GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci

Chez Guevara

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chezguevaraDecenni fa c’era una grande osterìa,  imperfetta ma conosciuta e apprezzata come la più buona e genuina del Paese. All’interno c’erano soltanto arredi semplici e la cucina era a base di piatti popolari, preparati con ingredienti genuini. I pasti venivano offerti a prezzi modici: per tutte queste caratteristiche il punto di ristoro andava fortissimo tra i lavoratori e le lavoratrici.

Un giorno i vecchi gestori, donne e uomini che l’avevano messa in piedi dopo la guerra, andarono in pensione. A quel punto l’osterìa venne ereditata dai figli e dai nipoti: questi pensarono che quello stile fosse troppo legato al passato e ad un’idea desueta di gastronomia. Ci misero un po’ di tempo ma alla fine trasformarono l’osterìa in un moderno ristorante alla moda: tirarono via subito gli stracci rossi e ci misero pregiate tovaglie bianche abbinate ai neon luccicanti. Venne ideato un menù più sofisticato che formalmente voleva richiamarsi a quello del passato, ma la cui qualità ed il gusto non erano nemmeno paragonabili. Alla gestione collettiva si preferì un consiglio di amministrazione con un vero e proprio capo aziendale. I nuovi proprietari non si rifornivano più dai piccoli produttori, ma da allevamenti intensivi e industrie del cibo. Il forte rincaro dei prezzi del menù portò anche ad un cambio netto della clientela che in pochi anni diventò quasi esclusivamente composta dalla classe medio-alta.

Visto che il ristorante aveva scelto il regime di libero mercato dovette affrontare una concorrenza spietata. Alcuni ex-soci della nuova azienda tentarono inutilmente di aprire delle piccole locande per provare a replicare l’esperienza della vecchia osterìa: copie sbiadite che finivano spesso a fare da semplici franchise e spin-off del ristorantone. La concorrenza nel frattempo attirò clienti con dei fast-food dal cibo scadente ma economico. C’era quello localista che sui suoi tavolini di plastica offriva pasti “tradizionali” e fintamente genuini per riempire facilmente la pancia e disprezzare i cibi provenienti da fuori; roba di scarto ma che con una buona propaganda attirava gli affamati. Ce n’era uno che non si capiva nemmeno se preparasse carne o pesce: i proprietari erano forti nel marketing e avevano capito che, in tempi di magra, chi è arrabbiato e affamato non va molto per il sottile.

La morale è che la via gastronomica al socialismo, inteso come un mondo più libero e giusto, passa per la costruzione di una alternativa gustosa, dagli ingredienti equi e solidali, che spazzi via sia il cibo-spazzatura che le mangiatoie per super-ricchi.

L’Apocalisse della Fuzz Orchestra a Brescia

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img_20161105_243023602-01Fuoriusciti da una voragine apertasi per l’imminente Apocalisse, la Fuzz Orchestra dei tre profeti della catastrofe, è giunta al Lio Bar di Brescia per scagliare anatemi sulfurei. L’oscura matrice dei Black Sabbath incontra Morricone e numerosi sample vocali cinematografici che sostituiscono il cantato e, insieme, viene dichiarata la lotta armata ad un’Italia corrotta, egoista e ammalata di fascismo e perbenismo. Queste le premesse per il live incendiario del trio milanese che giunge al termine del lungo tour dell’ultimo album, “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”: l’intro inquietante de “l’uomo nuovo” riprende il discorso dell’anarchico di “Pasqualino Settebellezze” di Lina Wertmuller. Luca Ciffo ipnotizza con il riff iniziale de “Nel nome del padre” suonato sulla sua Diavoletto, mentre Fabio Ferrario dai suoi aggeggi digitali ed analogici tira fuori voci e suoni maledetti direttamente da un film del 1962; Paolo Mongardi coglie la palla al balzo e scatena la prima sfuriata del concerto. “Todo Modo” è un assalto sonoro che dal vivo sprigiona una energia devastante dove il gioco strumentale oscilla tra heavy e prog: le parole, tratte dall’apocalisse di san Giovanni e dalle profezie di Isaia prendono vita e ballano una danza macabra con citazioni dell’omonimo film di Elio Petri del 1976. La violenza di “Il terrore è figlio del buio” si accompagna magistralmente ai campioni che Mongardi pesca, questa volta dal capolavoro “Il settimo sigillo”. E proprio il 4 novembre, anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, la carica eversiva di “Morire per la patria” risuona con forza nel locale bresciano: non ci sono patacche nazionaliste o medaglie postume per morti in trincea, ma la forza chitarristica di Ciffo che detta la linea alla band per vomitare rabbia antimilitarista contro il genocidio di giovani contadini  e operai voluto da industriali e generali, che echeggia nelle parole  di Gian Maria Volontè in “Uomini Contro”.

Goro Lives!

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goroclassicÈ arrivata così, sotto i colpi continui di media, crisi e politica, la fatality di guerra tra poveri che spazza definitivamente via le illusioni globalizzate da “ombelico del mondo” di Jovanotti. Una protesta “popolare” contro i profughi a Goro, una piccola località del ferrarese, è diventata paradigma dell’egemonia culturale fascio-razzista che si è diffusa come una malattia. C’è una crisi economica che ha impoverito interi territori, i media mainstream sono stati bene attenti a costruire campagne continue di demonizzazione, l’estrema destra ci è andata a nozze, l’affarismo della carità ha stimolato il disprezzo, lo snobismo “chic” di sinistra ha pennellato tutto l’affresco.

 

La crisi economica

Nonostante ci sia ancora (a destra come purtroppo a sinistra) chi pensa che questa crisi sia venuta giù dal cielo o sia un episodio x in un sistema altrimenti bello e democratico, ci siamo ancora brutalmente dentro. Dopo anni di bolla di entusiasmo edonista, di briciole di benessere acquisito, il capitalismo globale ha iniziato ad auto-implodere e ha facogitato posti di lavoro, case, risparmi, vite umane. La piccola Goro dei profughi dell’alluvione del 1951 è anche la Goro che con spirito solidale costruì cooperative per rilanciare l’economia legata alla pesca e all’agricoltura, gente di lavoratori e pure con una solida base di sinistra (il 44% al Pci negli anni Settanta); sarebbe fin troppo facile notare come lo stacco generazionale abbia prodotto gente che si è arricchita col duro lavoro e ha lasciato indietro il portato valoriale e i figli che hanno ereditato il tutto con più facilità e se lo vivono al tempo della crisi. È lo specchio di un paese che ha dimenticato tutto con un po’ di benessere in tasca, che ora vede tutto minacciato e trova solo un capro espiatorio, i negri.

I media

dagli anni Novanta, a ondate, fino alla quotidianità, diversi miei colleghi hanno continuato scientificamente a costruire l’immagine di immigrati ladri, stupratori, terroristi partendo da casi di cronaca veri o presunti. Centinaia forse migliaia di casi di piccola o media criminalità (quella grande, come impresa, è ancora fortemente tricolore) che hanno completamente oscurato il fatto che  2.300.000 di immigrati sono lavoratori e lavoratrici, quasi mezzo milione sono i disoccupati; 500.000 sono i piccoli imprenditori, commercianti e autonomi. E invece il fuoco di fila mediatico è andato avanti a costruire immagini raccapriccianti di orde di barbari assetati di sangue di vergine da offrire ad un dio crudele. I giornali non sono neutri: sono di chi ne possiede il capitale e di chi decide la linea editoriale; tanti quotidiani tutti in mano esclusivamente a potentati economici portano ad avere tante voci, ma corali. E anche su Goro viene sparso inchiostro innocente: quattro bancali di pallet diventano “le barricate del popolo di Gorino”, si omettono le forti presenze dell’estrema destra tra i manifestanti a “convogliare” le operazioni e, soprattutto, qualcuno ha mai sentito parlare di Goro per la disoccupazione (al 13%) o i suoi problemi sociali in questi anni?

Gli untori della guerra tra poveri

Ogni peste ha sempre i suoi ratti che la diffondono dalle fogne: a cavalcare e stimolare questo clima mediatico ci sono le abili mani della destra radicale (Lega Nord) e dell’estrema destra neofascista. Da bravi burattini di questo sistema marcio e corrotto, queste forze in questi anni non si sono scagliate contro mafia, cemento, disoccupazione, inquinamento industriale, ma hanno trovato linfa vitale e consenso giocando sulle paure della popolazione assecondandole e, possibilmente, farle crescere in un clima di intolleranza per portare a casa militanti, iscritti, voti. Forza Nuova Ferrara rivendica con orgoglio di essere stata sulle barricate a Gorino, il ras leghista della zona era il prezzemolino della protesta e persino il sindaco leghista di Bondeno, Alan Fabbri, la chiama già “la Resistenza alla Dittatura dell’immigrazione”. E l’infezione viene bene anche via social network, perché sarà già capitato a tutti di vedere che i vari gruppi “sei di stacippa se” diventano bacheca di propaganda politica travestita da “discussioni da bar”.

“Sì, va bene ma lo stato e il Sindaco?” Questa protesta farlocca che richiama quella organizzata dai neofascisti a Tor di Quinto la scorsa estate, finisce con la “vittoria” popolare: lo stato abdica alla sua funzione di autorità ed il pullman con sopra dieci pericolosissime donne e alcuni bambini, viene dirottato altrove. Strano, quando un gruppo di operai blocca una strada per rivendicare lavoro, se ne parla davvero poco sui media e, di contro, volano mazzate in divisa come piovesse.
A Goro, inoltre, il sindaco del Partito Democratico era in mezzo ai manifestanti (non a sostenerli direttamente): giustificando parzialmente la reazione dei cittadini e spiegando che le “paure tirano fuori il peggio dalla gente”: ed il premio grazie al cazzo, è stato stravinto anche per oggi. Un Sindaco che passeggia tra i manifestanti e non fa nulla per fermarli, imporre l’autorità, isolare le contaminazioni estremiste o ci è o ci fa: a Mantova abbiamo gli occhi della politica chiusi sulle sfilate neonaziste, quindi abbiamo già un’idea su dove si possa andare a finire.

L’affarismo della carità

Quanto successo a Goro potrebbe succedere a Governolo, come a Suzzara. Non c’è Emilia (fu) Rossa o Veneto Verde che tengano: l’egoismo prima arricchito e poi impaurito è ovunque un innesco pericoloso. Il problema è aggravato da quello che, piaccia o non piaccia, è il business immondo creatosi intorno all’accoglienza: lo stato ha privatizzato (anche) l’accoglienza, e si è generato un sistema di arricchimento per pochi soggetti privati, di sfruttamento lavorativo per tanti operatori e che lascia solo delle briciole agli ultimi anelli della catena, ovvero i richiedenti asilo. Questo non è “buonismo di sinistra”,  ma un vigliacco “affarismo di destra; chiunque faccia profitto sull’emergenza profughi o chi ci si infila solo per raccattare soldi e visibilità fa schifo tanto quanto i buffoni neonazisti che ci fanno sopra campagna politica con petizioni, presìdi e altre boiate che colpiscono il richiedente asilo e non tutto il circuito economico. Entrambe le categorie sono nemiche dell’uguagalianza, della solidarietà e della giustizia sociale.

Snobismo Chic

Nello sbandamento più totale, una “sinistra” perbenista e benestante che di giorno loda il libero mercato e la sera si perde in apericene solidali, si straccia le vesti  e taccia di ignoranza e razzismo chiunque non la pensi come loro o non abbia una pergamena di laurea. È così che si alimentano diffidenza e xenofobia: fingendo che i problemi non esistano e riducendoli a generalizzazioni snob. Il sistema economico e politico ha messo sotto scacco i lavoratori italiani creando migliaia di nuovi schiavi immigrati e li ha sbattuti a vivere nelle periferìe delle città o nelle casette fatiscenti delle campagne, mettendo le condizioni per alimentare il disagio sociale. I problemi di convivenza, di piccola criminalità e, legittimo, di convivenza esistono. Tra le migliaia di richiedenti asilo ci possono anche essere dei furbetti, come tra milioni di immigrati ci sono sicuramente anche sbandati e piccoli criminali, ma queste –cascasse il mondo- sono minoranze della minoranze continuamente amplificate dai media e da certa politica. Generalizzare di  “fratelli migranti” è osceno quanto il “negri di merda”; a meno che non si voglia credere alla panzana della grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”.

La crisi economica, sociale (culturale) e politica colpisce in egual modo lavoratori italiani e stranieri, i disoccupati e i pensionati senza confini di provenienza o di religione. Visto che il problema parte tutto da economia e lavoro, basterebbe questo spaccato orgogliosamente “di classe”  per prendere insieme la rincorsa da sinistra,  ribaltare tutta la retorica che alimenta una lurida guerra tra poveri e colpire finalmente speculatori, banchieri, padroni e politicanti che sfruttano e rubano il futuro a questo paese.

È tardi, lo so,
ma non è mai troppo tardi.

Recensione di “Austerità” di Spartiti

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Il rigore giustamente severo di Collini e Reverberi

Dopo la dolorosa chiusura dell’esperienza degli Offlaga Disco Pax, Max Collini ripartì dalle “letture emiliane” in coppia con Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò. Due anni in tour con un progetto musicale intenso e intimista che finalmente viene fissato su disco. Nelle nove tracce i due artisti reggiani condensano il proprio universo musicale e politico: Collini richiama l’austerità berlingueriana in storie cariche di amarezza e sarcasmo che guardano con gli occhi lucidi alla (fu) Emilia Rossa, oggi terribilmente sbiadita; Reverberi costruisce le architetture musicali e atmosfere rarefatte tra chitarre post-rock e dosi massicce di elettronica. Il beat pulsa nella title-track mentre il ricordo dell’acquisto di un piccolo giocattolo in tempi difficili si trasforma in un incubo negli echi intrecciati che ripetono “scegli quello che vuoi, puoi prendere che vuoi”. Il testo affranto di “Babbo Natale” declina magistralmente in chiave marxista la delusione del bambino che scopre i sacrifici dei genitori lavoratori. Il noise e i feedback di “Sendero Luminoso”, insieme al riff di chitarra, caratterizzano uno dei pezzi migliori del disco con Collini intento a declamare quello che fu uno scherzo nato ad un raduno della noiosa Fgci di fine anni Ottanta. “Vera” è  il ritratto di un approccio adolescenziale di Collini al tempo del movimento studentesco del 1985 “il movimento più depoliticizzato del sistema solare”, con l’inquieta base di Reverberi a reggere la narrazione. Chiude l’album la soffice e intensa “Ti Aspetto”.

( “Sendero Luminoso” – estratto dall’album “Austerità” https://www.youtube.com/watch?v=YQ4VxAQwYnU )

 

Il Festival di Max (intervista a Max Collini)

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JukkaReverberi_MaxColliniQuesta sera Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax, sarà protagonista a Festivaletteratura con l’evento “Spartiti”, insieme a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò. In attesa di vederlo live, abbiamo fatto qualche domanda all’artista reggiano per conoscerlo meglio e sapere di più sui suoi diversi progetti musicali.
(Pubbliato su Alta Fedeltà dell’11.09.15)

1)    Quella di quest’anno è la tua prima volta al Festivaletteratura in qualità di autore ospite: avevi già partecipato al grande evento, che idea te ne sei fatto? 

Conosco molto bene l’evento e la sua importanza, anche se non l’ho mai frequentato assiduamente. Questo genere di manifestazioni testimoniano che si può fare cultura in modo non elitario e che la cultura è un volano economico fondamentale e non un costo. Ci sono amministrazioni pubbliche che pensano di risparmiare chiudendo i teatri e altre che invece si ritrovano un indotto molto importante e magari ulteriormente arricchito dalle visite di chi nella sua città non trova più alcuna proposta interessante e va a spendere risorse altrove. La solita lungimiranza italiana insomma.

 

2)    Il pubblico mantovano si ricorda del progetto “Droni e Letture (quasi tutte) Emiliane”, forse un progenitore di “Spartiti”: quest’ultimo invece come nasce e come si concretizza nello spettacolo che sarà proposto domani sera? 

 Io e Jukka Reverberi abbiamo iniziato a collaborare proprio partendo da quella esperienza, che inizialmente avevamo realizzato dando ampio spazio all’improvvisazione. Curioso che poi si sia sviluppata compiutamente in “Spartiti” che invece è una proposta abbastanza strutturata e definita. Pur partendo da ruoli parecchio diversi (ognuno di noi due ha compiti abbastanza precisi e tende a rispettare e a fidarsi molto delle intuizioni dell’altro) abbiamo raggiunto una intesa umana e artistica efficace, in cui c’è una forte dose di identificazione con quello che facciamo assieme, che ritengo possa rappresentarci in modo autentico. L’essenziale è che il materiale che scegliamo di affrontare, sia musicale che letterario, venga da entrambi sentito come nostro. Per quanto riguarda i miei ambiti narrativi, per esempio, ho scelto i testi degli autori che propongo (circa la metà dei brani dello spettacolo hanno un testo originale mio e l’altra metà di altri) partendo da un sentimento non proprio nobile: l’invidia. Ho scelto infatti alcune delle cose che, leggendole la prima volta, ho immediatamente pensato che avrei voluto scriverle io da tanto che mi ci riconoscevo emotivamente. Credo che questo il pubblico lo percepisca e credo sia fondamentale per creare una partecipazione anche emozionale, appunto, in chi ci ascolta.

3)      3 – Nel settantesimo della Liberazione dal Nazifascismo è stato presentato “Settant’anni, qualche mese, alcuni giorni”, uno spettacolo dove collabori non solo con Jukka Reverberi, bensì con tutti i Giardini di Mirò. Raccontaci di quest’esperienza , del dovere della memoria e di come farla “vivere” a tanti anni di distanza.

Abbiamo fatto tre spettacoli da aprile ad oggi tutti insieme e dedicati ai settant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. L’idea era quella di affrontare un argomento che molto si presta alla retorica e alle liturgie istituzionali con linguaggi diversi da quelli tradizionali. Non so se si possa ancora raccontare quella storia senza scadere nel già suonato e sentito, ma ci abbiamo provato. Se non si cercano nuovi linguaggi le nuove generazioni finiranno per vivere quella storia con lo stesso trasporto con cui io da ragazzo studiavo il Risorgimento. Credo che almeno in parte ci siamo riusciti e sono molto fiero dell’opportunità che i Giardini di Mirò mi hanno dato, è stata una esperienza umana e artistica molto importante per me, spero che ci saranno in futuro altre possibilità per continuare questo percorso umano e artistico.

4)   Andando (molto) più indietro: quando hai iniziato a scrivere testi letterari e quando ti sei ritrovato davanti al microfono?

Ho scritto il mio primo racconto nel 1999 (si intitolava “Superchiome”), a trentadue anni. Ci presi gusto e nel giro di qualche mese accumulai parecchio materiale, venuto fuori senza molta ambizione e certamente per puro divertimento personale. La svolta è arrivata grazie a una intuizione di Enrico Fontanelli, che all’inizio del 2003 mi propose di utilizzare quelle storie un po’ bislacche in altro modo. Nacquero nel giro di pochi giorni gli Offlaga Disco Pax e mi ritrovai con un microfono davanti. Avevo quasi trentasei anni a quel punto, sono stato un esordiente decisamente tardivo.

5)    Nei tuoi testi e nelle tue apparizioni pubbliche (come ad esempio nel documentario “Finché l’Emilia va”) racconti del vuoto di riferimenti dopo gli sconvolgimenti dell’Ottantanove: quanto pesa secondo te l’assenza di un grande sogno collettivo? 

 Alla fine io resto un uomo parecchio pragmatico, il grande sogno collettivo è roba da rivoluzionari esoterici, io mi iscrissi al PCI a diciotto anni, scegliendo una cosa un po’ più concreta di gruppetti quali Lotta Comunista o Falce e Martello (per dire). Il problema è che una volta sciolto il più grande Partito Comunista occidentale nessuno ne ha raccolto compiutamente l’eredità, lasciando spazi a sinistra che molti descrivono come praterie, ma che nessuno pare essere in grado di cavalcare. La sinistra italiana avrebbe bisogno, secondo me, di liberarsi di una vecchia classe dirigente che in trent’anni ha generato sconfitte non solo elettorali ma, soprattutto, culturali di dimensione apocalittica. Qui non si tratta più di costruire l’ “uomo nuovo”, ma almeno di fare comprendere qualche articolo della Costituzione Italiana a intere masse di nuovi analfabeti funzionali, sperando che una volta compreso il testo non insorgano nello scoprire che molte delle loro convinzioni in quel documento non trovano alcuna cittadinanza, né attiva né passiva.

6)   A questo proposito, negli ex territori dell’Est e più di recente nei Balcani si sono affermate forme marcate di nostalgia per le repubbliche popolari e per i sistemi “socialisti”. Nonostante l’enorme e talvolta ingombrante lascito della sinistra italiana, nel nostro Paese l’unica forma di “ostalgia ragionata” è stata quella rappresentata da alcuni brani degli Offlaga Disco Pax; come mai secondo te? 

 Sembra che la sconfitta economica, culturale e politica dei regimi del Patto di Varsavia per forza di cose debba portare con sé anche l’eredità del PCI. Io non sono d’accordo, è un modo di leggere la storia semplicistico e arrogante. Ha vinto l’ideologia dominante e nemmeno ce ne rendiamo conto, perché ne siamo drammaticamente pervasi. Eppure fino a solo pochi anni fa c’era in una visione molto meno ottusa, anche negli altri campi e non solo a sinistra. Ascoltare oggi un intervento di un qualunque esponente del PSDI (ho detto il PSDI, non il PCUS) a una tribuna politica degli anni settanta è una esperienza surreale: con i canoni attuali sembrerà di sentire il discorso di un pericoloso sovversivo, mentre all’epoca il PSDI era considerato, probabilmente non a torto, un orrendo prodotto dell’opportunismo e del sottobosco partitocratico italiano. Lo spostamento a destra di questo paese nel giro di trent’anni è talmente grottesco che fa, davvero, molta paura per il futuro.

7)   Chi anagraficamente non ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta, ha imparato solo dopo e tramite libri e citazioni i nomi di uomini e donne divenuti leggendari: in “Robespierre” ad esempio citi Alberto Juantorena l’atleta cubano che domani sarà ospite a Festivaletteratura. Andrai a incontrarlo con spirito internazionalista?

Non sapevo fino a quando non ho letto la domanda che “El Caballo” sarà a Mantova, se ne avrò modo andrò a farmi firmare un autografo e fare una foto con lui. La sua storia è davvero straordinaria, come molte delle storie che riguardano lo sport di Cuba. Al netto della retorica, Cuba è una piccola nazione che ha fatto vedere al mondo per decine di anni quanto conta l’anima di un popolo e non solo in ambito sportivo. Avevo nove anni quando nel 1976 vidi le sue imprese alle olimpiadi di Montreal nel televisore a colori di Ivan (noi eravamo ancora rimasti al bianco e nero, la tv a colori a casa mia arrivò solo negli anni ottanta), un ragazzo che viveva nella scala di fianco alla mia. Furono giorni indimenticabili. L’Italia a quei giochi vinse solo due medaglie d’oro: quella di Klaus Dibiasi nei tuffi e quella di Dal Zotto nella scherma. Ricordi indelebili.

Intervista a Luciana Castellina

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imageL’Onorevole Luciana Castellina è tornata a Berlino per una serie di appuntamenti: presso la libreria Mondolibro ha presentato il suo ultimo libro “Guardati dalla mia fame”, incentrato sulle lotte bracciantili in Puglia nell’immediato dopoguerra. Presso l’Istituto di Cultura Italiana ha invece partecipato alla tavola rotonda di presentazione dell’edizione tedesca di “Il sarto di Ulm- una storia possibile del PCI” – “Der Schneider von Ulm – eine mögliche Geschichte der KPI” di Lucio Magri. La giornalista e scrittrice ha concesso una intervista in cui parlando di storia, di cultura e di politica, sono state delineate le contraddizioni di un passato rimosso e di un futuro ancora da inventare.

(pubblicata su IlNuovoBerlinese.com)

Il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale  e gli inizi del cosiddetto “miracolo economico” è sparito dalla storiografia ufficiale e soprattutto dalle riflessioni del mondo politico-culturale di sinistra: come spiega questa forma di amnesìa?

Non credo si tratti di una amnesìa, ma di una precisa operazione politica, ovvero far dimenticare e  cancellare quel periodo e più in generale il ventesimo secolo che è stato dipinto come un secolo di orrori e di errori. Certamente ci sono stati ma il novecento è stato anche il secolo di grandi avanzamenti e di grandi lotte sociali. Il movimento operaio dalle condizioni di fine ottocento ha via via conquistato il welfare state, l’istruzione di massa, i diritti delle donne; e poi ancora tutti i movimenti di liberazione del terzo mondo. È stata compiuta una operazione di risposta a tutto questo processo per bloccarlo e presentarlo ai più giovani come un secolo di disastri: cancellare il passato è il modo migliore per cancellare l’avvenire; se non si ha la cognizione di come le cose sono cambiate, non può capire che potranno cambiare ancora e si rimane bloccati in questo presente. La leadership del Partito Comunista Italiano e quella del Partito Socialista Italiano, e più in generale tutta la socialdemocrazia europea, hanno contribuito a questa cancellazione perché era il modo migliore di poter dire che “questo è il migliore dei mondi possibili”; per il Pci questa è stata una vera rottura, una decostruzione della storia e dell’identità che è servita a rifarsi una verginità.

La storia politica di fine anni Quaranta ci racconta di una intensità a tratti incredibile: una classe intera in lotta per la propria dignità, partiti politici interni al proprio popolo di riferimento ed un insieme di congegni di solidarietà e resistenza sindacale che davano energia alle lotte sociali. Oggi, con un sindacato indebolito, partiti ridotti al lumicino, leader distanti dal popolo che vorrebbero rappresentare ed una diffusa cultura individualista, quanto è importante recuperare il patrimonio ideale e conflittuale del dopoguerra?

Io credo che la costruzione della democrazia in Italia sia stata caratterizzata da una specificità partecipativa molto intensa nel dopoguerra. La sensazione che la democrazia fosse partecipazione attiva alla politica e alla deliberazione delle decisioni: la democrazia è questo, non solo i diritti che ne riducono il significato. Quel livello di partecipazione, il protagonismo delle masse, ha posto le condizioni per un cambiamento profondo della società: lo stesso Pci, diversamente da alcuni suoi partiti fratelli, non era un partito di èlite o di avanguardia, bensì un partito di massa che aveva la capacità di imporre una spinta dal basso pur stando all’opposizione.
Tutti citano l’articolo 3 per la parte sulla “rimozione degli ostacoli che limitano il diritto alla libertà e all’uguaglianza”, ma quell’articolo dice soprattutto che il principale dei diritti dei cittadini è quello di contribuire alla deliberazione e alle decisioni della vita politica. Questo impoverimento della democrazia è il tratto più caratteristico di quello che è accaduto e in parte viene espresso dall’astensionismo e dalla perdita dell’idea di una collettività responsabile. Quando nel 1973 venne fondata la Trilateral, l’organismo transnazionale di Rockfeller, Kissinger e diversi poteri forti occidentali, si iniziò a parlare di “troppa democrazia”  e del fatto che “la complessità dell’economia non può essere gestita dai parlamenti”. Dagli anni Ottanta in poi è esattamente quello che si è verificato: le decisioni fondamentali oggi non sono più prese dai parlamenti, ma dettate dal mercato e questo spiega anche la mancanza di fiducia nella politica; i partiti, inoltre, sono diventati così simili gli uni agli altri nello stesso orizzonte economico.

Nel suo libro si parla apertamente di violenza popolare: la fame e l’autodifesa dalla repressione scelbiana sono state l’innesco, ma secondo lei quanto contava l’idea, ancora diffusa tra le masse popolari,  di essere prossimi alla “rivoluzione” e alla resa dei conti?

Rivoluzione è una parola grossa, pensavano semplicemente che finalmente era arrivato il momento della giustizia che non è una rivoluzione ma una conseguenza della libertà. C’era la volontà di rimuovere il potere che fin lì aveva governato: la rivoluzione è un atto illegittimo di insubordinazione, mentre lì c’era la legittima aspettativa  -una attesa messianica- di una nuova stagione di cambiamento. Certo, i braccianti manifestavano con cartelli con scritto sopra “Viva l’Unione Sovietica” perché lì era stata data la terra ai contadini, ma in un certo senso, caduto il fascismo, la rivoluzione c’era già stata.

Lei ha raccontato dei suoi viaggi nella Germania Est negli anni Cinquanta, avvenuti in modo “illegale” dato che lo Stato Italiano non permetteva ai comunisti di espatriare nei paesi estranei alla Nato: in quel clima e in quell’epoca che idea si era diffusa riguardo la neonata Repubblica Democratica Tedesca?

È difficile da dirsi, perché all’epoca se l’Unione Sovietica era popolare, la Germania dell’Est non lo era –soprattutto perché non erano popolari i tedeschi-. Io mi ricordo che passai più volte di qui per andare “dall’altra parte”. Una volta feci un viaggio intero nella DDR, quando una delegazione della FGCI venne invitata dalla FDJ (l’organizzazione giovanile della Germania Est ndr) e mi ricordo delle campagne in cui la riforma agraria aveva modificato l’assetto economico-produttivo, mentre a Occidente permanevano esempi di grande latifondo degli junker. Le zone agricole della DDR erano come il nostro meridione e quindi considerate “arretrate”, ma proprio lì erano state organizzate scuole e servizi capillari che mi colpirono molto. Ho anche un particolare ricordo di quando andavamo a sentire Brecht al Berliner Ensemble . Credo ci sia poi stata una lenta degenerazione, la cui fase più grave durante il breznevismo che ha avuto riflessi significativi anche nella Germania Est.

Nell’anniversario della caduta del Muro lei ha ricordato alcune criticità rispetto alla cosiddetta “rivoluzione pacifica” del 1989, tra cui il fatto che le promesse di libertà e ricchezza fatte dall’occidente non sono state mantenute. Venticinque anni dopo è possibile tornare a parlare di socialismo?

Intanto bisogna avere ben chiaro il concetto di socialismo: per me è la possibilità di coniugare finalmente libertà e uguaglianza e rimane un traguardo a cui arrivare. Per ora non ci è riuscito nessuno come ad esempio non c’è riuscita la rivoluzione francese che ha introdotto maggiori libertà ma non l’uguaglianza, né la rivoluzione sovietica che per raggiungere l’uguaglianza ha abolito la libertà. Non voglio però rinunciare all’idea di un socialismo che è la ricerca di una società che riesca a garantire entrambe.   Come farlo e che tipo di sistema adottare resta ancora indeterminato, ma questo sistema irrazionale in cui viviamo oggi può suggerirci molto.

In Italia oggi la figura di Matteo Renzi ed il suo approccio politico sembrano egemoni: lei come spiegherebbe il fenomeno del “renzismo”?

Il renzismo è l’ultimo risultato di un processo iniziato molto tempo prima, ovvero quello della deliberata distruzione dell’identità, della memoria e di tutto ciò che era la forza della sinistra italiana. Già negli anni Ottanta si evidenziava la crisi della politica e dei partiti: si potrebbe dire che il Pci si era sciolto dieci anni prima del 1991, essendo già cambiato molto; la politica era ormai tutta concentrata nelle sedi del potere, nelle istituzioni locali e non più come moto partecipativo del popolo. Più in generale la politica lentamente è tornata ad essere affare per “lor signori”, i quartieri popolari delle grandi città che erano pieni di vita sono stati desertificati culturalmente. Tutto questo, all’interno di un processo storico, ha portato all’idea che “democrazia” fosse sinonimo di “decisionismo”: il trapasso dagli anni Ottanta agli anni Novanta è stato drammatico, così come l’epoca di Tangentopoli dove si è sentita forte la crisi dello Stato. La politica è diventata mera gestione del potere e ha allontanato i cittadini dalla partecipazione. Solo in coda è arrivato uno un po’ bulletto che ha iniziato a dire “decido tutto io” e “non perdiamo tempo in chiacchiere”. E non gli è nemmeno così facile perché la società italiana è molto più viva di quanto non si pensi, basta vedere le mobilitazioni dei lavoratori della scuola e degli studenti, così come tutte le opposizioni sociali che trova in giro per il Paese; una certa tradizione della “politicità”, anche se frantumata e caotica, è rimasta e non si riconosce nei partiti.