantova

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IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.