È qui la festa?

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unità2014All’epoca della fine del Pci e della conseguente nascita del Pds e di Rifondazione Comunista, il disprezzo dell’apparato burocratico verso i “rifondatori” si esplicitava nelle parole di D’Alema che li definiva “il popolo dei friggitori di salsicce delle feste dell’Unità”. Nonostante l’evidente disagio nel vedere questi proletari sporchi nelle cucine e ancora legati ad una idea forte e ruvida di cambiamento, D’Alema e gli imbroglioni come lui hanno sempre potuto fare affidamento su questo esercito di volontari: donne e uomini che per giorni e/o settimane davano tutta la loro passione e la loro energia per la riuscita delle feste del partito; molto probabilmente erano gli stessi che davano la spinta anche nei periodi elettorali o del tesseramento.
Non stupisce dunque che le feste dell’Unità siano state lentamente ridimensionate nel periodo 1991-2009, togliendo l’anima politica per accentuare quella consumistica, arrivando anche a eliminare la denominazione in uso dal 1945 trasformandola in una innocua “festa democratica”.

Perché dunque Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, presidente del consiglio e Sith democristiano ha affermato la necessità di tornare a chiamare feste dell’Unità gli appuntamenti del partito? . In questa sua presa di posizione c’è condensata tutta la furbizia del guitto fiorentino.
L’esercito pacifico del Partito negli anni è stato sottoposto ad ogni sorta di nefandezza politica: leggi contro i lavoratori, guerre “umanitarie”, governi con ogni tipo di avversario politico e pure la malcelata riabilitazione dei “fasisti”. Qualsiasi atto politico in netta contraddizione con un ideale progressista, anche vago, è stato messo in pratica dai dirigenti del Pds/Ds/Pd.
In diverse zone dell’Emilia (rossa) e nelle sezioni di provincia l’identità del partito si misura con la tenuta della festa: se nessuno protestò per il pacchetto Treu e pochi borbottarono per l’intervento armato in Kosovo, il cambio di nome e di identità della vecchia festa ha invece creato una prima frattura sotterranea (sic) che è andata peggiorando quando, dopo vent’anni di antiberlusconismo, il Partito Democratico si è ritrovato al governo proprio con Berlusconi e i suoi tramite le “larghe intese”.

Gli strateghi della comunicazione del mostro di Firenze queste cose le hanno capite sicuramente meglio di come le descriveva D’Alema vent’anni fa; hanno trovato l’operazione di marketing perfetta per ricomporre la frattura con la propria base. Nonostante la crisi verticale del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, la “Festa dell’Unità” è stata valutata come un brand storico ancora efficace da rilanciare sul mercato. Un trucco commerciale giocato sul pattern delle emozioni e di una forma di tradizione che si rinnova e che lega il consumatore al prodotto-festa.
Magistrale.
Non ci saranno dibattiti internazionalisti o sui diritti dei lavoratori, non ci saranno (mai) più bandiere rosse ma tricolori, verrà tollerata la presenza di stand equo solidali, ma sarà incoraggiata quella di concessionarie di auto di lusso che portano più soldi nelle casse dell’organizzazione.
E alle migliaia di militanti, cuochi, camerieri e avventori tutto questo va bene: c’è la Festa dell’Unità, siamo ancora il Partito. Il resto non conta.

Il resto, appunto. Quel popolo di sinistra che ha mandato giù di tutto deve essere nuovamente fidelizzato per evitare una probabile emorragia. La cura renziana nei fatti sta spostando ancora più a destra l’asse del partito e, per fare una operazione chirurgica così drammatica, serve anestetizzare per bene il corpo del paziente.

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Bioscop – dieci tracce affilatissime

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bioscop[Recensione pubblicata su Alta Fedeltà del 23 aprile 2014]

La sezione musicale del collettivo Wu Ming esordisce con Bioscop: dieci tracce affilate come le lame di una ghigliottina. Wu Ming 2 e 5, insieme a Cesare Ferioli e Yu Guerra creano il loro personale bioscopio (una macchina di animazione degli albori del cinema) per dare vita alle storie di dieci figure straordinarie e, a partire da queste, raccontare tutto un mondo in cui è sempre più urgente una rivoluzione. La voce di Wu Ming 2 sperimenta “canzoni declamate”: intorno alle sue narrazioni appassionate la band costruisce un muro di suono efficace, diretto ed accattivante in cui convivono le passioni musicali dei componenti del contingente. Le coordinate dell’album viaggiano tra il (post)punk e la no wave: “Soldato Manning” apre l’album con questo spirito raccontando la storia di Bradley Manning, il soldato imprigionato per avere rivelato segreti militari. Il punk-funk di “Italia Mistero Kosmiko” richiama lo stile eversivo applicato al dancefloor di gruppi come i Gang of Four mentre racconta la vita di Peter Kolosimo, giornalista, scrittore e archeologo spaziale. “La rivoluzione non sarà trasmessa su youtube” è una libera rivisitazione del celebre brano di Gil Scott-Heron “Revolution will not be televised” dove il sax di Guglielmo Pagnozzi impreziosisce una delle tracce più coinvolgenti di Bioscop. Le parole, dure come pietre, piovono sui media che deformano la realtà e sulla politica da show in prima serata.
Il terrore giacobino, già protagonista dell’ultimo libro di Wu Ming, viene evocato in “Cura Robespierre” come cura radicale per il male di un’epoca moderata, edulcorata e smemorata tra lo sferragliare delle chitarre e i colpi precisi della batteria. “Uno spettro” si avventura in territori alternative rock raccontando la vita (o meglio le vite) del leggendario rivoluzionario Hồ Chí Minh. Il calcio come strumento di emancipazione e liberazione dalla dittatura: la biografia di Sòcrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveir viene narrata sulle note di una chitarra urgente nel brano omonimo; dalla rivoluzione democratica in Brasile all’Italia “socialista” della Milano da bere. Chiude il disco “Stay Human”, una spoken word sofferente in cui le relazioni tra nord e sud del mondo, tra ricchezza e povertà, tra oppressori e oppressi vengono riassunti nelle figure e negli slogan apparentemente simili dell’attivista Vittorio Arrigoni e di Steve Jobs. Da non accomunare e da non confondere, mai.

Il teorema di Gabicce Mare

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vendolafavamiglioreMi ero ripromesso di non scrivere a proposito di Sinistra Ecologia e Libertà, il partito di Vendola, poiché troppe erano le contraddizioni e troppo facile sarebbe stato criticarne la linea politica ondivaga. Dopo le elezioni che hanno visto affermarsi il mostro renziano alle europee e che hanno cannibalizzato la sinistra vendoliana nelle amministrative, si è aperto uno scenario nuovo: un pezzo di partito è stato attratto pericolosamente dal Pd provocando una profonda lacerazione nella dirigenza e, seppur meno sensibile, nella base.
Per questo è il caso di rispolverare il “Teorema di Gabicce Mare”.
Etimologicamente parlando, la dèpandance è l’edificio minore che serve di complemento a quello principale, soprattutto con riferimento ad alberghi: una definizione esatta, ma che non riesce a completarne il senso. Specialmente per chi è cresciuto negli anni ottanta, l’epoca d’oro in cui gli operai potevano permettersi di portare la famiglia al mare per lunghi periodi, la dèpandance incorpora anche un altro significato. È lo spazio creato dall’hotel centrale per le famiglie numerose o poco abbienti per stiparle in strutture architettonicamente diverse e leggermente lontane dalla struttura centrale. Gente figlia di braccianti e mondine portava la prole per la prima volta all’Hotel a 3-4 stelle, ma la mettevano in dèpandance: era un momento in cui la troppa “uguaglianza” data dagli anni settanta non era ancora stata bene assorbita dalla bourgeoisie più stracciona d’Europa.

Cosa c’entra con la politica nostrana tutto ciò? Tanto, forse troppo.
Allo stesso modo i Democratici di Sinistra, un signorile hotel a quattro stelle, nell’atto di diventare PD e assurgere “categoria superiore” non potevano perdere (tutta) la vecchia clientela; per questo è stata creata una dèpandance. Forzando la mano nel camping di Rifondazione Comunista, si è potuto trovare il personale per gestire la struttura di Sinistra, Ecologia e Libertà: questa ha cercato di mantenere la clientela più popolare del grand hotel e di attirare (con pochi risultati) turisti interessati al benessere a basso costo.
E mentre l’Hotel principale diventava sempre più alto e prestigioso, la piccola dèpandance era incapace di crescere; troppo forte il legame con la sede centrale e impossibilitata persino di vedere un orizzonte alternativo. SeL è rimasta intrappolata nel rapporto con il Partito Democratico e non ha provato a cercare uno sviluppo diverso, dotarsi di una struttura nuova, più equa e solidale e sganciata dal gigantismo turistico del Pd. Mentre in tutta Europa sono cresciute nuove sinistre e in tutta la Romagna nuove forme di turismo sostenibile, stiamo ancora assistendo alla tragicommedia dell’hotel democratico e di chi non riesce, non vuole e non può staccarsene. La triste vicenda di Gennaro Migliore (e non solo), ovvero quella della peggiore opzione governista già ai tempi del bertinottismo di Rifondazione, è la dimostrazione di questo teorema.