GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci

Una risata li seppellirà, tutti

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hebdoUna nota giornalista-scrittrice, commentando l’11 settembre, diceva che eravamo “vicini allo scontro di civiltà”: era una evidente cazzata per vendere libri, ma in molti continuano a tirarla fuori alla bisogna, come oggi, ad esempio.

Dal 1995 sono avvenuti una decina di attentati terroristici con matrice religiosa (tra cui una strage pianificata da un estremista cattolico) e una manciata di grandi rivolte nelle più incandescenti periferie d’Europa: per chiamarlo “scontro di civiltà” ci vuole la limitatezza tipica del bancone da bar italiano dove si guardano telegiornali ai confini della realtà e “terrorismo” fa rima con “rissa fra marocchini ubriachi”.
Per fortuna ci sono già pronti gli aeroplanini di carta di Gasparri per “andare a bombardare il terrorismo” e le ricette di Salvini contro “il nemico in casa che si organizza nelle moschee” che danno fiato ad un popolo che ha bisogno di queste bombe al panzanio; quando il fondamentalista cristiano Breivik sterminò decine di ragazzi della giovanile di un partito della sinistra norvegese, giustamente nessun difensore della patria dichiarò guerra al Vaticano, nè vennero setacciate le cellule cattoliche delle parrocchie. Se il capo dei neonazisti italiani dichiara che “siamo in guerra e dobbiamo combattere”, la povera Meloni solidarizza con la rivista che pubblicava vignette come quella in cui la Santa Trinità si produceva in un esplicito threesome. Il quadretto è quasi completo: ai liberali a mano armata si affiancano neo-ex-proto-para fascisti, tutti convintamente islamofobi, ma smemorati dato che il Puzzone, nel 1937, brandiva la spada dell’Islam, si definiva difensore del “fascismo arabo” e ipotizzava l’edificazione di una moschea a Roma, mentre i pennivendoli del regime incensavano la presunta “natura fascista” della religione maomettana, per facilitare rapporti politici ed economici con il mondo arabo.

Anche io sono indignato e scosso dalla notizia dell’assalto al settimanale Charlie Hebdo, ma non voglio sciacquarmi nella cascata di liquame di propaganda che gronda dai media: un commando di integralisti islamici ha ammazzato i giornalisti di un settimanale satirico (tendenzialmente di sinistra, cari amici dalla solidarietà pelosa) dalle “provocatorie” strategie di vendita, ma il punto non sta nel semplice fatto di cronaca, con le sue spettacolari stranezze e le carte di identità lasciate a terra.

C’è che dobbiamo difenderci dall’imbecillità umana che trasforma una qualsiasi religione in un’arma di sopraffazione mentale e fisica e, allo stesso tempo, dobbiamo liberarci di tutti quei fomentatori di odio e guerra tra poveri su base etnica e religiosa; figure speculari unite dalla volontà di utilizzare la paura come forma di controllo. Dai proclami bellicosi che seguono ogni attentato, a leggi più restrittive per tutti e ai bombardamenti in Stati colpevoli di avere grandi risorse petrolifere qual è l’intervallo di tempo? Quanti passaggi televisivi servono? Davvero ci siamo già dimenticati di Colin Powell che si presentò alle Nazioni Unite con una boccetta di Antrace prodotto da Saddam Hussein che era un falso clamoroso?
Serge Quadruppani ha consegnato al web una riflessione (in francese) molto nitida in questo senso. Tornando in Italia, i creduloni che blaterano di “la profezia di Oriana si sta avverando”, stanno già consegnando la ragione illuminista nelle mani dei fondamentalisti di ogni religione.

Ma poi, in tutto questo ambiguo vaneggiare di “libertà di stampa”, scommetto che nessuno ha visto comparire nemmeno UN servizio televisivo o radiofonico sul tema del disegno di legge S. 1119 che mira a mettere un bavaglio ai giornalisti con nuove regole sulla diffamazione: è proprio per questo che la Fallaci se la ride di gusto anche adesso.