Mark Lanegan live al Vittoriale

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IMG_20170710_221946328-01-01Nella cornice dell’anfiteatro del Vittoriale a Gardone Riviera, il profeta Mark Lanegan ha dato prova della sua immensa caratura artistica. Sopravvissuto all’epopea “grunge”, l’ex-leader degli Screaming Trees, negli anni ha seguito un significativo percorso solista e di indubbia ricerca musicale che ha dilatato i confini di un alternative rock malinconico in direzioni folk, blues o, come negli ultimi album, squisitamente elettroniche. Un concerto elettrico per il Tener-A-Mente Festival, inaugurato dall’esibizione del fedele chitarrista Duke Garwood, il cui fingerpicking ed il timbro vocale costruiscono scenari blues-rock sognanti e dilatati, con il crepuscolo sul lago di Garda alle loro spalle. Cala la notte e finalmente Lanegan, come una creatura delle tenebre, sale sul palco magnetico, vestito in total black e limitando le interazioni col pubblico a qualche “grazie”. Nel tempio poetico di D’Annunzio, la voce profonda e ruvida del musicista statunitense si fa profetica e carica di presagi: già sulle note oscure di “Death’s head tattoo” e su quelle più stoner e sepolcrali di “The gravedigger’s song” la sua figura statuaria e oscura, raggiunta da un light-show essenziale, viene illuminata da frequenti lampi che squarciano la notte gardesana. “Hit the city” incanta e convince, nonostante l’assenza di Pj Harvey come sulla versione dell’album “Bubblegum”. Umbratile e intrisa di elettronica su disco, “Nocturne” dal vivo si trasforma grazie al supporto determinante della band di Lanegan. Allo stesso modo, la scura marcetta sixties di “Emperor”, suonata con passione ed energia, mostra tutte le sue sfaccettature acide e dolenti. “Ode to sad disco”, vera e propria gemma tratta dall’album “Blues Funeral”(e in odore di New Order), scatena il pubblico che apprezza questa versione in cui il possente synth-pop lascia spazio ad una maggiore enfasi chitarristica. Le chitarre scheletriche, il beat incalzante e i sintetizzatori wave dell’ottima “Harvest home” caratterizzano uno dei momenti più alti dell’ora e mezza di show, in cui la musica accompagna Lanegan su una polverosa strada di confine, libero di urlare “Now black is the colorblack is my name”. L’essenziale “One Hundred Days” dal vivo viene rivisitata, ma senza appesantirla: rimane l’atmosfera sognante e tutta la sua forza viene espressa dalla iconica voce del cantante statunitense. “Head”, con la sua semplicità, colpisce al cuore i fan più legati alle melodie degli Screaming Trees. Durante il bis, il gran finale è affidato a una ossequiosa reinterpretazione di “Love will tear us apart” dei Joy Division a sancire il legame di Lanegan con il post-punk e a commuovere il pubblico del Vittoriale.

Intervista a “Frammenti di un Cuore Esploso”

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unnamedNata come etichetta indipendente e gruppo di organizzazione eventi, Frammenti di un Cuore Esploso è poi diventata associazione culturale e un anno fa ha raggiunto l’obiettivo di dotarsi di un vero e proprio quartier generale. Domani sera, infatti, si terrà il primo compleanno della realtà socio-culturale che supporta il mondo underground  punk, hardcore, grind, stoner, noise, metalcore; uno spazio, quello di via Bracci a Mantova, che funge da base logistica per le attività di servizio alle band e al mondo degli eventi. In occasione delle giornate di festa, abbiamo intervistato Francesco Artioli, presidente e anima del progetto Fce.

  1. In piena crisi economica e in una piccola città fuori dal circuito indipendente, un gruppo di coraggiosi mette in piedi una realtà come Frammenti di un Cuore Esploso. Possiamo parlare di una scommessa vinta: quali sono stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo risultato?

    Forse parlare di scommessa vinta è ancora presto per un progetto giovane come il nostro ma i segnali da un anno a questa parte (dall’apertura del nostro spazio di Via Aliano Bracci il 7 maggio 2016) sono davvero confortanti. Dopo aver organizzato eventi a ripetizione, quasi venti coproduzioni e realizzato la nostra base operativa direi che Mantova non è più fuori dal circuito indipendente e anzi siamo sommersi di richieste di artisti underground da tutta Italia e dall’estero. Tra gli ingredienti che stanno rendendo possibili buoni risultati citerei la capacità di ascoltare, sviluppare e collaborare anche in progetti altrui, il tentativo di far sentire tutti (artisti/soci) come a casa propria nel nostro centro e l’enorme passione ed impegno che proviamo a mettere in ogni dettaglio.

  2. Quali le tappe che hanno visto evolversi il progetto dal primissimo festival del 2010, fino all’apertura di una vera e propria sede?

    Siamo partiti organizzando concerti di musica indipendente in vari spazi di Mantova e Modena.Insieme a questi eventi abbiamo cercato di documentare in Italia e in Europa le scene musicali più estranee al music business attraverso foto/video/interviste grazie all’aiuto di Nereo Bumci e di Neoel Multimedia Service. Circa tre anni fa abbiamo deciso di allargare il nostro team per fornire servizi di ogni tipo ad altre associazioni, circoli, artisti, enti privati e pubblici utili a sviluppare e realizzare i loro progetti culturali. L’ultima fase è stata quella di aprire il centro di Via Aliano Bracci che dopo questo primo anno vanta già 600 soci ed ha visto nascere gruppi e dischi fra le sue mura.

  3. Un anno contrassegnato da decine e decine di concerti indipendenti, organizzati anche in altri locali in collaborazione con diversi partner musicali. Quanto è importante mantenere attiva la scena in un territorio come il nostro?
    Nel nostro territorio ci sono numerosi appassionati di cultura underground anche se sparsi per la provincia. Ora con FCE hanno un posto dove incontrarsi, creare musica, organizzare eventi ed avere consigli per registrare, stampare e distribuire i propri dischi. Siamo felicissimi del fatto che diversi nuovi gruppi sono nati nelle nostre sale prova e la scena ci sembra ora più attiva che mai. Vogliamo creare un ambiente ideale per la produzione artistica e musicale locale e promuoverle anche fuori dalla nostra città.
  4. Fce come detto è nota per le serate live a Borgochiesanuova, ma ha anche una ampia gamma di attività correlate al mondo della musica, raccontacele.

    I servizi che offriamo sono cresciuti molto negli anni ed ora riusciamo a seguire diversi aspetti di un evento come assistenza tecnica, organizzazione, comunicazione e grafica. Dall’apertura del centro ospitiamo anche corsi, workshop, mostre, sale prove, studio di registrazione, serate di giochi di ruolo oltre a set fotografici e video. Abbiamo mille altre idee da sviluppare nei prossimi mesi per garantire ai soci un offerta ludica e culturale continua.

  5. Si prevede una grande festa di compleanno: cosa bolle in pentola?

Abbiamo preparato una grande festa dalle 16 per  raccontare in breve tutto quello che è successo in questi anni, mostrare la completa ristrutturazione degli spazi e per presentare alcuni dei nuovi percorsi che saranno operativi da settembre. Ci saranno una masterclass di chitarra con Giorgio Borgatti (Three in one gentleman suit / Threelakes), un corso introduttivo al software Ableton Live e altre iniziative didattiche. Dalle 19 aperitivo di compleanno in collaborazione con Arci Fuzzy, presenteremo il corso di batteria con Alessandro Magnani e dalle 21.30 spazio alle “visioni elettriche”: concerto con musicisti provenienti dalla scuola di musica Andreoli di Finale Emilia. I workshop sono gratuiti per tutti i soci di FCE ma i posti disponibili sono limitati e consigliamo di prenotare gli ultimi posti disponibili.

  1. Per il futuro quali sono gli obiettivi e i sogni di Frammenti di un Cuore Esploso?

 

Il primo grande sogno era quello di aprire uno spazio e siamo riusciti a realizzarlo; c’è molto lavoro da fare ancora per portarlo al 100% di efficienza e tutto il 2017 sarà dedicato ad esso. Nel nostro futuro vedo progetti per rivitalizzare il quartiere di Borgochiesanuova, altri con le scuole per valorizzare i giovani artisti/musicisti locali, organizzare tour europei per band italiane e la trasformazione di Fce Records in una cooperativa di lavoro specializzata in servizi per gli eventi in una fase più avanzata del progetto.

Amy León live @ Cinema del Carbone

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unnamedBruciante, catartica, commovente: basterebbero queste tre parole per descrivere l’esibizione di Amy León che domenica sera ha trasformato il Cinema del Carbone nel club underground di una grande metropoli; quella della giovanissima newyorchese (classe 1992) è stata senza ombra di dubbio una delle performance più intense avvenute a Mantova negli ultimi anni. Difficile credere che Amy canti solo da tre anni e che non molto tempo fa fosse addirittura timida: la cantante, poetessa ed educatrice si mette davanti al microfono in un set minimalista di un’ora composto solo da una chitarra elettrica che tesse la tela di un intreccio sonoro da subito sovrastato dall’imponente voce; ogni singolo pezzo, ogni nota vocale raggiunge una intensità che colpisce il pubblico dell’evento sold-out nel cinema di via Oberdan. Intervallato da ampi sorrisi tra un brano e l’altro, il volto della cantante esprime continuamente il travaglio e la pesantezza del messaggio contenuto nei suoi testi: musica e poesia fuse in un particolare “protest soul” che unisce la denuncia delle diseguaglianze sociali tra bianchi e neri, la celebrazione dell’amore e le difficoltà dell’essere donna. I brani presentati al Carbone sono estratti dall’album d’esordio “Something Melancholy” che reggono egregiamente alla prova live, specie con una formazione ridotta all’osso: “Blue” apre in modo soffice il concerto. “Chasing”, la prima canzone scritta dalla cantautrice, non perde nulla della sua drammaticità sentimentale e si increspa sull’energia del suo canto. Il lato più politico e militante della giovane di Harlem deflagra in “Burning in Birmingham”: è soul, rivisitato con un occhio più “indie”, ma incandescente come la materia che tratta. Parole calde e ustionanti che prendono a prestito una famosa dichiarazione di Nina Simone, e ricordano la brutale violenza del Ku Klux Klan contro una chiesa afroamericana nel 1963. Le note melodiche di “Better” così leggere e innamorate, scaldano i cuori.

“Rabid Dogs”: intervista ai Monsieur Gustavo Biscotti

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mgb_34a2947Con dieci anni di attività musicale alle spalle, i Monsieur Gustavo Biscotti sono una consolidata realtà della scena mantovana. Le variazioni nella combinazione degli elementi della formazione, unite ai cambi di direzione stilistici, hanno portato al perfezionarsi della chimica della band: dalle “low culinarian frequencies” a due bassi (Filippo e Paolo), batteria (Lorenzo) e synth (Jacopo), e senza voce del disco di esordio, fino al fragoroso post-punk con l’aggiunta di voce e chitarra (Giandomenico) in “The Disastrous fall of…” del 2012. Dopo un lungo periodo in studio i “biscotti” oggi pubblicano “Rabid Dogs” il nuovo disco con le sue sette tracce incendiarie che presenteranno questa sera in uno speciale release party al quartier generale dell’etichetta Frammenti di un Cuore Esploso a Mantova.

  1. Fin dal primo ascolto si possono percepire la maturazione artistica del quintetto e un cambio di direzione che lascia indietro le suggestioni più math in favore di una schiettezza post-hardcore: su quali basi e in quanto tempo è avvenuta l’evoluzione del sound dei Monsieur Gustavo Biscotti?

 

F.:Siamo molto soddisfatti di come suona il disco, semplice e veloce, vola via.  Ma ascoltando in modo approfondito si sente il lavoro fatto in questi anni sia in sala prove sia con i concerti dal vivo. Questi pezzi rappresentano innanzitutto l evoluzione di noi 5 come persone e musicisti e sono il punto d’incontro delle nostre preferenze musicali, un percorso che ci ha portati a semplificare e cercare una forma canzone più standard.
L.: Credo che il sound dei MGB sia il risultato di anni di ricerca collettiva come band, ma anche individuale ed oserei dire intima. Ognuno di noi ha ascolti ed esperienze musicali differenti alle spalle e credo che solo dopo tutti questi anni si sia riuscita a fare una sintesi che ci soddisfa appieno. È stato un poco come scolpire, dalla ridondanza degli inizi abbiamo asportato ed eliminato cercando l’essenziale.

  1. Il titolo parla di cani arrabbiati: come mai questo nome e quali sono le tematiche affrontate nei testi dell’album?

F.: Rabid Dogs si richiama al titolo della versione inglese del film di Mario Bava del 1973, Cani Arrabbiati, un film particolare rimasto inedito per 20 anni, nonostante sia considerato tra i migliori film del regista. Più che ai testi, il titolo è stato ispirato da Pànìcò, l’autrice dei disegni della copertina, che lavorando alla grafica ascoltando la nostra musica ha creato questa immagine dei cani, essendo io un grande fan del cinema di genere italiano degli anni 70, ho proposto agli alti componenti della band questo richiamo al film di Mario Bava.
L.: Aggiungerei anche che l’idea che la nostra musica sia un poco come cani che si rincorrono, piena d’energia e ruvida ci è piaciuta da subito. A volte serve un lampo esterno a farti vedere tutto l’orizzonte in maniera nitida e in effetti Pànìcò ci ha regalato questa immagine di cani sciolti liberi. Credo che in un certo senso ci rappresenti anche come persone, abbiam sempre fatto quello che ci sentivamo di fare in totale libertà.

  1.  “Rabid dogs” suona ruvido e urgente, ma allo stesso tempo sofisticato e stratificato: il frutto di un imponente lavoro di registrazione e produzione. Raccontateci la genesi del disco.

F.: Grazie è proprio quello che volevamo ottenere…un suono all’apparenza molto scarno, senza effetti e fronzoli, ma ricercato. E per ottenere questa resa\amalgama solo apparentemente semplice non puoi far altro che affidarti a super professionisti del suono come Raffo ( Raffaele Marchetti ).

L.: Il lavoro ovviamente è nato come tutti i nostri dischi in un lungo periodo di sessioni in sala prove. Questa volta non volevamo però lasciare nulla al caso e così abbiamo per la prima volta fatto una pre-produzione in studio, ascoltato tutto un’infinità di volte sistemando quello di cui non eravamo convinti. Siamo stati due week end interi all’igloo studio ricercando l’intenzione giusta dei brani e l’equilibrio perfetto nel sound, siamo stati molto critici con noi stessi, ma ora direi che godiamo molto ad ogni ascolto. Raffo era la persona giusta per fare tutto questo.

  1. Lo scorso disco uscì in free-download senza etichetta, questa volta è in arrivo una speciale edizione in vinile promossa insieme ad alcune etichette indipendenti. Quali label vi stanno supportando e come mai avete preso questa scelta coraggiosa?

L.: La decisione è stata direi naturale, volevamo dopo tanti anni regalare per primi a noi stessi qualcosa di tangibile e di duraturo. Pensavamo che questi pezzi meritassero una casa adeguata, così ci siamo rivolti a Frammenti di un cuore esploso ( che sta facendo un super lavoro su mantova e non solo) e ad Annoying Records che avevano da sempre mostrato interesse nella nostra musica. Da questa scintilla iniziale è scaturita l’idea di allargare la coproduzione e, grazie ad una rete di contatti che ruota attorno a noi e a queste realtà, si sono unite anche Sonatine Produzioni, è un brutto posto dove vivere e la polacca Antena Krzyku. Queste sono le magnifiche 5 che assieme a noi porteranno sui vostri giradischi un’incredibile vinile rosso da 180g. Più che coraggiosi direi che siamo tutti degli incoscienti, per fortuna!

  1. Nelle vostre produzioni avete sempre avuto un gusto particolare nella scelta di illustrazioni e art work: per “Rabid Dogs” con chi avete collaborato?

L.: Per questo album ci siamo affidati a Pànìcò, nome dietro il quale si cela l’artista Milvia Bonadiman. Lei è una nostra amica e le abbiamo semplicemente chiesto di ascoltare il disco e lasciar andare le sue mani. Credo che abbia colto degli aspetti a noi noti della nostra musica e ce ne abbia indicati altri che per certi versi erano meno evidenti. Credo sia un’artista con un talento enorme, andatela a scoprire e supportatela. All’art work ha lavorato un’altra persona per noi importante: Giulia Rizzini di Kartu studio. Ha preso il lavoro di Milvia, lo ha unito alle nostre idee dandogli una forma e creando l’oggetto che troverete al nostro banchetto nei mesi a venire. Non possiamo che dire grazie a tutte e due queste persone.

  1. Questa sera l’appuntamento è al release party in casa FCE, dove potremo gustare la resa live dei nuovi brani: state già pianificando un tour promozionale?

    : Stasera finalmente possiamo dire che inizia un nuovo tour. Andremo sicuramente a visitare ognuno delle persone coinvolte nella stampa del disco e per questo credo che prima o dopo ci toccherà andare anche in Polonia. L’intenzione sarà quella di sempre: suonare il più possibile e dare il massimo in ogni live. Stiamo lavorando alla definizione di un calendario, ma per questo invito tutti a seguire la nostra pagina per cogliere le date che mano a mano usciranno.

 

L’Apocalisse della Fuzz Orchestra a Brescia

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img_20161105_243023602-01Fuoriusciti da una voragine apertasi per l’imminente Apocalisse, la Fuzz Orchestra dei tre profeti della catastrofe, è giunta al Lio Bar di Brescia per scagliare anatemi sulfurei. L’oscura matrice dei Black Sabbath incontra Morricone e numerosi sample vocali cinematografici che sostituiscono il cantato e, insieme, viene dichiarata la lotta armata ad un’Italia corrotta, egoista e ammalata di fascismo e perbenismo. Queste le premesse per il live incendiario del trio milanese che giunge al termine del lungo tour dell’ultimo album, “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”: l’intro inquietante de “l’uomo nuovo” riprende il discorso dell’anarchico di “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmuller. Luca Ciffo ipnotizza con il riff iniziale de “Nel nome del padre” suonato sulla sua Diavoletto, mentre Fabio Ferrario dai suoi aggeggi digitali ed analogici tira fuori voci e suoni maledetti direttamente da un film del 1962; Paolo Mongardi coglie la palla al balzo e scatena la prima sfuriata del concerto. “Todo Modo” è un assalto sonoro che dal vivo sprigiona una energia devastante dove il gioco strumentale oscilla tra heavy e prog: le parole, tratte dall’apocalisse di san Giovanni e dalle profezie di Isaia prendono vita e ballano una danza macabra con citazioni dell’omonimo film di Elio Petri del 1976. La violenza di “Il terrore è figlio del buio” si accompagna magistralmente ai campioni che Mongardi pesca, questa volta dal capolavoro “Il settimo sigillo”. E proprio il 4 novembre, anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, la carica eversiva di “Morire per la patria” risuona con forza nel locale bresciano: non ci sono patacche nazionaliste o medaglie postume per morti in trincea, ma la forza chitarristica di Ciffo che detta la linea alla band per vomitare rabbia antimilitarista contro il genocidio di giovani contadini  e operai voluto da industriali e generali, che echeggia nelle parole  di Gian Maria Volontè in “Uomini Contro”.

Fire in Casalecchio: The Cure live 2016

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img_20161029_220900000-01Il mito, la leggenda: melodìe e arrangiamenti che superano le barriere del tempo e sembrano infischiarsene delle rughe e delle mode che cambiano. I Cure sanno che i fan italiani sono tra i più esigenti e calorosi, per questo nella prima data italiana del loro tour suonano pezzi noti e meno noti, fino allo sfinimento e alla commozione, portando all’estasi collettiva le migliaia di appassionati che affollano l’arena di Casalecchio di Reno. I The Twilight Sad aprono la serata con uno show epilettico: la band rivelazione degli ultimi anni suona quarantacinque minuti di efficace post-punk, erede diretto dei Joy Division al tempo degli Interpol.
Quando i Cure salgono sul palco i fan si uniscono in un boato: scorrono Reeves Gabriels, Jason Cooper, Robert Smith, Simon Gallup e Roger O’ Donnell che si mettono ai loro posti di combattimento e parte, dolcemente malinconica, “Plainsong”. A seguito arrivano ballate di pop-oscuro di successo come “Pictures of you” e “A Night like this”. “Push” alza il tiro aumentando il battito e le distorsioni. Il synth-pop del periodo “Japanese Whispers” emerge nella danzereccia “The Walk”. Su ogni brano il bassista Simon Gallup gira, saltella e si mette in posa con un piede sulla cassa spia: ciuffo e basette rockabilly, trucco pesante e canotta degli Iron Maiden caratterizzano il personaggio che regge le speciali intelaiature di basso della band. “Shake dog Shake” è un ipnotico hard-rock psichedelico in cui Smith ruggisce e scatena il pubblico. Dal passato della band arriva un brano conosciuto dagli intenditori e sicuramente molto atteso: il fascino sublime e decadente di “Chaimg_20161029_211556847-01rlotte Sometimes”, ballata spettrale per sintetizzatori, avvolge con un manto oscuro tutta l’arena. “Lovesong”, magnifica nella sua semplicità romantica, conferma l’attenzione che la band dà dal vivo alle canzoni dell’album “Disintegration”. “Just like heaven”, “From the edge of the deep green sea” e una lenta e mesmerizzante “Prayers for rain” portano il set principale verso la sua conclusione su una commovente “Disintegration”.
I Cure tornano sul palco: Robert Smith scherza e sorride con il pubblico. Il folletto dark di Crawley invecchia, ingrassa, ma rimane musicista sopraffino ed una icona imprescindibile. Il primo bis colpisce al cuore i fan di vecchia data: dopo avere intonato tutti insieme “happy birthday” al tastierista O’Donnell, in rapida successione arrivano colpi di darkwave funerea come “At night”, “M”, “Play for today” il cui coro sulle note del sintetizzatore infiamma tutta l’arena, e la magia angosciante di “A Forest”, con il suo caratteristico connubio di basso e batteria post-punk su cui si stagliano le tastiere e la voce eterea di Smith. Il secondo bis presenta, tra le altre, una devastante “Fascination street” e la straziante dark-ballad “Burn” nota per la colonna sonora del film Il Corvo.
img_20161029_220654037-01E c’è ancora tempo per le ragnatele proiettate sugli schermi durante “Lullaby” con Robert Smith che canta e balla goffo come appeso ad una tela di ragno; “The Caterpillar” caleidoscopica nei suoi e nei colori del light-show. Per il gran finale Arrivano le super-hit “Friday I’m in love” e “Boys don’t cry”, fino ad una incendiaria e conclusiva “Why can’t I be you”. Si accendono le luci, il trucco è ormai sbavato, ma la magia resta nelle migliaia di persone che si guardano negli occhi dopo due ore quaranta di rituale laico.

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Credits: i video sono stati realizzati da Davide Barbieri

L’indie-rave dei Suuns sulla spiaggia dell’Hana-Bi

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SuunsIl “Beaches Brew Festival”, la rassegna organizzata dal Bronson di Ravenna e dall’Hana-Bi, il bagno più indie dell’adriatico, fa il pieno anche quest’anno nonostante nuvole e temporali. Tra i più attesi del festival figurano i Suuns, quattro canadesi di Montreal maestri nell’ibridare i linguaggi del rock e dell’elettronica ; la band è tornata in Italia forte del nuovo e oscuro disco “Hold/Still” che traccia nuovi orizzonti psichedelici e kraut. Proprio per la stratificazione sonora registrata su disco, le band come i Suuns rischiano che la resa sonora dal vivo sia scarsa. Non è stato il caso del live a Marina di Ravenna: giovedì il loro concerto si è tenuto direttamente sul palco allestito in spiaggia e per un’ora, il gruppo di Joseph Yarmush, ha ipnotizzato il pubblico in un’estasi collettiva. Batteria metronomica dal beat dance, synth geometrici e chitarre acide hanno esplorato buona parte dell’ultimo disco, mescolandolo ad alcune perle del passato della band. L’electro-noise sussurrato di “Instrument” apre il concerto accompagnato da poche gocce di pioggia. Su “Translate” si scatena il delirio: il riff di chitarra melodico ed ossessivo annega in un magma elettronico e sulla sabbia, nel frattempo, inizia un sabba di danze sfrenate e lisergiche che durerà fino al termine del concerto. Dal vivo “2020” è indomabile: Ben Shemie evoca  il Thom Yorke solista, la linea di basso incalza il beat e una chitarra lisergica e multi-effettata dà il tocco finale ad un brano tra i più noti della band. La ripetitività claustrofobica di “Resistance” rimanda, a torto o a ragione, alle proteste studentesche che hanno sconvolto il Quebec all’epoca della registrazione del brano. “Arena” è già un classico dei Suuns e rappresenta l’apice del concerto con le sue evoluzioni post-punk prestate alla techno in un caleidoscopio di sfumature sonore irresistibili