Alex Zanotelli: “insieme possiamo cambiare il mondo”

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zanotelliIl missionario comboniano Alex Zanotelli torna a Mantova dopo molto tempo per lanciare il suo messaggio di sfida contro un sistema che opprime l’uomo e l’ambiente e spronare all’azione le centinaia di presenti all’evento organizzato dalla rete di associazioni Mantova per la pace.

Talmente tanti i partecipanti, che la grande Sala delle Capriate in piazza Alberti è stracolma ben prima dell’inizio ufficiale e, per questo, un rapido cambio di programma e tutti si spostano nella vicina chiesa di Sant’Andrea per affollare la navata centrale e quelle laterali. Oltre seicento persone ascoltano attentamente il coordinatore di Mantova per la pace, Claudio Morselli, mentre ne illustra il percorso e gli obiettivi fondanti, improntati a una nuova stagione di impegno civico per la pace e la giustizia sociale.

Quando Padre Alex prende la parola si sente subito la forza di una vita spesa in prima linea dalla parte dei più deboli: il religioso parte da Napoli, da “Sanità”, il quartiere difficile dove ogni giorno tocca con mano la crisi di valori della nostra società; parla di ragazzini che si sentono già grandi girando armati e rincorrendo con la criminalità organizzata i falsi miti di ricchezza e “bella vita” propugnati dalla televisione. E quello stesso “sistema” alla base della cancrena partenopea, Zanotelli lo identifica anche globalmente con la finanza speculativa e il profitto che si sono ormai mangiati l’economia e reso la politica un fantoccio dei poteri forti. Un meccanismo che vede la maggior parte della ricchezza in poche mani avide, mentre la maggioranza degli abitanti del pianeta si contende le briciole.

il comboniano parla dell’Africa come di un fattore centrale dato che lì che si è originata la vita dell’Homo Sapiens ed è proprio sul destino di quel continente che si misura il degrado di quello che lui chiama Homo Demens, l’umanità impazzita: guerre sanguinose per il controllo di metalli preziosi, fossili e risorse energetiche, e territori che sperimentano con violenza il climate change. Da quella parte di mondo scappano milioni di persone che molti si rifiutano addirittura di accogliere, alzando nuovi muri. Zanotelli non ci sta e spara a zero anche sull’economia di guerra che vede l’Italia impegnata su fronti militari ovunque sia necessario tutelarne gli “interessi” e che investe 20 miliardi di euro l’anno per le spese militari. “Si taglia il welfare, l’istruzione e la sanità, ma non toccano mai le spese militari, questo è inammissibile”, tuona il religioso.

Zanotelli non si limita a elencare i problemi, ma chiama tutte e tutti all’azione anche a partire dalle piccole cose: “votiamo ogni volta che facciamo la spesa” sono le sue parole che invitano a fare scelte etiche, privilegiando la filiera equo-solidale e l’agricoltura sostenibile e chiedendo di smetterla di costruire nuovi ipermercati. Nel suo intervento anche due passaggi legati a Mantova: chiede al pubblico se l’acqua a Mantova è dei cittadini o privata, sapendo che dopo la vittoria referendaria del 2011 solo a Napoli il sistema idrico è stato ripubblicizzato attraverso una azienda speciale e, in un passaggio legato alla giustizia ambientale, rilancia un secco “no inceneritore” stimolato dalle bandiere che ha visto esposte alle finestre della città.

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Sting: an Englishman in Mantova

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IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.

Revolution for the masses: Depeche Mode live a Bologna

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FullSizeRender(1)Nel 1986, il dj della BBC John Peel dichiarò che: “se dobbiamo avere band che riempiono gli stadi, allora che siano i Depeche Mode”, e quel pensiero è risuonato attualissimo giovedì 29 giugno allo stadio Dall’Ara di Bologna. Quarantamila persone di tutte le età hanno riempito l’arena emiliana in attesa di uno dei concerti più importanti dell’estate 2017; una delle tappe del “Global Spirit Tour” che porta in giro per il mondo un rituale laico, la chiesa del muro di suono e di luci dei Depeche Mode, arricchita dai visual curati da Anton Corbijn.
Agli Algiers il duro compito di aprire le danze: la band di Atlanta suona con forza ed entusiasmo, convincendo parte del pubblico con quarantacinque minuti di post-punk dalle influenze soul/gospel. Poi alle 21 precise scompare la techno pompata dalle casse per tutto il pomeriggio e parte “Revolution” dei Beatles, che sottolinea da quale parte stanno i Depeche Mode. Il setlist del concerto pesca dal materiale più recente della band, tralasciando gli anni Ottanta, e inizia con il singolo “Going backwards”; quando la band sale sul palco  il pubblico impazzisce, pochi secondi dopo compare la “diva” Dave Gahan  e un secondo urlo collettivo scuote il Dall’Ara. È infatti il sensuale vocalist, insieme al chitarrista Martin Gore, a reggere lo spettacolo: Alan Wilder non c’è più da anni, Andrew Fletcher sembra fare solo il “compitino” e i turnisti (con il batterista instancabile in testa) completano l’organico della band. Superati eccessi, dipendenze, punti di non ritorno e depressioni, il duo Gore-Gahan è in splendida forma e lo dimostra su ogni pezzo: “Barrel of a gun”, sinuosa e lasciva, porta il suono sull’orlo del precipizio con l’eleganza che compete ai Depeche Mode; un dark-elettronico che ammicca all’hip-hop quando Gahan chiude il pezzo citando “The Message” di Grandmaster Flash. “A pain that I’m used to” risuona in tutto lo stadio in una veste più suonata ed electro-rock dell’originale su cui il vocalist scatena le sue mosse sensuali che mandano in estasi il pubblico (non solo) femminile. La magia oscura di “In your room”, a partire dall’arpeggio dolente di Gore, avvolge le migliaia di spettatori in un abbraccio inquietante, accompagnato dal video di una coreografia di ballo chiusa in una stanza. Proprio il chitarrista (e tastierista) si prende la scena per due versioni struggenti di “Judas” e “Home”, dove l’onda dei cori del pubblico alla fine del brano non si placa per diversi minuti. La nuova “Where’s the Revolution?”, debole su disco, dal vivo esplode a piena potenza confermando la capacità dei Depeche Mode di dare vesti nuove ai propri brani. “Everything Counts” parte con un arrangiamento decisamente più aggressivo dell’originale degli Ottanta. L’inconfondibile apertura di sintetizzatori di “Enjoy the silence”, manda in delirio la folla che inizia a intonare la melodia dell’arpeggio minimalista di Gore, un attimo prima di scatenarsi sul beat disco del brano del 1990; Gahan canta solenne ed epico e la funzione laica raggiunge il suo apice. Il drumming ossessivo di “Never let me down again” avvia al concerto alla conclusione della prima parte, mentre migliaia di persone cantano e ballano sulle note di uno dei più autentici capolavori della band.
È tempo di bis e tornano sul palco Martin Gore e il tastierista Peter Gordeno, per una versione da pelle d’oca di “Strangelove”, per sole chitarra e tastiera. Lo sventolìo di una bandiera nera sfilacciata che compare sui maxi-schermi fa da cornice alla cover di “Heroes”: un tributo a David Bowie che la band porta avanti in modo (fin troppo) sobrio, elegante e non pedissequo; al termine del brano Gahan manda un bacio al cielo. Dopo una convincente “I feel you”, arriva il gran finale con “Personal Jesus”. Il riff di chitarra di Gore, come un selvaggio blues futurista, caratterizza tutto questo brano leggendario. Ancora una volta, inarrestabile, Gahan arringa la folla con la sua mimica allusiva e con l’iconico ondeggiare di braccia alzate ripreso dal pubblico. Stanchi e sorridenti, i Depeche Mode salutano e scompaiono dietro al palco; si accendono le luci e lo stato di trance si interrompe lasciando un forte senso di straniamento.

Intervista a “Frammenti di un Cuore Esploso”

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unnamedNata come etichetta indipendente e gruppo di organizzazione eventi, Frammenti di un Cuore Esploso è poi diventata associazione culturale e un anno fa ha raggiunto l’obiettivo di dotarsi di un vero e proprio quartier generale. Domani sera, infatti, si terrà il primo compleanno della realtà socio-culturale che supporta il mondo underground  punk, hardcore, grind, stoner, noise, metalcore; uno spazio, quello di via Bracci a Mantova, che funge da base logistica per le attività di servizio alle band e al mondo degli eventi. In occasione delle giornate di festa, abbiamo intervistato Francesco Artioli, presidente e anima del progetto Fce.

  1. In piena crisi economica e in una piccola città fuori dal circuito indipendente, un gruppo di coraggiosi mette in piedi una realtà come Frammenti di un Cuore Esploso. Possiamo parlare di una scommessa vinta: quali sono stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo risultato?

    Forse parlare di scommessa vinta è ancora presto per un progetto giovane come il nostro ma i segnali da un anno a questa parte (dall’apertura del nostro spazio di Via Aliano Bracci il 7 maggio 2016) sono davvero confortanti. Dopo aver organizzato eventi a ripetizione, quasi venti coproduzioni e realizzato la nostra base operativa direi che Mantova non è più fuori dal circuito indipendente e anzi siamo sommersi di richieste di artisti underground da tutta Italia e dall’estero. Tra gli ingredienti che stanno rendendo possibili buoni risultati citerei la capacità di ascoltare, sviluppare e collaborare anche in progetti altrui, il tentativo di far sentire tutti (artisti/soci) come a casa propria nel nostro centro e l’enorme passione ed impegno che proviamo a mettere in ogni dettaglio.

  2. Quali le tappe che hanno visto evolversi il progetto dal primissimo festival del 2010, fino all’apertura di una vera e propria sede?

    Siamo partiti organizzando concerti di musica indipendente in vari spazi di Mantova e Modena.Insieme a questi eventi abbiamo cercato di documentare in Italia e in Europa le scene musicali più estranee al music business attraverso foto/video/interviste grazie all’aiuto di Nereo Bumci e di Neoel Multimedia Service. Circa tre anni fa abbiamo deciso di allargare il nostro team per fornire servizi di ogni tipo ad altre associazioni, circoli, artisti, enti privati e pubblici utili a sviluppare e realizzare i loro progetti culturali. L’ultima fase è stata quella di aprire il centro di Via Aliano Bracci che dopo questo primo anno vanta già 600 soci ed ha visto nascere gruppi e dischi fra le sue mura.

  3. Un anno contrassegnato da decine e decine di concerti indipendenti, organizzati anche in altri locali in collaborazione con diversi partner musicali. Quanto è importante mantenere attiva la scena in un territorio come il nostro?
    Nel nostro territorio ci sono numerosi appassionati di cultura underground anche se sparsi per la provincia. Ora con FCE hanno un posto dove incontrarsi, creare musica, organizzare eventi ed avere consigli per registrare, stampare e distribuire i propri dischi. Siamo felicissimi del fatto che diversi nuovi gruppi sono nati nelle nostre sale prova e la scena ci sembra ora più attiva che mai. Vogliamo creare un ambiente ideale per la produzione artistica e musicale locale e promuoverle anche fuori dalla nostra città.
  4. Fce come detto è nota per le serate live a Borgochiesanuova, ma ha anche una ampia gamma di attività correlate al mondo della musica, raccontacele.

    I servizi che offriamo sono cresciuti molto negli anni ed ora riusciamo a seguire diversi aspetti di un evento come assistenza tecnica, organizzazione, comunicazione e grafica. Dall’apertura del centro ospitiamo anche corsi, workshop, mostre, sale prove, studio di registrazione, serate di giochi di ruolo oltre a set fotografici e video. Abbiamo mille altre idee da sviluppare nei prossimi mesi per garantire ai soci un offerta ludica e culturale continua.

  5. Si prevede una grande festa di compleanno: cosa bolle in pentola?

Abbiamo preparato una grande festa dalle 16 per  raccontare in breve tutto quello che è successo in questi anni, mostrare la completa ristrutturazione degli spazi e per presentare alcuni dei nuovi percorsi che saranno operativi da settembre. Ci saranno una masterclass di chitarra con Giorgio Borgatti (Three in one gentleman suit / Threelakes), un corso introduttivo al software Ableton Live e altre iniziative didattiche. Dalle 19 aperitivo di compleanno in collaborazione con Arci Fuzzy, presenteremo il corso di batteria con Alessandro Magnani e dalle 21.30 spazio alle “visioni elettriche”: concerto con musicisti provenienti dalla scuola di musica Andreoli di Finale Emilia. I workshop sono gratuiti per tutti i soci di FCE ma i posti disponibili sono limitati e consigliamo di prenotare gli ultimi posti disponibili.

  1. Per il futuro quali sono gli obiettivi e i sogni di Frammenti di un Cuore Esploso?

 

Il primo grande sogno era quello di aprire uno spazio e siamo riusciti a realizzarlo; c’è molto lavoro da fare ancora per portarlo al 100% di efficienza e tutto il 2017 sarà dedicato ad esso. Nel nostro futuro vedo progetti per rivitalizzare il quartiere di Borgochiesanuova, altri con le scuole per valorizzare i giovani artisti/musicisti locali, organizzare tour europei per band italiane e la trasformazione di Fce Records in una cooperativa di lavoro specializzata in servizi per gli eventi in una fase più avanzata del progetto.

Intervista a Silvia Pèrez-Vitoria

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Letteratura_Perez-VitoriaIntervista a Silvia Pèrez-Vitoria all’interno di “4 passi al festival”, gli incontri di avvicinamento a Festivaletteratura 2017, e in occasione di “Per Corti e Cascine”, in collaborazione con il consorzio agrituristico mantovano.

La sociologa ed economista francese concentra gran parte delle sue ricerche sui diversi aspetti del mondo contadino e sulle caratteristiche che questo assume alle diverse latitudini del pianeta coltivando l’idea di un ritorno alla terra in maniera più consapevole. In quanto scrittrice di numerosi libri tra cui “Disfare lo sviluppo per rifare il mondo” (2005), “Il ritorno dei contadini” (2007, “la risposta dei contadini” (2011), l’autrice presenta a Mantova il suo ultimo libro “Manifesto per un XXI secolo contadino“.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha radicalmente modificato l’agricoltura e l’allevamento secondo le esigenze del profitto, trasformando la natura in una immensa fabbrica e i contadini in semplici operai. Tuttavia nei suoi libri si parla di contadini sopravvissuti alla modernizzazione forzata che applicano con più convinzione saperi e pratiche evolutesi nel tempo: sono loro l’avanguardia di un cambiamento rivoluzionario?

Da una ventina di anni, gli agricoltori hanno iniziato a organizzarsi rivendicandosi come contadini, nonostante fosse stata sancita la loro scomparsa. Il movimento internazionale della “Via Campesina”, che raggruppa duecento milioni di piccoli agricoltori, contadini senza terra, popoli indigeni, donne rurali e pescatori, è il più grande movimento sociale del mondo. Queste contadine e questi contadini hanno messo in evidenza i loro saperi e le loro pratiche che attingono unitariamente dal passato e da forme di innovazione. È davvero una rivoluzione poiché tutto questo sapere, prima denigrato e sminuito, ha dato prova della sua efficacia e dell’effetto rigenerante sui danni causati dall’agricoltura industriale.

Il land grabbing di stato, la concentrazione della terra e l’interesse delle aziende multinazionali nel mercato fondiario rappresentano un forte percorso di “privatizzazione” delle risorse ambientali e genetiche: a quali rischi è esposto il pianeta?

La privatizzazione delle terre, dell’acqua, delle sementi e ora dell’insieme della natura con i servizi eco-sistemici, è a rischio l’avvenire dell’umanità perché questi interessi privati hanno provato la loro incapacità nel preservare queste risorse naturali. Il sistema agro-alimentare industriale distrugge la vita del suolo, inquinato per l’impiego massiccio di additivi chimici, impoverisce la biodiversità unica garante dell’alimentazione nel futuro. In più questo sistema non nutre perché il suo unico obiettivo è fare profitto, non di sfamare l’umanità.

I sostenitori dell’agricoltura industriale ripetono che questa, rafforzata dal progresso scientifico, sia l’unico mezzo per sfamare l’intera umanità, colpita dal cambiamento climatico. In base a quanto scrive, emerge la necessità di contrapporsi a questo modello. Per quali motivi la narrazione di questi sostenitori è mistificatoria?

Attualmente il 75% dell’alimentazione mondiale è prodotta da contadini sul 25% delle terre. Studi condotti da specialisti in agro-ecologia dimostrano che l’agricoltura contadina è addirittura più efficace dell’agricoltura industriale, preservando gli ambienti naturali e offrendo lavoro. I sostenitori più accaniti dell’agricoltura industria guardano solo ai rendimenti senza tenere conto dell’insieme del sistema agro-alimentare. Del resto anche il rendimento, in particolare per i cereali, ristagna risentendo delle pratiche colturali dell’agricoltura industriale.

Il Ttip e il Ceta (trattati di liberalizzazione commerciale tra Stati) sono l’istituzionalizzazione del dominio del mercato e dell’agricoltura industriale. È ormai chiara la necessità di un modello alternativo ad un capitalismo così feroce: quali vie si possono praticare in campo agricolo per sfuggire a questo dominio?

Dal 1996, Via Campesina ha fornito la nozione di sovranità alimentare che è “il diritto dei popoli a una alimentazione sana, nel rispetto delle colture prodotte con l’utilizzo di mezzi sostenibili, e il loro diritto a scegliersi sistemi alimentari e agricoli”. Ciò comporta una produzione e un consumo alimentare principalmente su scala locale. Al sistema del mercato internazionale dovrebbe competere ciò che il paese non può produrre o ha in eccesso; tuttavia i prezzi non dovrebbero essere fissati dalla Borsa, ma da una equità negli scambi.

I contadini del XXI secolo nelle campagne ridefiniscono l’accesso alla terra, la sua conduzione e la produzione del cibo; vengono inoltre sperimentate forme di lavoro alternative, di tipo cooperativo: in questo processo di cambiamento quanto è importante spezzare il circuito di sfruttamento legato al lavoro?

In linea di massima, l’agricoltura contadina utilizza principalmente manodopera familiare, e l’impiego di salariati è debole o occasionale. Siamo distanti dai bacini agro-industriali andalusi in Spagna, le grandi aziende agricole specializzate in Europa e negli Stati Uniti, dove si impiega e sfrutta manodopera, senza alcun rispetto dei diritti del lavoro. Inoltre in Spagna, Italia e Francia, tra le altre, si stanno sviluppando importanti forme di solidarietà mutualistica tra lavoratori stranieri stagionali e contadini autoctoni.

Tornando dalla campagna alla città, invece, i cittadini che ruolo attivo possono avere in questo movimento storico?

Mi sembra che spesso I cittadini siano interessati soprattutto alla loro salute, all’ambiente e talvolta alla gastronomia. Servirebbe una presa di coscienza forte sul fatto che dietro al nutrimento ci sono persone che lavorano e che si augurano di poter vivere del loro lavoro. Mangiare locale è già un primo passo, non considerare gli alimenti sempre “troppi cari” è un altro. Uno studio recente dimostra che per ciascun dollaro pagato per un alimento industriale, la società ne spende due per riparare i danni ambientali e sanitari. Così, mobilitarsi a fianco dei movimenti contadini che si battono per un’altra agricoltura, operare perché i contadini non scompaiano e perché i giovani si insedino in campo agricolo, mostrano una chiara visione del futuro.

Amy León live @ Cinema del Carbone

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unnamedBruciante, catartica, commovente: basterebbero queste tre parole per descrivere l’esibizione di Amy León che domenica sera ha trasformato il Cinema del Carbone nel club underground di una grande metropoli; quella della giovanissima newyorchese (classe 1992) è stata senza ombra di dubbio una delle performance più intense avvenute a Mantova negli ultimi anni. Difficile credere che Amy canti solo da tre anni e che non molto tempo fa fosse addirittura timida: la cantante, poetessa ed educatrice si mette davanti al microfono in un set minimalista di un’ora composto solo da una chitarra elettrica che tesse la tela di un intreccio sonoro da subito sovrastato dall’imponente voce; ogni singolo pezzo, ogni nota vocale raggiunge una intensità che colpisce il pubblico dell’evento sold-out nel cinema di via Oberdan. Intervallato da ampi sorrisi tra un brano e l’altro, il volto della cantante esprime continuamente il travaglio e la pesantezza del messaggio contenuto nei suoi testi: musica e poesia fuse in un particolare “protest soul” che unisce la denuncia delle diseguaglianze sociali tra bianchi e neri, la celebrazione dell’amore e le difficoltà dell’essere donna. I brani presentati al Carbone sono estratti dall’album d’esordio “Something Melancholy” che reggono egregiamente alla prova live, specie con una formazione ridotta all’osso: “Blue” apre in modo soffice il concerto. “Chasing”, la prima canzone scritta dalla cantautrice, non perde nulla della sua drammaticità sentimentale e si increspa sull’energia del suo canto. Il lato più politico e militante della giovane di Harlem deflagra in “Burning in Birmingham”: è soul, rivisitato con un occhio più “indie”, ma incandescente come la materia che tratta. Parole calde e ustionanti che prendono a prestito una famosa dichiarazione di Nina Simone, e ricordano la brutale violenza del Ku Klux Klan contro una chiesa afroamericana nel 1963. Le note melodiche di “Better” così leggere e innamorate, scaldano i cuori.

GRAMSCI: 126 ANNI RIVOLUZIONARI

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gramsciUn ricordo dell’intellettuale, politico e militante rivoluzionario Antonio Gramsci, nel 126° anniversario della sua nascita. Le sue opere sono oggetto di studio e di dibattito nell’America Latina e nelle università statunitensi, e ancora oggi sanno dare lucide chiavi di lettura del mondo. In Italia la potenza della sua storia politica e della sua elaborazione teorica vivono ancora all’ombra della celebrazione retorica costruita dal dopoguerra ad oggi che ne ha svuotato i contenuti, trasformandolo in un quadretto da appendere nelle sezioni di partito e un generatore di brevi frasi da estrapolare dal contesto e appiccicare malamente all’attualità.

Qui un testo integrale tratto da l’Ordine Nuovo del 1921, dopo la disfatta del Biennio Rosso e con il fascismo in ascesa. Ne “il popolo delle scimmie” l’intellettuale vede il pericolo di un sistema politico ed economico allo sbando, in cui emerge la parte più egoista del tessuto sociale italiano che viene solleticata dalla retorica “rivoluzionaria” delle bande armate fasciste; un movimento politico che dietro alla posa ribelle, difendeva gli interessi di agrari e industriali che ne furono i diretti finanziatori. Gramsci nota inoltre che la sinistra in Parlamento con il suo pallido riformismo ha contribuito totalmente a far perdere prestigio alla politica presso le classi popolari; intuisce la disgregazione della forma democratica dello Stato dietro a quella “eversione” irrazionale propagandata dal fascismo che fa breccia in una idea anti-sistema tutta a difesa di interessi particolari.

Nonostante il peso degli anni, il testo parla ancora straordinariamente all’Italia (e non solo) di oggi: la crisi apre ovunque alle mostruosità individualiste e alla guerra tra poveri. Il risentimento verso una politica sempre meno legata alle esigenze dei cittadini si trasforma in un sentimento di ribellione verso le regole con la voglia di “fare da sé”; in questo clima carico di tensione si inseriscono leader, bande e movimenti politici di massa che predicano improbabili rivoluzioni “scimmiottando” appunto le ribellioni e le lotte sociali; attaccano nemici esterni alla comunità, promettono cambiamenti, ma sono totalmente a guardia di quel sistema che è artefice della crisi, dell’impoverimento di massa delle persone e della perdita di sicurezza sociale di milioni di lavoratori. Gramsci non era un indovino, ma un attento osservatore della realtà: rileggerlo ci dona lenti per guardare al mondo con uno sguardo appassionato e, autenticamente, rivoluzionario.
da ‘L’Ordine Nuovo’, 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell’ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.

Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.

Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L’azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all’attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.

L’avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell’organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l’istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l’esercito, la polizia, la magistratura.

Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l’unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall’incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.

La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all’autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci