Essi Vivono

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Versione  breve

theylive_coverUna cosa era certa: in una Italia in crisi sociale e martoriata dall’austerity, i media e i grandi partiti avrebbero martellato tutti sull’odio e la guerra tra poveri. Tuttavia, le centinaia di migliaia di voti presi da un movimento nato da tre mesi, sono una piccola speranza di cambiamento. In questa guerra di trincea, noi abbiamo opposto il coraggio alla paura e alla rassegnazione, e ci abbiamo messo la faccia, tutta la nostra passione e tutta la nostra energia. C’eravamo prima, c’eravamo in questa sfida e ci saremo anche domani. Innanzitutto,però, voglio ringraziare tutte e tutti quelli che mi/ci hanno sostenuto: sono ancora emozionato dagli abbracci dal vivo e quelli virtuali che sono stati e rimangono la marcia in più per andare avanti e fare meglio durante questa tempesta.

Versione spiegone

1) L’ITALIA, LA CRISI E LE CENERI DI GRAMSCI

Sapevamo che la direzione era quella, perché i media e la politica hanno evitato di parlare di un sistema liberista al collasso, della disoccupazione all’11%, delle diseguaglianze sociali e di uno stato sociale impoverito e al collasso. Da anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, la campagna elettorale e la macchina mediatica sono state costruite intorno all’odio, al rancore e alla guerra tra poveri. E una società incapace di dare risposte sul lavoro, sui contratti da fame e su ragazzi che espatriano per non lavorare a 4 euro l’ora, è un incubo da combattere con tutta la forza che abbiamo. Gramsci è vivo ma non lotta insieme a noi: il filosofo comunista è stato ridotto dalla sinistra a poche frasi da bacio Perugina decontestualizzate, mentre a destra hanno studiato e applicato le regole dell’egemonia culturale. L’ideologia dominante ha strutturato armi mediatiche di ogni tipo per costruire un senso comune nella testa delle persone, che Lega e 5 Stelle hanno saputo cavalcare politicamente, costruendo un consenso marmoreo.  Un senso comune tanto forte quanto falsato, in cui i problemi del Paese sono esclusivamente negri, sindacati, “comunisti”, lavoratori statali, la perfida Unione Europea (che simpatica non è di sicuro) e i gay pedofili del Gender; tutto questo è stato shakerato per bene con le tette in homepa1_18-They-Livege su Repubblica.it  e la bile del Debbio e i suoi epigoni nelle tv locali. Un cocktail micidiale.

I 5 stelle hanno urlato una indignazione ambigua e pigliatutto, la Lega ha organizzato elettoralmente le paure delle masse e il Partito Democratico li ha rincorsi malamente, annullando gli ultimi residui di sinistra della propria storia; perché tra l’originale e la copia, tutti preferiscono l’originale. I cittadini, gonfiati da questo discorso pubblico e desiderosi di salvare la poca ricchezza rimasta, hanno fatto la loro scelta. Ne esce una politica (rissa per il primato)  senza più Politica (idee per il bene comune): per chi vive nel mondo reale, il disastro non è arrivato come un fulmine a ciel sereno.

2) IL REGNO DEI FOLLI

La corrente di melma rancorosa e individualista che domina il dibattito pubblico, ha ormai lambito ogni ambito della società; anche per questo con Potere al Popolo abbiamo scelto una direzione ostinata e contraria. La follia di unire realtà di base, quelli che si danno da fare nel sociale sui territori, e portare quelle istanze ad un livello politico elettorale è stata una sfida eccezionale e, sicuramente vinta in tre mesi: le centinaia di assemblee in tutta Italia, la raccolta firme e la passione percepita durante la campagna elettorale rappresentano una nuova speranza di cambiamento. Al netto della difficoltà di tradurre in fretta il lavoro quotidiano dal basso in una opzione politico-elettorale.

Come detto, ci abbiamo messo la faccia e il coraggio per riaprire uno spazio politico progressista che, altrimenti, sarebbe stato sigillato per sempre dal coma irreversibile del Partito Democratico e dal crollo del cartello “Liberi e Uguali”; in quest’ottica, fa sorridere sapere che D’Alema andrà in pensione, e che Civati finalmente scoprirà come noi cosa voglia dire andare al Centro per l’Impiego a testa bassa.
Provare a rimettere in campo vere idee e proposte autenticamente politiche in un organismo avvelenato come quello del dibattito italiano, è stata una scelta giusta e necessaria. La democrazia svilita per anni, dal mancato rispetto dei referendum fino ai governi tecnici non va annullata nell’invettiva sguaiata, va salvata e rilanciata: non per adorarne le ceneri, ma per conservarne il fuoco. Ci sentiamo in una trincea inquietante in cui parlare di “lavoro sicuro”, “sanità pubblica” e “tassare i ricchi e tutelare i poveri” è stato importante, ma destinato a schiantarsi contro un muro ideologico dalle sfumature diverse, ma obbediente a un’idea liberista della società.
E non fasciamoci la testa: il glorioso partito socialista, quando si presentò la prima volta nel 1895 prese solo 82.000 voti (sì, non c’era il suffragio universale) e il Partito Comunista d’Italia, con il fascismo già in casa, strappò 300.000 voti nel 1921; la storia non serve a consolarci, ma ci aiuta anche a capire che nulla è già scritto ed è la partecipazione delle persone a dare la forza per rovesciare il tavolo.

L’ONDA NERA ?

Lo sforzo dei partiti di centrosinistra e del loro apparato mediatico di dipingere a tinte forti l’arrivo di una “onda nera” neofascista ha trovato sponda in chi, nelle fila più radicali dell’antifascismo, ha creduto di essere nel 1922. Lo 0,9% nazionale di Casapound dimostra una cosa: i neofascisti sono solo quattro provoloni che, come i primi squadristi, fanno da manovalanza di strada e mediatica per fomentare la guerra tra poveri. Perché il fascismo non è solo “razzismo e violenza liberticida”, come crede una vulgata liberale e buona per tutte le stagioni: dal carcere di Turi, Gramsci scriveva che il fascismo è stato e sarà sempre il braccio armato di un sistema in crisi per colpire e opprimere le fasce deboli della popolazione; senza una lettura di classe, il fascismo sembra solo un incidente cattivone della storia.
L’ho detto e lo ripeto: in questa fase i neofascisti, che esistono e si organizzano, sono serviti a coprire per mesi il vuoto politico di proposte sociali del centrosinistra, per provare a recuperare voti su un antifascismo svilito per anni. Nel frattempo, un pagliaccio come Salvini è stato liberissimo di parlare in modo sottilmente “fascista” di lavoro e stato sociale per italiani, andandosi a prendere milioni di voti.

DOMANI

L’eredità politica della grande sinistra del PCI è finita, e forse era anche ora. Qualcuno l’ha imbalsamata per appenderla nel proprio loft, e il prezzo per venderla all’asta è stato poi stabilito dagli avversari. Non sarò io a “piangere sul comunismo versato”. Quella sinistra italiana che fino agli anni Ottanta significava lavoro e solidarietà e una attenzione per chi sta peggio, oggi è diventata sinonimo di ricchgramhi snob, amici di banchieri e industriali. Dopotutto le biografie di Renzi, Boschi, D’Alema, Bersani, Poletti, Franceschini e Vendola confermano tutti i peggiori stereotipi sul tema. Mentre in Francia e Gran Bretagna la sinistra si riorganizza e rafforza fiera delle sue idee storiche, in Italia si continua a inseguire un “nuovismo” che puzza di destra e porta dritto alla disfatta; dopotutto, solo in Italia, anche una moderna destra liberista come quella di Emma Bonino viene considerata vagamente di “sinistra”.
Sia chiaro: non sarà Di Maio a salvare l’ambiente e non sarà Salvini  a risolvere i problemi dei lavoratori, per questo c’è ancora bisogno di dare gambe e braccia a un’idea diversa del mondo. Non credo ad appelli generici “all’unità della sinistra”, perché sono convinto che vadano unite le pratiche concrete, con un senso di fratellanza solidale più vicino a quello del primo socialismo che non all’eterna conservazione di rendite e poltrone. Da questa merda (ancora Gramsci, una ossessione) ne usciamo continuando a fare con più forza quello che già facciamo: rompere gli schemi consolidati da decenni a sinistra e facendo l’esatto contrario. Costruiamo organizzazione politica strutturata e radicata sul territorio, moltiplichiamo le attività sociali già esistenti a sostegno del nostro Popolo; diffondiamo idee politiche di libertà e uguaglianza, per ricostruire un pensiero forte e culturalmente egemone. Per fare tutto questo non servono degli X-Men speciali e tanti spettatori, ma il contributo di tutti: io e quelli come me c’eravamo prima e domani saremo ancora ai nostri posti di combattimento. E a tutte e tutti quelli che ci hanno votato, sostenuto e supportato fino ad  oggi, dico che non è il momento della disperazione o di sognare facili soluzioni. Incontriamoci, prendiamo parte e mettiamo in pratica questo potere popolare. Il mondo che vogliamo non è una utopia, è qualcosa da costruire ogni giorno, insieme.

“Mi sono convinto che, anche quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”

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Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

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Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.