We’re in this together: Massive Attack live a Mantova

Standard

massive.jpgIl duo storico dei Massive Attack, insieme ad una live-band eccezionale, infiamma piazza Sordello con un’ora e mezza di vibrazioni electro-rock e messaggi politici radicali.

Sono ancora Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall i portabandiera della rivoluzione elettronica che da Bristol si è diffusa in tutto il mondo, con l’etichetta di trip-hop. Negli anni Novanta, decostruivano la dance britannica rallentando i ritmi, creando melodie oscure ed eliminando i ritornelli facili, e quel marchio di fabbrica ieri sera è risuonato in tutta Mantova. Nel frattempo il mondo è cambiato, in peggio, e quindi anche il messaggio politico originario della band si è fatto più forte, urgente e radicale: l’enorme muro di led alle spalle del gruppo, minimalista nello stile e feroce nell’invettiva, ha colpito duro negli occhi e negli stomaci delle migliaia di fan; alla faccia di chi vorrebbe artisti sorridenti e disimpegnati. Oggettivamente, c’è sempre il dubbio che dal vivo i Massive Attack suonino freddi, come impegnati in un “compitino”, ma avercene di “esercizi” del genere.

Ad aprire la serata il set degli Young Fathers: quarantacinque minuti di alternative rap contagioso e coinvolgente, per il gruppo di Edimburgo dalle impressionanti doti ritmiche e vocali che, dopo l’ep Ritual Spirit dei Massive Attack, è presenza fissa nei tour inglesi ed europei.
A seguire, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, il duo originario dei bristoliani sale sul  palco insieme ai fidati turnisti che li accompagnano da anni. Le recenti polemiche del Madcool festival (in cui 3D e Daddy G hanno annullato il concerto a causa dei volumi troppo alti dei Franz Ferdinand) evaporano nel caldo afoso dell’estate mantovana: parte Hymn of the big wheel da Blue Lines e la scena è tutta per il “vecchio amico” Horace Andy; la leggenda del reggae è l’asso nella manica della band e che dona ad ogni brano una patina sulfurea e profetica.
Su Risingson entra in scena Daddy G tra gli applausi del pubblico e, sull’onda di un sample dei Velvet Underground, i due vocalist si alternano in uno dei pezzi più noti e oscuri della loro produzione. Su e giù dal palco, al sintetizzatore o al microfono, Del Naja e Marshall sono in continuo movimento: quello che tolgono in continuità emotiva, lo danno nella carica di ogni pezzo. Il beat ossessivo di United Snakes è la colonna sonora ideale del visual che rappresenta per simboli partitici tutta la politica mondiale, caratterizzando una forte critica verso chi alimenta razzismo e diseguaglianze sociali. In un crescendo vorticoso, parte Girl I love you dove il suono è sempre più electro-rock e Horace Andy si prende la scena trascinando un brano dall’esecuzione mesmerizzante. Musica e immagini si fondono sempre più: il codice binario sul maxi-schermo fa da sfondo alle pulsazioni che introducono Future Proof (dal sottovalutato 100th window), tra le urla dei fan irriducibili; il brano esplode fragoroso tra suoni decisamente rock che lo allontanano dalla evidente matrice kraftwerkiana. Gli “Young Fathers” tornano sul palco per eseguire Voodoo in my blood eIMG_20180715_231805138-01.jpeg Way up here sotto lo sguardo attento di Del Naja, impegnato al sintetizzatore. Le prime note di Angel scatenano la folla ed è nuovamente Horace Andy a guidare le danze con la sua voce che si fa più sinistra e avvolgente; nell’acme sonoro la canzone esplode tra schegge rock e di elettronica tagliente, rappresentando uno degli apici dell’esibizione.
Torna Del Naja e annuncia il brano seguente come un “Requiem per l’Unione Europea”: è Inertia Creeps, massiccia e claustrofobica. Dal vivo, i Massive Attack aumentano l’impatto e le sfumature orientali di questo classico e rendono ancora di più l’idea della fine del mondo. Sullo schermo scorrono i titoli delle notizie più insulse e di gossip su vip, calciatori, veline, politici, tronisti cantanti e attori che appestano l’informazione italiana e contribuiscono a intossicare mentalmente milioni di persone.
C’è tempo per due brevi bis: nel primo, Deborah Miller prende di petto la hit Unfinished Sympathy regalando brividi al pubblico che balla in tutta la piazza. Sullo sfondo campeggia “siamo tutti in questo insieme”, discutibile traduzione dall’inglese “we’re in this together”, esortazione a unirsi per combattere le ingiustizie e dedicato all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Horace Andy e Daddy G tornano sul palco per il gran finale e parte una magnifica versione di Splitting the Atom, grande successo del periodo di rinascita artistica della band: il passato e presente dei Massive Attack si incrociano nel beat scuro, il synth incandescente e la melodia sopraffina per chiudere al meglio il live e salutare Mantova.

 

Advertisements

Neverending Bob Dylan

Standard

dylanAl Palabam di Mantova si è tenuta l’esibizione sold-out  del menestrello di Duluth, all’interno del “neverending tour”. In una scenografia calda ed essenziale, il Premio Nobel per la Letteratura ha offerto uno spettacolo di rara bellezza, adatto ai fan incalliti e agli appassionati di musica, dove non c’è stato spazio per l’effetto nostalgia o per il conformismo delle star del rock.

Nonostante le settantasei primavere e l’immenso successo planetario, Bob Dylan non si ritira e non si adatta allo show-business: la sua esibizione live è espressione della sua arte, non un mero contenitore di greatest hits per nostalgici o di ammiccamenti per fan adoranti. Per questo, i mugugni in sala e sui social per i classici mancanti in scaletta o totalmente reinterpretati e irriconoscibili, lasciano il tempo che trovano; il Dylan di oggi non tocca la chitarra e si siede, si reinventa e fa delle sue canzoni materia viva e tanto deve bastare, pena il non comprendere il senso dell’operazione culturale. Come noto l’artista non vuole foto o video, anche per sfuggire all’idolatria della star, ma a fare la differenza in negativo sono stati il brillare dei fasci di luce e laser della security per scoraggiare i tentativi del pubblico, non solo di scattare foto, ma anche solo di guardare lo schermo del proprio smartphone.

Alle 21 esatte la band si presenta su un palco essenziale illuminato da una manciata di fari  caldi e avvolgenti: Stu Kimball alla chitarra acustica, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, George Receli alla batteria, Charlie Sexston alla chitarra elettrica, e Donnie Herron alla slide guitar al violino e al banjo; la band ormai rodata che segue Dylan già da anni. E sulle note introduttive di “Things have changed” appare lui che, senza una parola o un cenno alle migliaia di fan in delirio, si siede al pianoforte, dove rimarrà per gran parte del concerto, e inizia lo spettacolo. Sì, “le cose sono cambiate” canta Dylan, e anche i pezzi vengono rimaneggiati, rivisti o addirittura stravolti ora in chiave blues, altre con sfumature jazz. Da subito la setlist va continuamente avanti e indietro nel tempo nella discografia di Robert Allen Zimmermann, amalgamando tutto sotto una luce nuova: “Don’t think twice it’s all right” non sfugge a questa regola e per più di uno spettatore anche il classico del primo Dylan non è immediatamente riconoscibile. “Highway 61 revisited” è un altro gioiello esibito al Palabam e la voce dell’artista si impone sull’arrangiamento frizzante del brano del 1965. Dall’album di cover “Fallen Angels” viene pescata una straordinaria “Melancholy Mood” di Sinatra: Dylan si alza, regge l’asta del microfono e gioca ad interpretare il crooner; uno dei momenti più intensi e avvolgenti dell’intero concerto. A rimanere nella mente di “Honest with me” è il riff di slide guitar che Donnie Herron tiene in primo piano per tutta l’esibizione del brano. Meno roca dell’originale, “Pay in Blood” convince per il suo impeto inquieto e caratterizza una scaletta che pesca a piene mani dal recente “Tempest” del 2012.  Straordinaria e straniante anche la versione di “Tangled up in blue” proposta al Palabam che, dal minimalismo folk originale, prende una nuova vita particolarmente elegante. Il blues dilagante e trascinante di “Early Roman Kings” (un altro estratto da “Tempest”) è paradigma dell’intero sound dell’esibizione e strappa applausi convinti. Un’altra cover e questa volta Dylan omaggia  Yves Montand, reinterpretando “Autumn Leaves” e riuscendo nell’impresa di aggiungere all’originale un’altra patina di malinconia.
C’è tempo per un bis in cui Dylan e la sua band regalano una irriconoscibile “Blowin’ in the wind” che, spogliata e rivestita di suoni nuovi, non perde nulla della carica di protesta del tempo in cui è stata scritta. Chiude l’esibizione “Ballad of a thin man” con tutto il pubblico del Palabam in piedi ad applaudire uno degli artisti più importanti del Novecento, che ha saputo mettere piede anche nel nuovo millennio.

Il ritorno dei Ritmo Tribale – live a Mantova

Standard

Emersi dalla Milano degli Anni Ottanta, i Ritmo Tribale fino al loro scioglimento sono stati tra le realtà più importanti dell’alternative rock italiano. Figli di un’epoca in cui fare musica “indie” significava sudore, tecnica, impegno sociale e passione, e allo stesso tempo fratelli maggiori per alcune delle band che hanno segnato il decennio successivo.  La notizia del loro tour di reunion porta con sé molte domande sul come sia cambiato radicalmente il mondo musicale, sull’oblio che ha caratterizzato un gruppo di questo livello e soprattutto sulle capacità dei Ritmo Tribale di stare sul palco vent’anni dopo il periodo d’oro di Mantra e Psycorsonica. Tutto questo e molto altro, ha avuto una sua risposta sabato all’Arci Tom di Mantova.
In un’epoca di riflusso per la musica live, Mantova non si muove di certo in controtendenza: presenti sotto palco un centinaio di fan, perlopiù provenienti da fuori provincia e visibilmente reduci di quella stagione musicale. Dopo l’intensa esibizione di apertura dei Two hicks & one Cityman, l’attesa si fa grande. I Ritmo Tribale salgono sul palco e contagiano il pubblico con le vibrazioni di “L’assoluto”: le chitarre granitiche e i colpi precisi del basso di Briegel Filippazzi dimostrano la potenza di un gruppo tornato in grande stile. “Base Luna” avvolge il Tom con le sue spire psichedeliche su base hard-rock, mentre la band non sta ferma un attimo come se fosse in preda ad una crisi epilettica. Fantastica e commovente, “Oceano” fa la sua comparsa a inizio del set: tutti la cantano a squarciagola insieme a Scaglia e si fanno trascinare dalla melodia del ritornello; probabilmente un brano tra i migliori della loro discografia e che è anche la fotografia musicale di un’epoca. “La mia religione” riporta il concerto al livello di assalto sonoro con quel misto di hard-rock, influenze psichedeliche e hardcore frettolosamente etichettato come “grunge”. Un misto straniante ed efficace che esplode anche tra le note cross-over di “Ti Detesto”, possente e incendiaria nella sua resa live. Dal palco, Scaglia omaggia e saluta Milena detta “Milly” che ci ha lasciati poche settimane fa, scatenando un lungo applauso. Noti come campioni nella creazione di ballad toccanti, i Ritmo Tribale offrono anche una versione intima e da brividi di “Universo” e di “Uomini”. Avvicinandosi il gran finale, la band concede il bis e dal passato remoto della band spuntano una eccellente “Kriminale” e una “Bocca chiusa” al fulmicotone che chiudono alla grande il concerto.

Alex Zanotelli: “insieme possiamo cambiare il mondo”

Standard

zanotelliIl missionario comboniano Alex Zanotelli torna a Mantova dopo molto tempo per lanciare il suo messaggio di sfida contro un sistema che opprime l’uomo e l’ambiente e spronare all’azione le centinaia di presenti all’evento organizzato dalla rete di associazioni Mantova per la pace.

Talmente tanti i partecipanti, che la grande Sala delle Capriate in piazza Alberti è stracolma ben prima dell’inizio ufficiale e, per questo, un rapido cambio di programma e tutti si spostano nella vicina chiesa di Sant’Andrea per affollare la navata centrale e quelle laterali. Oltre seicento persone ascoltano attentamente il coordinatore di Mantova per la pace, Claudio Morselli, mentre ne illustra il percorso e gli obiettivi fondanti, improntati a una nuova stagione di impegno civico per la pace e la giustizia sociale.

Quando Padre Alex prende la parola si sente subito la forza di una vita spesa in prima linea dalla parte dei più deboli: il religioso parte da Napoli, da “Sanità”, il quartiere difficile dove ogni giorno tocca con mano la crisi di valori della nostra società; parla di ragazzini che si sentono già grandi girando armati e rincorrendo con la criminalità organizzata i falsi miti di ricchezza e “bella vita” propugnati dalla televisione. E quello stesso “sistema” alla base della cancrena partenopea, Zanotelli lo identifica anche globalmente con la finanza speculativa e il profitto che si sono ormai mangiati l’economia e reso la politica un fantoccio dei poteri forti. Un meccanismo che vede la maggior parte della ricchezza in poche mani avide, mentre la maggioranza degli abitanti del pianeta si contende le briciole.

il comboniano parla dell’Africa come di un fattore centrale dato che lì che si è originata la vita dell’Homo Sapiens ed è proprio sul destino di quel continente che si misura il degrado di quello che lui chiama Homo Demens, l’umanità impazzita: guerre sanguinose per il controllo di metalli preziosi, fossili e risorse energetiche, e territori che sperimentano con violenza il climate change. Da quella parte di mondo scappano milioni di persone che molti si rifiutano addirittura di accogliere, alzando nuovi muri. Zanotelli non ci sta e spara a zero anche sull’economia di guerra che vede l’Italia impegnata su fronti militari ovunque sia necessario tutelarne gli “interessi” e che investe 20 miliardi di euro l’anno per le spese militari. “Si taglia il welfare, l’istruzione e la sanità, ma non toccano mai le spese militari, questo è inammissibile”, tuona il religioso.

Zanotelli non si limita a elencare i problemi, ma chiama tutte e tutti all’azione anche a partire dalle piccole cose: “votiamo ogni volta che facciamo la spesa” sono le sue parole che invitano a fare scelte etiche, privilegiando la filiera equo-solidale e l’agricoltura sostenibile e chiedendo di smetterla di costruire nuovi ipermercati. Nel suo intervento anche due passaggi legati a Mantova: chiede al pubblico se l’acqua a Mantova è dei cittadini o privata, sapendo che dopo la vittoria referendaria del 2011 solo a Napoli il sistema idrico è stato ripubblicizzato attraverso una azienda speciale e, in un passaggio legato alla giustizia ambientale, rilancia un secco “no inceneritore” stimolato dalle bandiere che ha visto esposte alle finestre della città.

Sting: an Englishman in Mantova

Standard

IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.

Intervista a “Frammenti di un Cuore Esploso”

Standard

unnamedNata come etichetta indipendente e gruppo di organizzazione eventi, Frammenti di un Cuore Esploso è poi diventata associazione culturale e un anno fa ha raggiunto l’obiettivo di dotarsi di un vero e proprio quartier generale. Domani sera, infatti, si terrà il primo compleanno della realtà socio-culturale che supporta il mondo underground  punk, hardcore, grind, stoner, noise, metalcore; uno spazio, quello di via Bracci a Mantova, che funge da base logistica per le attività di servizio alle band e al mondo degli eventi. In occasione delle giornate di festa, abbiamo intervistato Francesco Artioli, presidente e anima del progetto Fce.

  1. In piena crisi economica e in una piccola città fuori dal circuito indipendente, un gruppo di coraggiosi mette in piedi una realtà come Frammenti di un Cuore Esploso. Possiamo parlare di una scommessa vinta: quali sono stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo risultato?

    Forse parlare di scommessa vinta è ancora presto per un progetto giovane come il nostro ma i segnali da un anno a questa parte (dall’apertura del nostro spazio di Via Aliano Bracci il 7 maggio 2016) sono davvero confortanti. Dopo aver organizzato eventi a ripetizione, quasi venti coproduzioni e realizzato la nostra base operativa direi che Mantova non è più fuori dal circuito indipendente e anzi siamo sommersi di richieste di artisti underground da tutta Italia e dall’estero. Tra gli ingredienti che stanno rendendo possibili buoni risultati citerei la capacità di ascoltare, sviluppare e collaborare anche in progetti altrui, il tentativo di far sentire tutti (artisti/soci) come a casa propria nel nostro centro e l’enorme passione ed impegno che proviamo a mettere in ogni dettaglio.

  2. Quali le tappe che hanno visto evolversi il progetto dal primissimo festival del 2010, fino all’apertura di una vera e propria sede?

    Siamo partiti organizzando concerti di musica indipendente in vari spazi di Mantova e Modena.Insieme a questi eventi abbiamo cercato di documentare in Italia e in Europa le scene musicali più estranee al music business attraverso foto/video/interviste grazie all’aiuto di Nereo Bumci e di Neoel Multimedia Service. Circa tre anni fa abbiamo deciso di allargare il nostro team per fornire servizi di ogni tipo ad altre associazioni, circoli, artisti, enti privati e pubblici utili a sviluppare e realizzare i loro progetti culturali. L’ultima fase è stata quella di aprire il centro di Via Aliano Bracci che dopo questo primo anno vanta già 600 soci ed ha visto nascere gruppi e dischi fra le sue mura.

  3. Un anno contrassegnato da decine e decine di concerti indipendenti, organizzati anche in altri locali in collaborazione con diversi partner musicali. Quanto è importante mantenere attiva la scena in un territorio come il nostro?
    Nel nostro territorio ci sono numerosi appassionati di cultura underground anche se sparsi per la provincia. Ora con FCE hanno un posto dove incontrarsi, creare musica, organizzare eventi ed avere consigli per registrare, stampare e distribuire i propri dischi. Siamo felicissimi del fatto che diversi nuovi gruppi sono nati nelle nostre sale prova e la scena ci sembra ora più attiva che mai. Vogliamo creare un ambiente ideale per la produzione artistica e musicale locale e promuoverle anche fuori dalla nostra città.
  4. Fce come detto è nota per le serate live a Borgochiesanuova, ma ha anche una ampia gamma di attività correlate al mondo della musica, raccontacele.

    I servizi che offriamo sono cresciuti molto negli anni ed ora riusciamo a seguire diversi aspetti di un evento come assistenza tecnica, organizzazione, comunicazione e grafica. Dall’apertura del centro ospitiamo anche corsi, workshop, mostre, sale prove, studio di registrazione, serate di giochi di ruolo oltre a set fotografici e video. Abbiamo mille altre idee da sviluppare nei prossimi mesi per garantire ai soci un offerta ludica e culturale continua.

  5. Si prevede una grande festa di compleanno: cosa bolle in pentola?

Abbiamo preparato una grande festa dalle 16 per  raccontare in breve tutto quello che è successo in questi anni, mostrare la completa ristrutturazione degli spazi e per presentare alcuni dei nuovi percorsi che saranno operativi da settembre. Ci saranno una masterclass di chitarra con Giorgio Borgatti (Three in one gentleman suit / Threelakes), un corso introduttivo al software Ableton Live e altre iniziative didattiche. Dalle 19 aperitivo di compleanno in collaborazione con Arci Fuzzy, presenteremo il corso di batteria con Alessandro Magnani e dalle 21.30 spazio alle “visioni elettriche”: concerto con musicisti provenienti dalla scuola di musica Andreoli di Finale Emilia. I workshop sono gratuiti per tutti i soci di FCE ma i posti disponibili sono limitati e consigliamo di prenotare gli ultimi posti disponibili.

  1. Per il futuro quali sono gli obiettivi e i sogni di Frammenti di un Cuore Esploso?

 

Il primo grande sogno era quello di aprire uno spazio e siamo riusciti a realizzarlo; c’è molto lavoro da fare ancora per portarlo al 100% di efficienza e tutto il 2017 sarà dedicato ad esso. Nel nostro futuro vedo progetti per rivitalizzare il quartiere di Borgochiesanuova, altri con le scuole per valorizzare i giovani artisti/musicisti locali, organizzare tour europei per band italiane e la trasformazione di Fce Records in una cooperativa di lavoro specializzata in servizi per gli eventi in una fase più avanzata del progetto.

Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

Standard

Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.