GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci

Chez Guevara

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chezguevaraDecenni fa c’era una grande osterìa,  imperfetta ma conosciuta e apprezzata come la più buona e genuina del Paese. All’interno c’erano soltanto arredi semplici e la cucina era a base di piatti popolari, preparati con ingredienti genuini. I pasti venivano offerti a prezzi modici: per tutte queste caratteristiche il punto di ristoro andava fortissimo tra i lavoratori e le lavoratrici.

Un giorno i vecchi gestori, donne e uomini che l’avevano messa in piedi dopo la guerra, andarono in pensione. A quel punto l’osterìa venne ereditata dai figli e dai nipoti: questi pensarono che quello stile fosse troppo legato al passato e ad un’idea desueta di gastronomia. Ci misero un po’ di tempo ma alla fine trasformarono l’osterìa in un moderno ristorante alla moda: tirarono via subito gli stracci rossi e ci misero pregiate tovaglie bianche abbinate ai neon luccicanti. Venne ideato un menù più sofisticato che formalmente voleva richiamarsi a quello del passato, ma la cui qualità ed il gusto non erano nemmeno paragonabili. Alla gestione collettiva si preferì un consiglio di amministrazione con un vero e proprio capo aziendale. I nuovi proprietari non si rifornivano più dai piccoli produttori, ma da allevamenti intensivi e industrie del cibo. Il forte rincaro dei prezzi del menù portò anche ad un cambio netto della clientela che in pochi anni diventò quasi esclusivamente composta dalla classe medio-alta.

Visto che il ristorante aveva scelto il regime di libero mercato dovette affrontare una concorrenza spietata. Alcuni ex-soci della nuova azienda tentarono inutilmente di aprire delle piccole locande per provare a replicare l’esperienza della vecchia osterìa: copie sbiadite che finivano spesso a fare da semplici franchise e spin-off del ristorantone. La concorrenza nel frattempo attirò clienti con dei fast-food dal cibo scadente ma economico. C’era quello localista che sui suoi tavolini di plastica offriva pasti “tradizionali” e fintamente genuini per riempire facilmente la pancia e disprezzare i cibi provenienti da fuori; roba di scarto ma che con una buona propaganda attirava gli affamati. Ce n’era uno che non si capiva nemmeno se preparasse carne o pesce: i proprietari erano forti nel marketing e avevano capito che, in tempi di magra, chi è arrabbiato e affamato non va molto per il sottile.

La morale è che la via gastronomica al socialismo, inteso come un mondo più libero e giusto, passa per la costruzione di una alternativa gustosa, dagli ingredienti equi e solidali, che spazzi via sia il cibo-spazzatura che le mangiatoie per super-ricchi.

Goro Lives!

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goroclassicÈ arrivata così, sotto i colpi continui di media, crisi e politica, la fatality di guerra tra poveri che spazza definitivamente via le illusioni globalizzate da “ombelico del mondo” di Jovanotti. Una protesta “popolare” contro i profughi a Goro, una piccola località del ferrarese, è diventata paradigma dell’egemonia culturale fascio-razzista che si è diffusa come una malattia. C’è una crisi economica che ha impoverito interi territori, i media mainstream sono stati bene attenti a costruire campagne continue di demonizzazione, l’estrema destra ci è andata a nozze, l’affarismo della carità ha stimolato il disprezzo, lo snobismo “chic” di sinistra ha pennellato tutto l’affresco.

 

La crisi economica

Nonostante ci sia ancora (a destra come purtroppo a sinistra) chi pensa che questa crisi sia venuta giù dal cielo o sia un episodio x in un sistema altrimenti bello e democratico, ci siamo ancora brutalmente dentro. Dopo anni di bolla di entusiasmo edonista, di briciole di benessere acquisito, il capitalismo globale ha iniziato ad auto-implodere e ha facogitato posti di lavoro, case, risparmi, vite umane. La piccola Goro dei profughi dell’alluvione del 1951 è anche la Goro che con spirito solidale costruì cooperative per rilanciare l’economia legata alla pesca e all’agricoltura, gente di lavoratori e pure con una solida base di sinistra (il 44% al Pci negli anni Settanta); sarebbe fin troppo facile notare come lo stacco generazionale abbia prodotto gente che si è arricchita col duro lavoro e ha lasciato indietro il portato valoriale e i figli che hanno ereditato il tutto con più facilità e se lo vivono al tempo della crisi. È lo specchio di un paese che ha dimenticato tutto con un po’ di benessere in tasca, che ora vede tutto minacciato e trova solo un capro espiatorio, i negri.

I media

dagli anni Novanta, a ondate, fino alla quotidianità, diversi miei colleghi hanno continuato scientificamente a costruire l’immagine di immigrati ladri, stupratori, terroristi partendo da casi di cronaca veri o presunti. Centinaia forse migliaia di casi di piccola o media criminalità (quella grande, come impresa, è ancora fortemente tricolore) che hanno completamente oscurato il fatto che  2.300.000 di immigrati sono lavoratori e lavoratrici, quasi mezzo milione sono i disoccupati; 500.000 sono i piccoli imprenditori, commercianti e autonomi. E invece il fuoco di fila mediatico è andato avanti a costruire immagini raccapriccianti di orde di barbari assetati di sangue di vergine da offrire ad un dio crudele. I giornali non sono neutri: sono di chi ne possiede il capitale e di chi decide la linea editoriale; tanti quotidiani tutti in mano esclusivamente a potentati economici portano ad avere tante voci, ma corali. E anche su Goro viene sparso inchiostro innocente: quattro bancali di pallet diventano “le barricate del popolo di Gorino”, si omettono le forti presenze dell’estrema destra tra i manifestanti a “convogliare” le operazioni e, soprattutto, qualcuno ha mai sentito parlare di Goro per la disoccupazione (al 13%) o i suoi problemi sociali in questi anni?

Gli untori della guerra tra poveri

Ogni peste ha sempre i suoi ratti che la diffondono dalle fogne: a cavalcare e stimolare questo clima mediatico ci sono le abili mani della destra radicale (Lega Nord) e dell’estrema destra neofascista. Da bravi burattini di questo sistema marcio e corrotto, queste forze in questi anni non si sono scagliate contro mafia, cemento, disoccupazione, inquinamento industriale, ma hanno trovato linfa vitale e consenso giocando sulle paure della popolazione assecondandole e, possibilmente, farle crescere in un clima di intolleranza per portare a casa militanti, iscritti, voti. Forza Nuova Ferrara rivendica con orgoglio di essere stata sulle barricate a Gorino, il ras leghista della zona era il prezzemolino della protesta e persino il sindaco leghista di Bondeno, Alan Fabbri, la chiama già “la Resistenza alla Dittatura dell’immigrazione”. E l’infezione viene bene anche via social network, perché sarà già capitato a tutti di vedere che i vari gruppi “sei di stacippa se” diventano bacheca di propaganda politica travestita da “discussioni da bar”.

“Sì, va bene ma lo stato e il Sindaco?” Questa protesta farlocca che richiama quella organizzata dai neofascisti a Tor di Quinto la scorsa estate, finisce con la “vittoria” popolare: lo stato abdica alla sua funzione di autorità ed il pullman con sopra dieci pericolosissime donne e alcuni bambini, viene dirottato altrove. Strano, quando un gruppo di operai blocca una strada per rivendicare lavoro, se ne parla davvero poco sui media e, di contro, volano mazzate in divisa come piovesse.
A Goro, inoltre, il sindaco del Partito Democratico era in mezzo ai manifestanti (non a sostenerli direttamente): giustificando parzialmente la reazione dei cittadini e spiegando che le “paure tirano fuori il peggio dalla gente”: ed il premio grazie al cazzo, è stato stravinto anche per oggi. Un Sindaco che passeggia tra i manifestanti e non fa nulla per fermarli, imporre l’autorità, isolare le contaminazioni estremiste o ci è o ci fa: a Mantova abbiamo gli occhi della politica chiusi sulle sfilate neonaziste, quindi abbiamo già un’idea su dove si possa andare a finire.

L’affarismo della carità

Quanto successo a Goro potrebbe succedere a Governolo, come a Suzzara. Non c’è Emilia (fu) Rossa o Veneto Verde che tengano: l’egoismo prima arricchito e poi impaurito è ovunque un innesco pericoloso. Il problema è aggravato da quello che, piaccia o non piaccia, è il business immondo creatosi intorno all’accoglienza: lo stato ha privatizzato (anche) l’accoglienza, e si è generato un sistema di arricchimento per pochi soggetti privati, di sfruttamento lavorativo per tanti operatori e che lascia solo delle briciole agli ultimi anelli della catena, ovvero i richiedenti asilo. Questo non è “buonismo di sinistra”,  ma un vigliacco “affarismo di destra; chiunque faccia profitto sull’emergenza profughi o chi ci si infila solo per raccattare soldi e visibilità fa schifo tanto quanto i buffoni neonazisti che ci fanno sopra campagna politica con petizioni, presìdi e altre boiate che colpiscono il richiedente asilo e non tutto il circuito economico. Entrambe le categorie sono nemiche dell’uguagalianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Snobismo Chic

Nello sbandamento più totale, una “sinistra” perbenista e benestante che di giorno loda il libero mercato e la sera si perde in apericene solidali, si straccia le vesti  e taccia di ignoranza e razzismo chiunque non la pensi come loro o non abbia una pergamena di laurea. È così che si alimentano diffidenza e xenofobia: fingendo che i problemi non esistano e riducendoli a generalizzazioni snob. Il sistema economico e politico ha messo sotto scacco i lavoratori italiani creando migliaia di nuovi schiavi immigrati e li ha sbattuti a vivere nelle periferìe delle città o nelle casette fatiscenti delle campagne, mettendo le condizioni per alimentare il disagio sociale. I problemi di convivenza, di piccola criminalità e, legittimo, di convivenza esistono. Tra le migliaia di richiedenti asilo ci possono anche essere dei furbetti, come tra milioni di immigrati ci sono sicuramente anche sbandati e piccoli criminali, ma queste –cascasse il mondo- sono minoranze della minoranze continuamente amplificate dai media e da certa politica. Generalizzare di  “fratelli migranti” è osceno quanto il “negri di merda”; a meno che non si voglia credere alla panzana della grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”.

La crisi economica, sociale (culturale) e politica colpisce in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati e i pensionati senza confini di provenienza o di religione. Visto che il problema parte tutto da economia e lavoro, basterebbe questo spaccato orgogliosamente “di classe”  per prendere insieme la rincorsa da sinistra,  ribaltare tutta la retorica che alimenta una lurida guerra tra poveri e colpire finalmente speculatori, banchieri, padroni e politicanti che sfruttano e rubano il futuro a questo paese.

È tardi, lo so,
ma non è mai troppo tardi.

Intervento al convegno “Ambiente e mafie” di Moglia

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moglia(intervento a nome dell’associazione eQual al convegno “Ambiente e mafie – responsabilità collettiva e difesa del nostro territorio” organizzato il 3 marzo dal Comitato Ambiente e Salute di Moglia e Bondanello)

L’associazione eQual, in questi anni, nella città di Mantova e in alcuni territori della Provincia, ha cercato di attivare un percorso di cittadinanza attiva e vigilanza democratica sul consumo del territorio, creando approfondimenti sui temi delle privatizzazioni e della speculazione edilizia. In questo senso in eQual abbiamo fatto inchiesta, studiato i problemi, ci siamo organizzati per diffondere punti di vista diversi, anche attraverso un linguaggio diretto e sperimentando nel campo della comunicazione. Ci “siamo agitati” per fare in modo che i cittadini e la società civile portassero queste questioni al centro del dibattito della città.

In base alla nostra esperienza cittadina vorrei affrontare il tema della serata fermandoci un passo prima dell’ingresso delle mafie vere e proprie, ovvero in quel campo sterminato e dai confini temporali molto ampi in cui un certo tipo di interesse privato, famelico, diventa tutt’uno con la gestione politica di un territorio. Una richiesta di trasparenza e partecipazione che passa anche attraverso i percorsi della solidarietà perché ciò che succede nel giardino vicino al nostro potrebbe succedere anche a noi e perché, insieme, si possono acquisire forza e consapevolezza.

Succede che nei nostri percorsi di denuncia e di richiesta di trasparenza e partecipazione incrocino anche azioni e indagini svolte a livelli superiori. Il 29 gennaio 2015: avviso di garanzia al Sindaco e i carabinieri entrano in via Roma per sequestrare documenti –È stato il giorno più nero per la comunità mantovana, quello in cui si è sancita definitivamente la cancrena di un sistema politico-economico. Non un fulmine a ciel sereno perché anni di PARTITO DEL CEMENTO hanno lasciato in eredità a noi una città diversa da ciò che sarebbe stato più vicino alle esigenza dei cittadini e alla vita di comunità. Tra poco illustrerò vicende che interessano un decennio, 3 sindaci e 2 presidenti di provincia, ma che sono ancora lì in modo imbarazzante.

Perché circuiti mafiosi si insedino in un territorio, servono alcune condizioni di fondo:

1) la politica che diventa mera gestione del territorio dove più che all’interesse pubblico si guarda a consenso e a fare cassa.

2) l’appetito speculativo di soggetti privati che non hanno remore nel cercare di mangiarsi il territorio.

3) all’interno della privatizzazione di beni, territorio e servizi, anche la democrazia diventa stretta e “privata”: la partecipazione viene ridotta, i cittadini delegano passivamente.

Ne consegue che in questo scenario senza la presenza forte dei cittadini (portatori di un interesse pubblico), la politica è più libera di scegliere di sostenere l’interesse privato. Un sistema poco virtuoso che, incancrenito, apre la strada alle mafie comunemente intese.

Vediamo tre esempi che abbiamo seguito, macro-questioni sulle quali siamo intervenuti più volte con azioni dirette, inchieste e prese di posizione

 

  • IL CASO ESSELUNGA: “CARRELLI E CEMENTO”

è una storia che inizia nel 2001 quando l’area del Palazzetto dello Sport viene venduta dal centrosinistra a Coopsette all’interno di una operazione di Project financing che porterà alla costruzione del discusso Palabam: dalla sua inaugurazione, il vecchio palasport viene letteralmente abbandonato. Nel frattempo, il progetto di costruzione di un supermercato coop al posto del palazzetto rimane nel cassetto fino al 2012 quando il nuovo e contestato pgt del centrodestra riapre alcune partite edilizie dell’epoca del Sindaco Burchiellaro: tra queste c’è il Palazzetto. Nel frattempo la Victoria SRL, vicina alla catena commerciale Esselunga rileva l’area e intende costruire un grande supermercato a porta Cerese. Già qui si rileva un passaggio: da un centrosinistra e un potere economico privato vicino al centrosinistra ad un centrodestra con un potere economico privato vicino al centrodestra.

Comitati e associazioni (tra cui noi) si interessano al caso e iniziano una campagna di sensibilizzazione di protesta: a questa si affianca anche il centrosinistra, “forse” conscio dell’errore fatto anni prima. Al nuovo cambio di giunta però, il centrosinistra ora al potere non si dichiara più contrario alla struttura, ma vuole trattare in modo possibilista. E possiamo aggiungere che l’attuale Sindaco e l’assessore al Bilancio erano consiglieri di maggioranza quando iniziò questo brutto affare. Questo classico esempio di alternanza del “partito del cemento” si inserisce anche nella pesante contraddizione locale: una città di 47.000 abitanti che arriva a 100.000 con la cosiddetta Grande Mantova, vanta già 4 centri commerciali 12 ipermercati e una decina di strutture medie di vendita. Una densità di strutture DOPPIA rispetto alla media nazionale. Queste scelte, in più, sottraggono spazio alle attività di vicinato, con quello che questo tipo di commercio significa nelle relazioni di comunità, lasciando invece spazio a rapporti lavorativi che creano solo precarietà e sfruttamento.

2 Piazzale Mondadori: il buco nero, la “ground zero” nella città di MAntova

L’operazione edilizia attuata dalla giunta provinciale Fontanili, nel 2005 portò alla svendita del terreno della storica autostazione cittadina (e i relativi parcheggi) di piazzale Mondadori: una struttura di primaria importanza come l’autostazione centrale venne cancellata e scorporata in mini-stazioni passanti. Furono eliminati 90 parcheggi a pagamento (via Conciliazione) e oltre 200 posteggi gratuiti (area adiacente a viale Piave.  Il progetto prevedeva la realizzazione di 350 nuovi posti auto sotterranei: tutti a gestione privata. Il privato -la CIS che si costituì in “Forum Mondadori”- comprò tutta l’area per cinque milioni di euro per realizzare hotel, condomini, negozi e uffici: All’apertura del cantiere i primi problemi: nel 2007 vengono ritrovati i resti delle antiche mura della città. Nel 2009 il cantiere ha riaperto e, l’anno dopo, l’amministrazione Sodano ha dato nuovo impulso per il completamento dei lavori e per il passaggio di proprietà   (infografica Mondadori) A settembre 2010 la ditta “La Leale” di Roncoferraro rileva il 70% di Forum Mondadori pagando in contanti cinque milioni di euro (più o meno il valore iniziale dell’intera area). Ha aperto soltanto il parcheggio sotterraneo che non è mai riuscito a decollare, imponendo alla giunta di centrodestra un piano di eliminazione di ulteriori posteggi gratuiti nelle vicinanze per favorire questa impresa privata.  Tutto l’affare Mondadori si è dunque rivelato una fregatura per diversi soggetti che vi hanno messo mano.  La ditta costruttrice aveva addirittura proposto di (ri)vendere l’area del parcheggio agli enti locali (una cordata di Provincia, Comune e Camera di Commercio) per sette milioni di euro: una nuova vendita che servirebbe a terminare il resto del cantiere. La ditta proprietaria dell’area del cantiere ha dichiarato fallimento e piazzale Mondadori resta un buco nero della città.

Solo a titolo informativo vorrei aggiungere che la febbre edilizia, nella Provincia di Mantova in dieci anni ha portato alla scomparsa del 12,4% del territorio provinciale sotto colate di cemento.

Non parliamo solo di edilizia e centri commerciali, infatti…

La truffa dell’acqua

Anche nel mantovano il referendum del 2011 fu vittorioso: 165.000 mantovani e se non ricordo male, il 60% degli elettori mogliesi disse chiaramente: acqua pubblica e senza profitto. E invece siamo nel 2016 e l’acqua dei mantovani, faccio riferimento al caso Tea Acque, è in mano privata. Qui invece il gestore è Aimag che tra l’altro sta affrontando una situazione simile di apertura a soggetti privati. La gara per il socio privato fu scritta nel 2010 per conto del Comune di Mantova (amministrazione Sodano) con la consulenza di Stefano  Speziali, imprenditore di Roncoferraro nel campo della gestione idrica; questi, interrogato su un suo interesse diretto nella gara, negò categoricamente. Il Sindaco Sodano (Pdl), in seguito non si è mai espresso pubblicamente sulla gara. Nonostante il suo ruolo di consigliere Aato ai tempi dell’avvio della gara, di presidente dell’Ufficio d’Ambito ora, di consigliere provinciale ed ex Sindaco (Pd) di Roncoferraro, Candido Roveda non ha mai negato “la necessità del privato che porta investimenti” anzi… . Dal canto suo, il Presidente di Tea, Luigi Gualerzi (in quota Lega Nord), pur amministrando un ente pubblico, anche dopo il vittorioso referendum del 2011 confermò che “l’affidamento al privato è l’unica strada percorribile”. Nei Comuni soci di Tea Acque, nessun Sindaco ha alzato la voce contro la privatizzazione in corso.

Le buste con le offerte per il socio privato vennero aperte furbescamente in piena estate 2013: della cordata vincitrice di quel 40% fa parte la STA di Speziali, il consulente che si dichiarava “disinteressato” alla gara. Era necessario privatizzare quando i cittadini hanno chiesto il contrario? Certo è che la scelta fatta ha tutte le caratteristiche opposte. Tutelare e garantire i cittadini è un costo contrario alla logica, privatistica, del profitto.

Sottolineo l’appartenenza per rendere evidente la portata politica della vicenda. Non c’è centrodestra o centrosinistra che tenga, l’unico interesse ad essere rispettato è quello privato e di pochi contro il bene comune dei cittadini. In questo caso c’è persino l’esplicita negazione della volontà popolare scaturita dal referendum del 2011.

Ecco, davanti a questi esempi non c’è la mafia comunemente intesa e per questo, lascio l’interrogativo su come vada definita una azione in cui in testa ai cittadini vengono operate scelte miopi da parte della politica che vanno a sostegno dell’interesse privato.

 

COSA SI PUÒ FARE?

 

La prima cosa da fare è prendere coscienza, anche se si è inizialmente in pochi e sembra tutto insormontabile. Ai cittadini negli ultimi decenni è stato insegnato a delegare: ogni cinque anni si vota una X sulla scheda e poi tanti saluti. Spesso chi diventa sindaco scambia la richiesta di un lampione e di un marciapiede in ordine come “partecipazione” ma questa è una narrazione infelice che lascia totale mano libera al binomio politica / interesse privato. Ancora peggio quando la politica invece di aprirsi si trincera dietro le formule dei tecnicismi come l’azzeccagarbugli con il povero Renzo dei Promessi Sposi.

Il linguaggio di certa parte della politica ha volutamente allontanato i cittadini dai luoghi delle decisioni e delle scelte e questo ha creato vuoti spesso riempiti da interessi più o meno leciti, molto diversi da quelli di una comunità, alla quale viene lasciata la “opportunità” di ricorrere alla magistratura. Prendere atto dei problemi, studiarli per sviscerarli e portarli a conoscenza delle persone sono solo il primo passo per organizzarsi, incidere e portare ad un vero cambiamento. L’emergenza deve diventare capacità di consapevolezza. Non esiste la sindrome di Nimby -non nel mio giardino-, ma l’urgenza di decidere insieme come deve essere questo giardino, capace di ospitare una comunità ora e nel futuro. Per questo dobbiamo agire per colmare il vuoto lasciato da una rappresentanza politica sempre più distante dal cittadino o, alla peggio, invischiata con processi economici non trasparenti. Se i cittadini sono consapevoli e attenti, ed esigono spazi partecipativi veri, di rimando gli spazi per i furbetti e per gli appetiti economici più o meno legali trovano la strada sbarrata.

Come due Playmobil

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renzisalviniSi dice che quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito e non la luna: è questa la chiave di lettura ultima per chi ha appreso che Matteo Salvini si è recato dalle organizzazioni imprenditoriali ed economiche apprestandosi inoltre ad intraprendere un lungo viaggio all’estero al fine di costruirsi una solida reputazione internazionale. Il fenomeno milanese infatti non è il pericoloso “fascista xenofobo” (il dito), la caratterizzazione banalizzante che rincuora tutto l’ufficio sinistri (dai democratici a mano armata fino agli estremi sinistri), quanto l’ennesimo prodotto della società dello spettacolo che ha pericolosamente preso il controllo della politica (la luna). E l’altro è Matteo Renzi.
Geneticamente e generazionalmente, i due Matteo sono fondamentalmente la stessa cosa. Nati entrambi nei primi anni Settanta da buone famiglie della media borghesia , sono cresciuti mangiando pane ed arrivismo anni Ottanta, introiettando le peggio pulsioni culturali dell’epoca. Vero è che Matteo #1 ha avuto una formazione scoutistica (cattolica) e che invece Matteo #2 è andato a fare il classico “figlio di papà” al leonkavallo, una esperienza che lo ha portato ad essere dirigente dei “Comunisti Padani” nella fu minoranza interna della Lega Nord. Detto questo, non è un caso che entrambi abbiano avuto un “battesimo” uguale alla corte del padre spirituale: uno come partecipante alla “Ruota della Fortuna” nel 1994, l’altro a “Il Pranzo è servito” nel 1993. In tempi di forte spettacolarizzazione, la nuova classe dirigente non cresce con le scuole di partito o con la lenta scalata. Renzi infatti non vince un congresso di partito dopo una lunga discussione di base (di un partito che ha perso l’anima e gli iscritti che erano tradizionalmente la sua forza) bensì prende il controllo del Partito Democratico con lo strumento impreciso, strampalato e schiacciato sulla spettacolarizzazione delle primarie. Salvini emerge anche lui da primarie interne di partito come la figura “giovane”, l’unica speranza di sopravvivenza nel caos devastante in cui i fallimenti politici della Lega Nord, le inchieste giudiziarie eccellenti stavano per fare sparire il partito padano. Mentre “Don Matteo” ha de facto sancito la piena democristianizzazione del Partito Democratico , Salvini e il suo staff comunicativo hanno rimodellato la Lega Nord: svecchiando il più possibile la classe dirigente ( con un significativo e problematico boom tra i giovani), lasciandosi alle spalle in breve i disastri e riaprendo la partita e trasformando la vecchia Lega Nord federalista e destrorsa, in un movimento di impianto nazionalista, populista e dalle aperte simpatie fascistoidi.

I due Matteo si guardano bellamente allo specchio in un teatrino di spot, annunci e urla messo in piedi per il 50% degli italiani che ancora va a votare. Renzi e i suoi rappresenterebbero la politica politicante, quella presentabile e carica di “valori”; questa è la bella Italia catto-sinistra figlia della Prima (e della Seconda) Repubblica, lievemente tollerante, flebilmente antifascista e diversamente democratica. Quella che non tollerava il “mafioso, fascista, piduista” Berlusconi e ora ci governa più o meno apertamente, tanto adesso i pericolosi “fascisti antidemocratici” sono leghisti e pentastellati. Salvini e le ruspe sarebbero invece la voce di quell’Italia (s)profonda, spesso abbandonata e che, tra ignoranza attiva e passiva, egoismi e disimpegno, gonfia il ventre di rancore contro tutto quello che sta un gradino sotto di loro e delle loro (in)sicurezze. Chiunque potrebbe perciò pensare che le differenze siano bene evidenti, ma qui c’è il trucco: dietro a questa parvenza di diversità i due Matteo rappresentano esattamente la stessa visione del mondo.

Figli di un sistema liberista malato e corrotto, sono come due omini Playmobil uguali, ma con capelli, vestiti e utensili diversi. A partire dal tema immigrati che sono per l’uno una risorsa per l’altro un problema: nessuno dei due parlerà mai di lavoratori immigrati nei termini dello sfruttamento che questi ultimi subiscono più o meno allo stesso modo degli italiani; e una cieca idea di “accoglienza” si completa con l’imbecillità delle “ruspe”. Rimanendo in campo lavorativo, la tematica meno dibattuta nel panorama politico italiano, entrambi i leader, i loro partiti e le loro storie politiche, hanno nel Dna l’ideologìa dominante che sacrifica dignità, diritti e le vite delle persone per garantire maggiori profitti a pochi. Dalla Legge 30 (criminalmente definita “Legge Biagi”) al Jobs Act, senza passare dal Via. C’è il forte tratto distintivo sull’Euro e l’Unione Europea, ma come è oggi demenziale il filo-europeismo a tutti i costi del Pd, è risibile anche l’anti-europeismo leghista. Così le strategie economiche, quelle in materia di ambiente o di beni comuni sono la stessa allegra e canticchiante paccottiglia reaganiano/thatcheriana, ma confezionata in modo diverso. Salvini e Renzi sono il prodotto ultimo di strategie di marketing pubblicitario che puntano a coprire ampie fette di mercato elettorale: la yuppistica apoteosi del nulla al tempo della crisi.

Ed è pur vero che Salvini oggi reclama un ruolo di prim’ordine nel teatrino: non gli basta avere scalzato il padre-padrone nel centrodestra, ma i suoi incontri ad alto livello certificano la volontà di diventare un riferimento “compatibile” anche per i poteri forti che (a parole) contrasta. Dalla irriducibile Confindustria italiana che negli ultimi anni ha sostenuto il centrosinistra, alla Russia di Putin (già nell’orbita berlusconiana in antitesi al filo-americanismo democratico) fino ad arrivare a Israele. Per immaginare dunque una alternativa concreta ed emanciparsi da questi due modelli imposti quotidianamente dai media, bisogna quindi fare i conti col fatto che, preso atto che Renzi non è altro che il lustrascarpe democratico dei poteri forti, degli industriali e dei banchieri di questo Paese, Salvini non è l’alternativa (fascista), quanto un concorrente che, proprio ora che sembra essere iniziato il declino renziano, si candida ad essere un lustrascarpe molto più competitivo, obbediente e a basso prezzo.

Una risata li seppellirà, tutti

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hebdoUna nota giornalista-scrittrice, commentando l’11 settembre, diceva che eravamo “vicini allo scontro di civiltà”: era una evidente cazzata per vendere libri, ma in molti continuano a tirarla fuori alla bisogna, come oggi, ad esempio.

Dal 1995 sono avvenuti una decina di attentati terroristici con matrice religiosa (tra cui una strage pianificata da un estremista cattolico) e una manciata di grandi rivolte nelle più incandescenti periferie d’Europa: per chiamarlo “scontro di civiltà” ci vuole la limitatezza tipica del bancone da bar italiano dove si guardano telegiornali ai confini della realtà e “terrorismo” fa rima con “rissa fra marocchini ubriachi”.
Per fortuna ci sono già pronti gli aeroplanini di carta di Gasparri per “andare a bombardare il terrorismo” e le ricette di Salvini contro “il nemico in casa che si organizza nelle moschee” che danno fiato ad un popolo che ha bisogno di queste bombe al panzanio; quando il fondamentalista cristiano Breivik sterminò decine di ragazzi della giovanile di un partito della sinistra norvegese, giustamente nessun difensore della patria dichiarò guerra al Vaticano, nè vennero setacciate le cellule cattoliche delle parrocchie. Se il capo dei neonazisti italiani dichiara che “siamo in guerra e dobbiamo combattere”, la povera Meloni solidarizza con la rivista che pubblicava vignette come quella in cui la Santa Trinità si produceva in un esplicito threesome. Il quadretto è quasi completo: ai liberali a mano armata si affiancano neo-ex-proto-para fascisti, tutti convintamente islamofobi, ma smemorati dato che il Puzzone, nel 1937, brandiva la spada dell’Islam, si definiva difensore del “fascismo arabo” e ipotizzava l’edificazione di una moschea a Roma, mentre i pennivendoli del regime incensavano la presunta “natura fascista” della religione maomettana, per facilitare rapporti politici ed economici con il mondo arabo.

Anche io sono indignato e scosso dalla notizia dell’assalto al settimanale Charlie Hebdo, ma non voglio sciacquarmi nella cascata di liquame di propaganda che gronda dai media: un commando di integralisti islamici ha ammazzato i giornalisti di un settimanale satirico (tendenzialmente di sinistra, cari amici dalla solidarietà pelosa) dalle “provocatorie” strategie di vendita, ma il punto non sta nel semplice fatto di cronaca, con le sue spettacolari stranezze e le carte di identità lasciate a terra.

C’è che dobbiamo difenderci dall’imbecillità umana che trasforma una qualsiasi religione in un’arma di sopraffazione mentale e fisica e, allo stesso tempo, dobbiamo liberarci di tutti quei fomentatori di odio e guerra tra poveri su base etnica e religiosa; figure speculari unite dalla volontà di utilizzare la paura come forma di controllo. Dai proclami bellicosi che seguono ogni attentato, a leggi più restrittive per tutti e ai bombardamenti in Stati colpevoli di avere grandi risorse petrolifere qual è l’intervallo di tempo? Quanti passaggi televisivi servono? Davvero ci siamo già dimenticati di Colin Powell che si presentò alle Nazioni Unite con una boccetta di Antrace prodotto da Saddam Hussein che era un falso clamoroso?
Serge Quadruppani ha consegnato al web una riflessione (in francese) molto nitida in questo senso. Tornando in Italia, i creduloni che blaterano di “la profezia di Oriana si sta avverando”, stanno già consegnando la ragione illuminista nelle mani dei fondamentalisti di ogni religione.

Ma poi, in tutto questo ambiguo vaneggiare di “libertà di stampa”, scommetto che nessuno ha visto comparire nemmeno UN servizio televisivo o radiofonico sul tema del disegno di legge S. 1119 che mira a mettere un bavaglio ai giornalisti con nuove regole sulla diffamazione: è proprio per questo che la Fallaci se la ride di gusto anche adesso.