Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

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Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.

Il Festival di Max (intervista a Max Collini)

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JukkaReverberi_MaxColliniQuesta sera Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax, sarà protagonista a Festivaletteratura con l’evento “Spartiti”, insieme a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò. In attesa di vederlo live, abbiamo fatto qualche domanda all’artista reggiano per conoscerlo meglio e sapere di più sui suoi diversi progetti musicali.
(Pubbliato su Alta Fedeltà dell’11.09.15)

1)    Quella di quest’anno è la tua prima volta al Festivaletteratura in qualità di autore ospite: avevi già partecipato al grande evento, che idea te ne sei fatto? 

Conosco molto bene l’evento e la sua importanza, anche se non l’ho mai frequentato assiduamente. Questo genere di manifestazioni testimoniano che si può fare cultura in modo non elitario e che la cultura è un volano economico fondamentale e non un costo. Ci sono amministrazioni pubbliche che pensano di risparmiare chiudendo i teatri e altre che invece si ritrovano un indotto molto importante e magari ulteriormente arricchito dalle visite di chi nella sua città non trova più alcuna proposta interessante e va a spendere risorse altrove. La solita lungimiranza italiana insomma.

 

2)    Il pubblico mantovano si ricorda del progetto “Droni e Letture (quasi tutte) Emiliane”, forse un progenitore di “Spartiti”: quest’ultimo invece come nasce e come si concretizza nello spettacolo che sarà proposto domani sera? 

 Io e Jukka Reverberi abbiamo iniziato a collaborare proprio partendo da quella esperienza, che inizialmente avevamo realizzato dando ampio spazio all’improvvisazione. Curioso che poi si sia sviluppata compiutamente in “Spartiti” che invece è una proposta abbastanza strutturata e definita. Pur partendo da ruoli parecchio diversi (ognuno di noi due ha compiti abbastanza precisi e tende a rispettare e a fidarsi molto delle intuizioni dell’altro) abbiamo raggiunto una intesa umana e artistica efficace, in cui c’è una forte dose di identificazione con quello che facciamo assieme, che ritengo possa rappresentarci in modo autentico. L’essenziale è che il materiale che scegliamo di affrontare, sia musicale che letterario, venga da entrambi sentito come nostro. Per quanto riguarda i miei ambiti narrativi, per esempio, ho scelto i testi degli autori che propongo (circa la metà dei brani dello spettacolo hanno un testo originale mio e l’altra metà di altri) partendo da un sentimento non proprio nobile: l’invidia. Ho scelto infatti alcune delle cose che, leggendole la prima volta, ho immediatamente pensato che avrei voluto scriverle io da tanto che mi ci riconoscevo emotivamente. Credo che questo il pubblico lo percepisca e credo sia fondamentale per creare una partecipazione anche emozionale, appunto, in chi ci ascolta.

3)      3 – Nel settantesimo della Liberazione dal Nazifascismo è stato presentato “Settant’anni, qualche mese, alcuni giorni”, uno spettacolo dove collabori non solo con Jukka Reverberi, bensì con tutti i Giardini di Mirò. Raccontaci di quest’esperienza , del dovere della memoria e di come farla “vivere” a tanti anni di distanza.

Abbiamo fatto tre spettacoli da aprile ad oggi tutti insieme e dedicati ai settant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. L’idea era quella di affrontare un argomento che molto si presta alla retorica e alle liturgie istituzionali con linguaggi diversi da quelli tradizionali. Non so se si possa ancora raccontare quella storia senza scadere nel già suonato e sentito, ma ci abbiamo provato. Se non si cercano nuovi linguaggi le nuove generazioni finiranno per vivere quella storia con lo stesso trasporto con cui io da ragazzo studiavo il Risorgimento. Credo che almeno in parte ci siamo riusciti e sono molto fiero dell’opportunità che i Giardini di Mirò mi hanno dato, è stata una esperienza umana e artistica molto importante per me, spero che ci saranno in futuro altre possibilità per continuare questo percorso umano e artistico.

4)   Andando (molto) più indietro: quando hai iniziato a scrivere testi letterari e quando ti sei ritrovato davanti al microfono?

Ho scritto il mio primo racconto nel 1999 (si intitolava “Superchiome”), a trentadue anni. Ci presi gusto e nel giro di qualche mese accumulai parecchio materiale, venuto fuori senza molta ambizione e certamente per puro divertimento personale. La svolta è arrivata grazie a una intuizione di Enrico Fontanelli, che all’inizio del 2003 mi propose di utilizzare quelle storie un po’ bislacche in altro modo. Nacquero nel giro di pochi giorni gli Offlaga Disco Pax e mi ritrovai con un microfono davanti. Avevo quasi trentasei anni a quel punto, sono stato un esordiente decisamente tardivo.

5)    Nei tuoi testi e nelle tue apparizioni pubbliche (come ad esempio nel documentario “Finché l’Emilia va”) racconti del vuoto di riferimenti dopo gli sconvolgimenti dell’Ottantanove: quanto pesa secondo te l’assenza di un grande sogno collettivo? 

 Alla fine io resto un uomo parecchio pragmatico, il grande sogno collettivo è roba da rivoluzionari esoterici, io mi iscrissi al PCI a diciotto anni, scegliendo una cosa un po’ più concreta di gruppetti quali Lotta Comunista o Falce e Martello (per dire). Il problema è che una volta sciolto il più grande Partito Comunista occidentale nessuno ne ha raccolto compiutamente l’eredità, lasciando spazi a sinistra che molti descrivono come praterie, ma che nessuno pare essere in grado di cavalcare. La sinistra italiana avrebbe bisogno, secondo me, di liberarsi di una vecchia classe dirigente che in trent’anni ha generato sconfitte non solo elettorali ma, soprattutto, culturali di dimensione apocalittica. Qui non si tratta più di costruire l’ “uomo nuovo”, ma almeno di fare comprendere qualche articolo della Costituzione Italiana a intere masse di nuovi analfabeti funzionali, sperando che una volta compreso il testo non insorgano nello scoprire che molte delle loro convinzioni in quel documento non trovano alcuna cittadinanza, né attiva né passiva.

6)   A questo proposito, negli ex territori dell’Est e più di recente nei Balcani si sono affermate forme marcate di nostalgia per le repubbliche popolari e per i sistemi “socialisti”. Nonostante l’enorme e talvolta ingombrante lascito della sinistra italiana, nel nostro Paese l’unica forma di “ostalgia ragionata” è stata quella rappresentata da alcuni brani degli Offlaga Disco Pax; come mai secondo te? 

 Sembra che la sconfitta economica, culturale e politica dei regimi del Patto di Varsavia per forza di cose debba portare con sé anche l’eredità del PCI. Io non sono d’accordo, è un modo di leggere la storia semplicistico e arrogante. Ha vinto l’ideologia dominante e nemmeno ce ne rendiamo conto, perché ne siamo drammaticamente pervasi. Eppure fino a solo pochi anni fa c’era in una visione molto meno ottusa, anche negli altri campi e non solo a sinistra. Ascoltare oggi un intervento di un qualunque esponente del PSDI (ho detto il PSDI, non il PCUS) a una tribuna politica degli anni settanta è una esperienza surreale: con i canoni attuali sembrerà di sentire il discorso di un pericoloso sovversivo, mentre all’epoca il PSDI era considerato, probabilmente non a torto, un orrendo prodotto dell’opportunismo e del sottobosco partitocratico italiano. Lo spostamento a destra di questo paese nel giro di trent’anni è talmente grottesco che fa, davvero, molta paura per il futuro.

7)   Chi anagraficamente non ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta, ha imparato solo dopo e tramite libri e citazioni i nomi di uomini e donne divenuti leggendari: in “Robespierre” ad esempio citi Alberto Juantorena l’atleta cubano che domani sarà ospite a Festivaletteratura. Andrai a incontrarlo con spirito internazionalista?

Non sapevo fino a quando non ho letto la domanda che “El Caballo” sarà a Mantova, se ne avrò modo andrò a farmi firmare un autografo e fare una foto con lui. La sua storia è davvero straordinaria, come molte delle storie che riguardano lo sport di Cuba. Al netto della retorica, Cuba è una piccola nazione che ha fatto vedere al mondo per decine di anni quanto conta l’anima di un popolo e non solo in ambito sportivo. Avevo nove anni quando nel 1976 vidi le sue imprese alle olimpiadi di Montreal nel televisore a colori di Ivan (noi eravamo ancora rimasti al bianco e nero, la tv a colori a casa mia arrivò solo negli anni ottanta), un ragazzo che viveva nella scala di fianco alla mia. Furono giorni indimenticabili. L’Italia a quei giochi vinse solo due medaglie d’oro: quella di Klaus Dibiasi nei tuffi e quella di Dal Zotto nella scherma. Ricordi indelebili.