Sting: an Englishman in Mantova

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IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.

Intervista a “Frammenti di un Cuore Esploso”

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unnamedNata come etichetta indipendente e gruppo di organizzazione eventi, Frammenti di un Cuore Esploso è poi diventata associazione culturale e un anno fa ha raggiunto l’obiettivo di dotarsi di un vero e proprio quartier generale. Domani sera, infatti, si terrà il primo compleanno della realtà socio-culturale che supporta il mondo underground  punk, hardcore, grind, stoner, noise, metalcore; uno spazio, quello di via Bracci a Mantova, che funge da base logistica per le attività di servizio alle band e al mondo degli eventi. In occasione delle giornate di festa, abbiamo intervistato Francesco Artioli, presidente e anima del progetto Fce.

  1. In piena crisi economica e in una piccola città fuori dal circuito indipendente, un gruppo di coraggiosi mette in piedi una realtà come Frammenti di un Cuore Esploso. Possiamo parlare di una scommessa vinta: quali sono stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo risultato?

    Forse parlare di scommessa vinta è ancora presto per un progetto giovane come il nostro ma i segnali da un anno a questa parte (dall’apertura del nostro spazio di Via Aliano Bracci il 7 maggio 2016) sono davvero confortanti. Dopo aver organizzato eventi a ripetizione, quasi venti coproduzioni e realizzato la nostra base operativa direi che Mantova non è più fuori dal circuito indipendente e anzi siamo sommersi di richieste di artisti underground da tutta Italia e dall’estero. Tra gli ingredienti che stanno rendendo possibili buoni risultati citerei la capacità di ascoltare, sviluppare e collaborare anche in progetti altrui, il tentativo di far sentire tutti (artisti/soci) come a casa propria nel nostro centro e l’enorme passione ed impegno che proviamo a mettere in ogni dettaglio.

  2. Quali le tappe che hanno visto evolversi il progetto dal primissimo festival del 2010, fino all’apertura di una vera e propria sede?

    Siamo partiti organizzando concerti di musica indipendente in vari spazi di Mantova e Modena.Insieme a questi eventi abbiamo cercato di documentare in Italia e in Europa le scene musicali più estranee al music business attraverso foto/video/interviste grazie all’aiuto di Nereo Bumci e di Neoel Multimedia Service. Circa tre anni fa abbiamo deciso di allargare il nostro team per fornire servizi di ogni tipo ad altre associazioni, circoli, artisti, enti privati e pubblici utili a sviluppare e realizzare i loro progetti culturali. L’ultima fase è stata quella di aprire il centro di Via Aliano Bracci che dopo questo primo anno vanta già 600 soci ed ha visto nascere gruppi e dischi fra le sue mura.

  3. Un anno contrassegnato da decine e decine di concerti indipendenti, organizzati anche in altri locali in collaborazione con diversi partner musicali. Quanto è importante mantenere attiva la scena in un territorio come il nostro?
    Nel nostro territorio ci sono numerosi appassionati di cultura underground anche se sparsi per la provincia. Ora con FCE hanno un posto dove incontrarsi, creare musica, organizzare eventi ed avere consigli per registrare, stampare e distribuire i propri dischi. Siamo felicissimi del fatto che diversi nuovi gruppi sono nati nelle nostre sale prova e la scena ci sembra ora più attiva che mai. Vogliamo creare un ambiente ideale per la produzione artistica e musicale locale e promuoverle anche fuori dalla nostra città.
  4. Fce come detto è nota per le serate live a Borgochiesanuova, ma ha anche una ampia gamma di attività correlate al mondo della musica, raccontacele.

    I servizi che offriamo sono cresciuti molto negli anni ed ora riusciamo a seguire diversi aspetti di un evento come assistenza tecnica, organizzazione, comunicazione e grafica. Dall’apertura del centro ospitiamo anche corsi, workshop, mostre, sale prove, studio di registrazione, serate di giochi di ruolo oltre a set fotografici e video. Abbiamo mille altre idee da sviluppare nei prossimi mesi per garantire ai soci un offerta ludica e culturale continua.

  5. Si prevede una grande festa di compleanno: cosa bolle in pentola?

Abbiamo preparato una grande festa dalle 16 per  raccontare in breve tutto quello che è successo in questi anni, mostrare la completa ristrutturazione degli spazi e per presentare alcuni dei nuovi percorsi che saranno operativi da settembre. Ci saranno una masterclass di chitarra con Giorgio Borgatti (Three in one gentleman suit / Threelakes), un corso introduttivo al software Ableton Live e altre iniziative didattiche. Dalle 19 aperitivo di compleanno in collaborazione con Arci Fuzzy, presenteremo il corso di batteria con Alessandro Magnani e dalle 21.30 spazio alle “visioni elettriche”: concerto con musicisti provenienti dalla scuola di musica Andreoli di Finale Emilia. I workshop sono gratuiti per tutti i soci di FCE ma i posti disponibili sono limitati e consigliamo di prenotare gli ultimi posti disponibili.

  1. Per il futuro quali sono gli obiettivi e i sogni di Frammenti di un Cuore Esploso?

 

Il primo grande sogno era quello di aprire uno spazio e siamo riusciti a realizzarlo; c’è molto lavoro da fare ancora per portarlo al 100% di efficienza e tutto il 2017 sarà dedicato ad esso. Nel nostro futuro vedo progetti per rivitalizzare il quartiere di Borgochiesanuova, altri con le scuole per valorizzare i giovani artisti/musicisti locali, organizzare tour europei per band italiane e la trasformazione di Fce Records in una cooperativa di lavoro specializzata in servizi per gli eventi in una fase più avanzata del progetto.

Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

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Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.

Amy León live @ Cinema del Carbone

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unnamedBruciante, catartica, commovente: basterebbero queste tre parole per descrivere l’esibizione di Amy León che domenica sera ha trasformato il Cinema del Carbone nel club underground di una grande metropoli; quella della giovanissima newyorchese (classe 1992) è stata senza ombra di dubbio una delle performance più intense avvenute a Mantova negli ultimi anni. Difficile credere che Amy canti solo da tre anni e che non molto tempo fa fosse addirittura timida: la cantante, poetessa ed educatrice si mette davanti al microfono in un set minimalista di un’ora composto solo da una chitarra elettrica che tesse la tela di un intreccio sonoro da subito sovrastato dall’imponente voce; ogni singolo pezzo, ogni nota vocale raggiunge una intensità che colpisce il pubblico dell’evento sold-out nel cinema di via Oberdan. Intervallato da ampi sorrisi tra un brano e l’altro, il volto della cantante esprime continuamente il travaglio e la pesantezza del messaggio contenuto nei suoi testi: musica e poesia fuse in un particolare “protest soul” che unisce la denuncia delle diseguaglianze sociali tra bianchi e neri, la celebrazione dell’amore e le difficoltà dell’essere donna. I brani presentati al Carbone sono estratti dall’album d’esordio “Something Melancholy” che reggono egregiamente alla prova live, specie con una formazione ridotta all’osso: “Blue” apre in modo soffice il concerto. “Chasing”, la prima canzone scritta dalla cantautrice, non perde nulla della sua drammaticità sentimentale e si increspa sull’energia del suo canto. Il lato più politico e militante della giovane di Harlem deflagra in “Burning in Birmingham”: è soul, rivisitato con un occhio più “indie”, ma incandescente come la materia che tratta. Parole calde e ustionanti che prendono a prestito una famosa dichiarazione di Nina Simone, e ricordano la brutale violenza del Ku Klux Klan contro una chiesa afroamericana nel 1963. Le note melodiche di “Better” così leggere e innamorate, scaldano i cuori.

“Rabid Dogs”: intervista ai Monsieur Gustavo Biscotti

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mgb_34a2947Con dieci anni di attività musicale alle spalle, i Monsieur Gustavo Biscotti sono una consolidata realtà della scena mantovana. Le variazioni nella combinazione degli elementi della formazione, unite ai cambi di direzione stilistici, hanno portato al perfezionarsi della chimica della band: dalle “low culinarian frequencies” a due bassi (Filippo e Paolo), batteria (Lorenzo) e synth (Jacopo), e senza voce del disco di esordio, fino al fragoroso post-punk con l’aggiunta di voce e chitarra (Giandomenico) in “The Disastrous fall of…” del 2012. Dopo un lungo periodo in studio i “biscotti” oggi pubblicano “Rabid Dogs” il nuovo disco con le sue sette tracce incendiarie che presenteranno questa sera in uno speciale release party al quartier generale dell’etichetta Frammenti di un Cuore Esploso a Mantova.

  1. Fin dal primo ascolto si possono percepire la maturazione artistica del quintetto e un cambio di direzione che lascia indietro le suggestioni più math in favore di una schiettezza post-hardcore: su quali basi e in quanto tempo è avvenuta l’evoluzione del sound dei Monsieur Gustavo Biscotti?

 

F.:Siamo molto soddisfatti di come suona il disco, semplice e veloce, vola via.  Ma ascoltando in modo approfondito si sente il lavoro fatto in questi anni sia in sala prove sia con i concerti dal vivo. Questi pezzi rappresentano innanzitutto l evoluzione di noi 5 come persone e musicisti e sono il punto d’incontro delle nostre preferenze musicali, un percorso che ci ha portati a semplificare e cercare una forma canzone più standard.
L.: Credo che il sound dei MGB sia il risultato di anni di ricerca collettiva come band, ma anche individuale ed oserei dire intima. Ognuno di noi ha ascolti ed esperienze musicali differenti alle spalle e credo che solo dopo tutti questi anni si sia riuscita a fare una sintesi che ci soddisfa appieno. È stato un poco come scolpire, dalla ridondanza degli inizi abbiamo asportato ed eliminato cercando l’essenziale.

  1. Il titolo parla di cani arrabbiati: come mai questo nome e quali sono le tematiche affrontate nei testi dell’album?

F.: Rabid Dogs si richiama al titolo della versione inglese del film di Mario Bava del 1973, Cani Arrabbiati, un film particolare rimasto inedito per 20 anni, nonostante sia considerato tra i migliori film del regista. Più che ai testi, il titolo è stato ispirato da Pànìcò, l’autrice dei disegni della copertina, che lavorando alla grafica ascoltando la nostra musica ha creato questa immagine dei cani, essendo io un grande fan del cinema di genere italiano degli anni 70, ho proposto agli alti componenti della band questo richiamo al film di Mario Bava.
L.: Aggiungerei anche che l’idea che la nostra musica sia un poco come cani che si rincorrono, piena d’energia e ruvida ci è piaciuta da subito. A volte serve un lampo esterno a farti vedere tutto l’orizzonte in maniera nitida e in effetti Pànìcò ci ha regalato questa immagine di cani sciolti liberi. Credo che in un certo senso ci rappresenti anche come persone, abbiam sempre fatto quello che ci sentivamo di fare in totale libertà.

  1.  “Rabid dogs” suona ruvido e urgente, ma allo stesso tempo sofisticato e stratificato: il frutto di un imponente lavoro di registrazione e produzione. Raccontateci la genesi del disco.

F.: Grazie è proprio quello che volevamo ottenere…un suono all’apparenza molto scarno, senza effetti e fronzoli, ma ricercato. E per ottenere questa resa\amalgama solo apparentemente semplice non puoi far altro che affidarti a super professionisti del suono come Raffo ( Raffaele Marchetti ).

L.: Il lavoro ovviamente è nato come tutti i nostri dischi in un lungo periodo di sessioni in sala prove. Questa volta non volevamo però lasciare nulla al caso e così abbiamo per la prima volta fatto una pre-produzione in studio, ascoltato tutto un’infinità di volte sistemando quello di cui non eravamo convinti. Siamo stati due week end interi all’igloo studio ricercando l’intenzione giusta dei brani e l’equilibrio perfetto nel sound, siamo stati molto critici con noi stessi, ma ora direi che godiamo molto ad ogni ascolto. Raffo era la persona giusta per fare tutto questo.

  1. Lo scorso disco uscì in free-download senza etichetta, questa volta è in arrivo una speciale edizione in vinile promossa insieme ad alcune etichette indipendenti. Quali label vi stanno supportando e come mai avete preso questa scelta coraggiosa?

L.: La decisione è stata direi naturale, volevamo dopo tanti anni regalare per primi a noi stessi qualcosa di tangibile e di duraturo. Pensavamo che questi pezzi meritassero una casa adeguata, così ci siamo rivolti a Frammenti di un cuore esploso ( che sta facendo un super lavoro su mantova e non solo) e ad Annoying Records che avevano da sempre mostrato interesse nella nostra musica. Da questa scintilla iniziale è scaturita l’idea di allargare la coproduzione e, grazie ad una rete di contatti che ruota attorno a noi e a queste realtà, si sono unite anche Sonatine Produzioni, è un brutto posto dove vivere e la polacca Antena Krzyku. Queste sono le magnifiche 5 che assieme a noi porteranno sui vostri giradischi un’incredibile vinile rosso da 180g. Più che coraggiosi direi che siamo tutti degli incoscienti, per fortuna!

  1. Nelle vostre produzioni avete sempre avuto un gusto particolare nella scelta di illustrazioni e art work: per “Rabid Dogs” con chi avete collaborato?

L.: Per questo album ci siamo affidati a Pànìcò, nome dietro il quale si cela l’artista Milvia Bonadiman. Lei è una nostra amica e le abbiamo semplicemente chiesto di ascoltare il disco e lasciar andare le sue mani. Credo che abbia colto degli aspetti a noi noti della nostra musica e ce ne abbia indicati altri che per certi versi erano meno evidenti. Credo sia un’artista con un talento enorme, andatela a scoprire e supportatela. All’art work ha lavorato un’altra persona per noi importante: Giulia Rizzini di Kartu studio. Ha preso il lavoro di Milvia, lo ha unito alle nostre idee dandogli una forma e creando l’oggetto che troverete al nostro banchetto nei mesi a venire. Non possiamo che dire grazie a tutte e due queste persone.

  1. Questa sera l’appuntamento è al release party in casa FCE, dove potremo gustare la resa live dei nuovi brani: state già pianificando un tour promozionale?

    : Stasera finalmente possiamo dire che inizia un nuovo tour. Andremo sicuramente a visitare ognuno delle persone coinvolte nella stampa del disco e per questo credo che prima o dopo ci toccherà andare anche in Polonia. L’intenzione sarà quella di sempre: suonare il più possibile e dare il massimo in ogni live. Stiamo lavorando alla definizione di un calendario, ma per questo invito tutti a seguire la nostra pagina per cogliere le date che mano a mano usciranno.

 

Referendum Costituzionale: la partecipazione ridotta ad una televendita

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stream_imgIl dibattito referendario è sempre più caratterizzato da slogan, generalizzazioni ed offerte speciali che non aiutano a comprendere la natura del contendere. Se è ormai chiaro a tutti che questa riforma sia stata dettata da organismi finanziari stranieri e che il Premier Renzi voglia incarnare questo referendum come una sfida personale, meno comprensibili sono invece diversi problemi nel merito della riforma.
I sostenitori del Sì e i dirigenti del Partito Democratico, ripetono che la riforma “aiuta la partecipazione dei cittadini, facilitando il quorum ai referendum ed inserendo l’obbligo, attualmente inesistente, di discutere in parlamento delle leggi di iniziativa popolare”. In questi anni ho partecipato a campagne referendarie come quella del 2011 per l’acqua pubblica (referendum poi tradito dagli ultimi governi tecnici) oltre a diverse raccolte di firme per leggi da presentare al Parlamento e, in virtù di questo impegno, ritengo errata e ingannevole la propaganda del sì.
Attualmente, per presentare una legge di iniziativa popolare, i cittadini devono raccogliere 50.000 firme senza nemmeno la garanzia che il loro impegno venga riconosciuto ed il progetto di legge discusso nell’Aula Parlamentare; una cifra di firme di per sé non facile da raccogliere per organizzazioni di lavoratori o di cittadini.  Come in una televendita, la riforma alza la posta in gioco con una offerta speciale dicendo che “se i cittadini raccolgono il triplo delle firme, ovvero 150.000, noi ci mettiamo anche la garanzia che la discuteremo”.
Inoltre, per indire un referendum oggi i cittadini devono raccogliere 500.000 firme: la riforma sulla quale dovremo esprimerci il 4 dicembre  con uno sciagurato quesito unico, ricalcola anche il quorum necessario sulla base dell’ultima elezione, ma lo fa aggiungendo altre 300.000 firme, portando il totale da raccogliere a 800.000 firme. In questa telepromozione continua siamo di fronte al gatto e alla volpe di Collodi che dicono al cittadino di sotterrare i propri zecchini per far crescere una pianta d’oro.
Se poi aggiungiamo che il Senato non cessa di esistere, ma a partire dal pastrocchio dell’articolo 70 si trasforma in uno strano ibrido in cui la sola cosa chiara è che i cittadini non eleggeranno più i senatori, e che l’articolo 117 accentra pericolosamente le competenze in materia di infrastrutture ed energia togliendole alle Regioni, diventa sempre più chiaro il ruolo periferico e marginale dei cittadini.

Il 4 dicembre possiamo tuttavia scegliere se cedere alle lusinghe di chi ha in mente un sistema in cui la partecipazione è un intralcio nella gestione del potere e degli interessi economici, o dichiarare un “NO” netto a chi sta costruendo una post-democrazia svuotata di tutti i suoi princìpi fondativi.

Goro Lives!

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goroclassicÈ arrivata così, sotto i colpi continui di media, crisi e politica, la fatality di guerra tra poveri che spazza definitivamente via le illusioni globalizzate da “ombelico del mondo” di Jovanotti. Una protesta “popolare” contro i profughi a Goro, una piccola località del ferrarese, è diventata paradigma dell’egemonia culturale fascio-razzista che si è diffusa come una malattia. C’è una crisi economica che ha impoverito interi territori, i media mainstream sono stati bene attenti a costruire campagne continue di demonizzazione, l’estrema destra ci è andata a nozze, l’affarismo della carità ha stimolato il disprezzo, lo snobismo “chic” di sinistra ha pennellato tutto l’affresco.

 

La crisi economica

Nonostante ci sia ancora (a destra come purtroppo a sinistra) chi pensa che questa crisi sia venuta giù dal cielo o sia un episodio x in un sistema altrimenti bello e democratico, ci siamo ancora brutalmente dentro. Dopo anni di bolla di entusiasmo edonista, di briciole di benessere acquisito, il capitalismo globale ha iniziato ad auto-implodere e ha facogitato posti di lavoro, case, risparmi, vite umane. La piccola Goro dei profughi dell’alluvione del 1951 è anche la Goro che con spirito solidale costruì cooperative per rilanciare l’economia legata alla pesca e all’agricoltura, gente di lavoratori e pure con una solida base di sinistra (il 44% al Pci negli anni Settanta); sarebbe fin troppo facile notare come lo stacco generazionale abbia prodotto gente che si è arricchita col duro lavoro e ha lasciato indietro il portato valoriale e i figli che hanno ereditato il tutto con più facilità e se lo vivono al tempo della crisi. È lo specchio di un paese che ha dimenticato tutto con un po’ di benessere in tasca, che ora vede tutto minacciato e trova solo un capro espiatorio, i negri.

I media

dagli anni Novanta, a ondate, fino alla quotidianità, diversi miei colleghi hanno continuato scientificamente a costruire l’immagine di immigrati ladri, stupratori, terroristi partendo da casi di cronaca veri o presunti. Centinaia forse migliaia di casi di piccola o media criminalità (quella grande, come impresa, è ancora fortemente tricolore) che hanno completamente oscurato il fatto che  2.300.000 di immigrati sono lavoratori e lavoratrici, quasi mezzo milione sono i disoccupati; 500.000 sono i piccoli imprenditori, commercianti e autonomi. E invece il fuoco di fila mediatico è andato avanti a costruire immagini raccapriccianti di orde di barbari assetati di sangue di vergine da offrire ad un dio crudele. I giornali non sono neutri: sono di chi ne possiede il capitale e di chi decide la linea editoriale; tanti quotidiani tutti in mano esclusivamente a potentati economici portano ad avere tante voci, ma corali. E anche su Goro viene sparso inchiostro innocente: quattro bancali di pallet diventano “le barricate del popolo di Gorino”, si omettono le forti presenze dell’estrema destra tra i manifestanti a “convogliare” le operazioni e, soprattutto, qualcuno ha mai sentito parlare di Goro per la disoccupazione (al 13%) o i suoi problemi sociali in questi anni?

Gli untori della guerra tra poveri

Ogni peste ha sempre i suoi ratti che la diffondono dalle fogne: a cavalcare e stimolare questo clima mediatico ci sono le abili mani della destra radicale (Lega Nord) e dell’estrema destra neofascista. Da bravi burattini di questo sistema marcio e corrotto, queste forze in questi anni non si sono scagliate contro mafia, cemento, disoccupazione, inquinamento industriale, ma hanno trovato linfa vitale e consenso giocando sulle paure della popolazione assecondandole e, possibilmente, farle crescere in un clima di intolleranza per portare a casa militanti, iscritti, voti. Forza Nuova Ferrara rivendica con orgoglio di essere stata sulle barricate a Gorino, il ras leghista della zona era il prezzemolino della protesta e persino il sindaco leghista di Bondeno, Alan Fabbri, la chiama già “la Resistenza alla Dittatura dell’immigrazione”. E l’infezione viene bene anche via social network, perché sarà già capitato a tutti di vedere che i vari gruppi “sei di stacippa se” diventano bacheca di propaganda politica travestita da “discussioni da bar”.

“Sì, va bene ma lo stato e il Sindaco?” Questa protesta farlocca che richiama quella organizzata dai neofascisti a Tor di Quinto la scorsa estate, finisce con la “vittoria” popolare: lo stato abdica alla sua funzione di autorità ed il pullman con sopra dieci pericolosissime donne e alcuni bambini, viene dirottato altrove. Strano, quando un gruppo di operai blocca una strada per rivendicare lavoro, se ne parla davvero poco sui media e, di contro, volano mazzate in divisa come piovesse.
A Goro, inoltre, il sindaco del Partito Democratico era in mezzo ai manifestanti (non a sostenerli direttamente): giustificando parzialmente la reazione dei cittadini e spiegando che le “paure tirano fuori il peggio dalla gente”: ed il premio grazie al cazzo, è stato stravinto anche per oggi. Un Sindaco che passeggia tra i manifestanti e non fa nulla per fermarli, imporre l’autorità, isolare le contaminazioni estremiste o ci è o ci fa: a Mantova abbiamo gli occhi della politica chiusi sulle sfilate neonaziste, quindi abbiamo già un’idea su dove si possa andare a finire.

L’affarismo della carità

Quanto successo a Goro potrebbe succedere a Governolo, come a Suzzara. Non c’è Emilia (fu) Rossa o Veneto Verde che tengano: l’egoismo prima arricchito e poi impaurito è ovunque un innesco pericoloso. Il problema è aggravato da quello che, piaccia o non piaccia, è il business immondo creatosi intorno all’accoglienza: lo stato ha privatizzato (anche) l’accoglienza, e si è generato un sistema di arricchimento per pochi soggetti privati, di sfruttamento lavorativo per tanti operatori e che lascia solo delle briciole agli ultimi anelli della catena, ovvero i richiedenti asilo. Questo non è “buonismo di sinistra”,  ma un vigliacco “affarismo di destra; chiunque faccia profitto sull’emergenza profughi o chi ci si infila solo per raccattare soldi e visibilità fa schifo tanto quanto i buffoni neonazisti che ci fanno sopra campagna politica con petizioni, presìdi e altre boiate che colpiscono il richiedente asilo e non tutto il circuito economico. Entrambe le categorie sono nemiche dell’uguagalianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Snobismo Chic

Nello sbandamento più totale, una “sinistra” perbenista e benestante che di giorno loda il libero mercato e la sera si perde in apericene solidali, si straccia le vesti  e taccia di ignoranza e razzismo chiunque non la pensi come loro o non abbia una pergamena di laurea. È così che si alimentano diffidenza e xenofobia: fingendo che i problemi non esistano e riducendoli a generalizzazioni snob. Il sistema economico e politico ha messo sotto scacco i lavoratori italiani creando migliaia di nuovi schiavi immigrati e li ha sbattuti a vivere nelle periferìe delle città o nelle casette fatiscenti delle campagne, mettendo le condizioni per alimentare il disagio sociale. I problemi di convivenza, di piccola criminalità e, legittimo, di convivenza esistono. Tra le migliaia di richiedenti asilo ci possono anche essere dei furbetti, come tra milioni di immigrati ci sono sicuramente anche sbandati e piccoli criminali, ma queste –cascasse il mondo- sono minoranze della minoranze continuamente amplificate dai media e da certa politica. Generalizzare di  “fratelli migranti” è osceno quanto il “negri di merda”; a meno che non si voglia credere alla panzana della grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”.

La crisi economica, sociale (culturale) e politica colpisce in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati e i pensionati senza confini di provenienza o di religione. Visto che il problema parte tutto da economia e lavoro, basterebbe questo spaccato orgogliosamente “di classe”  per prendere insieme la rincorsa da sinistra,  ribaltare tutta la retorica che alimenta una lurida guerra tra poveri e colpire finalmente speculatori, banchieri, padroni e politicanti che sfruttano e rubano il futuro a questo paese.

È tardi, lo so,
ma non è mai troppo tardi.