Revolution for the masses: Depeche Mode live a Bologna

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FullSizeRender(1)Nel 1986, il dj della BBC John Peel dichiarò che: “se dobbiamo avere band che riempiono gli stadi, allora che siano i Depeche Mode”, e quel pensiero è risuonato attualissimo giovedì 29 giugno allo stadio Dall’Ara di Bologna. Quarantamila persone di tutte le età hanno riempito l’arena emiliana in attesa di uno dei concerti più importanti dell’estate 2017; una delle tappe del “Global Spirit Tour” che porta in giro per il mondo un rituale laico, la chiesa del muro di suono e di luci dei Depeche Mode, arricchita dai visual curati da Anton Corbijn.
Agli Algiers il duro compito di aprire le danze: la band di Atlanta suona con forza ed entusiasmo, convincendo parte del pubblico con quarantacinque minuti di post-punk dalle influenze soul/gospel. Poi alle 21 precise scompare la techno pompata dalle casse per tutto il pomeriggio e parte “Revolution” dei Beatles, che sottolinea da quale parte stanno i Depeche Mode. Il setlist del concerto pesca dal materiale più recente della band, tralasciando gli anni Ottanta, e inizia con il singolo “Going backwards”; quando la band sale sul palco  il pubblico impazzisce, pochi secondi dopo compare la “diva” Dave Gahan  e un secondo urlo collettivo scuote il Dall’Ara. È infatti il sensuale vocalist, insieme al chitarrista Martin Gore, a reggere lo spettacolo: Alan Wilder non c’è più da anni, Andrew Fletcher sembra fare solo il “compitino” e i turnisti (con il batterista instancabile in testa) completano l’organico della band. Superati eccessi, dipendenze, punti di non ritorno e depressioni, il duo Gore-Gahan è in splendida forma e lo dimostra su ogni pezzo: “Barrel of a gun”, sinuosa e lasciva, porta il suono sull’orlo del precipizio con l’eleganza che compete ai Depeche Mode; un dark-elettronico che ammicca all’hip-hop quando Gahan chiude il pezzo citando “The Message” di Grandmaster Flash. “A pain that I’m used to” risuona in tutto lo stadio in una veste più suonata ed electro-rock dell’originale su cui il vocalist scatena le sue mosse sensuali che mandano in estasi il pubblico (non solo) femminile. La magia oscura di “In your room”, a partire dall’arpeggio dolente di Gore, avvolge le migliaia di spettatori in un abbraccio inquietante, accompagnato dal video di una coreografia di ballo chiusa in una stanza. Proprio il chitarrista (e tastierista) si prende la scena per due versioni struggenti di “Judas” e “Home”, dove l’onda dei cori del pubblico alla fine del brano non si placa per diversi minuti. La nuova “Where’s the Revolution?”, debole su disco, dal vivo esplode a piena potenza confermando la capacità dei Depeche Mode di dare vesti nuove ai propri brani. “Everything Counts” parte con un arrangiamento decisamente più aggressivo dell’originale degli Ottanta. L’inconfondibile apertura di sintetizzatori di “Enjoy the silence”, manda in delirio la folla che inizia a intonare la melodia dell’arpeggio minimalista di Gore, un attimo prima di scatenarsi sul beat disco del brano del 1990; Gahan canta solenne ed epico e la funzione laica raggiunge il suo apice. Il drumming ossessivo di “Never let me down again” avvia al concerto alla conclusione della prima parte, mentre migliaia di persone cantano e ballano sulle note di uno dei più autentici capolavori della band.
È tempo di bis e tornano sul palco Martin Gore e il tastierista Peter Gordeno, per una versione da pelle d’oca di “Strangelove”, per sole chitarra e tastiera. Lo sventolìo di una bandiera nera sfilacciata che compare sui maxi-schermi fa da cornice alla cover di “Heroes”: un tributo a David Bowie che la band porta avanti in modo (fin troppo) sobrio, elegante e non pedissequo; al termine del brano Gahan manda un bacio al cielo. Dopo una convincente “I feel you”, arriva il gran finale con “Personal Jesus”. Il riff di chitarra di Gore, come un selvaggio blues futurista, caratterizza tutto questo brano leggendario. Ancora una volta, inarrestabile, Gahan arringa la folla con la sua mimica allusiva e con l’iconico ondeggiare di braccia alzate ripreso dal pubblico. Stanchi e sorridenti, i Depeche Mode salutano e scompaiono dietro al palco; si accendono le luci e lo stato di trance si interrompe lasciando un forte senso di straniamento.

Intervista a Garbo

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garbo_2Domani sera per l’inaugurazione della nuova stagione del Lio Bar di Brescia alle 23 andrà in scena un evento speciale targato “Dark Side of Brescia” e di cui Alta Fedeltà è media partner: ospite della serata sarà Garbo, autore tra i più importanti della scena new wave italiana anni Ottanta che, non restando imbrigliato in quel decennio, ha continuato con successo il suo percorso artistico-musicale. Al termine del live “Dandy Noir e le farfalle nere” continueranno a far ballare il pubblico fino a notte fonda con il loro dj set Goth, Synth-pop, Ebm. Abbiamo fatto qualche domanda via telefono a Garbo per conoscerlo meglio e prepararci alla serata.

(Pubblicata su Alta Fedeltà del 04.09.15)

1 – Garbo, al secolo Renato Abate, ci racconti com’è nato il tuo pseudonimo?

È stata una coincidenza divertente, ricordo che ero un ragazzo e all’epoca andava di moda avere un nome d’arte; sognando di diventare ciò che volevo diventare, ovvero un musicista, pensavo che avrei voluto trovarmene uno significativo. Durante il servizio militare ero a Milano in un ufficio d’archivio dove curavo la trascrizione dell’elenco dei ricoverati di guerra in ordine alfabetico. Quando arrivai alla lettera G trovai diversi “Garbo”, un cognome tipico del veneto. Da lì pensai “perché no?”: quel cognome dal suono così musicale e affascinante mi piacque da subito.

2 – Ci parleresti della difficoltà di creare composizioni raffinate e partecipare ad una “via italiana alla new wave” nel clima culturale dell’Italia degli anni Ottanta? Sì era sicuramente un’epoca difficile nel mondo musicale. Personalmente rappresento una anomalìa: ho iniziato realizzando diversi provini in sale di incisione finché il mio materiale non ha suscitato l’attenzione del tastierista e tecnico del suono dei “Biglietto per l’inferno”. Da lì il passo ad una major e ad un lungo tour di supporto a Franco Battiato è stato relativamente breve e senza difficoltà, diversamente dal grosso della scena: la scena wave era relegata nelle cantine e io, già sotto contratto con una grande casa discografica, ero visto un po’ come un traditore. Va detto inoltre che ho avuto la fortuna di poter gestire musicalmente e stilisticamente tutto quanto riguardava il mio percorso artistico.

3 – Sei un artista che ha continuato ininterrottamente il proprio percorso creativo: come valuti la tua carriera musicale dal punto di vista della crescita artistica?

Se dal lato commerciale ho pagato il prezzo di continuare evolvendomi, uscendo dal giro multinazionale per diventare anche editore di me stesso, questo mi ha permesso di crescere molto. Non sento il bisogno di evocare nostalgicamente il passato proprio per la continuità di un lungo percorso che si è arricchito negli anni di decine di collaborazioni e che mi ha permesso di sperimentare e di imparare.

4 – Il tuo ultimo album, “Fine”, è stato realizzato con Luca Urbani, ci puoi parlare di questa lunga collaborazione?

Luca l’ho conosciuto nel 2000, da allora abbiamo iniziato progressivamente a collaborare fin dall’album “Blu”, con il primo singolo scritto insieme dal titolo “migliaia di rose”. Piano piano siamo arrivati ad una piena collaborazione che ha portato alla realizzazione di “Fine”. In questo disco si sentono chiaramente le diverse storie musicali, ma dall’incontro ne è nato un ibrido, come un terzo soggetto.

5 – Quali progetti hai in cantiere per il futuro?

Ho in previsione l’uscita di un live ufficiale, il primo dopo trentacinque anni di carriera; sarà un doppio album molto ricco da parte della scelta dei brani che attraverserà tutta la mia discografia. Inoltre ho intenzione di continuare con l’attività live, magari realizzando un particolare tour teatrale a supporto di questo album.

6 – Nella scena italiana ed internazionale quali sono i musicisti e le band che segui con più interesse?

Io sono abbastanza onnivoro, anche in un momento storico come questo che trovo drammaticamente “a-culturato” e caratterizzato da un clima generale di abbassamento di livello. È finita l’epoca vera aggregativa dei movimenti musicali. Oggi esistono cose più o meno interessanti e spesso legate al proprio fenomeno in sé. Ci sono le mode “televisive” di cui poi si occuperanno le case discografiche.
Al contrario, in questi anni ci sono stati gruppi –penso ad esempio ai Baustelle– invece che hanno generato una continuità di impegno artistico, così come avevano fatto i Bluvertigo, ma oggi è un continuo “recupero” di decenni passati. Il vuoto culturale dell’occidente che porta all’idea di recupero, scade poi nel citazionismo citazionismo. Se chiedi ad un ragazzo diciassettenne oggi cosa gli interessa o cosa vuole fare nella vita, io so che nella mia epoca avrei risposto “mi piacerebbe fare musica, dire delle cose”; oggi un ragazzo ti risponderebbe “voglio essere ricco e famoso, non importa come”. Ecco, la cosa che più imbarazza è il vuoto culturale e di idee: l’estremismo religioso crede in qualcosa in modo ossessivo portandoli alla follìa omicida, mentre la nostra società disimpegnata e che non crede più a nulla muore lentamente e in modo non meno tragico.