We’re in this together: Massive Attack live a Mantova

Standard

massive.jpgIl duo storico dei Massive Attack, insieme ad una live-band eccezionale, infiamma piazza Sordello con un’ora e mezza di vibrazioni electro-rock e messaggi politici radicali.

Sono ancora Robert “3D” Del Naja e Grant “Daddy G” Marshall i portabandiera della rivoluzione elettronica che da Bristol si è diffusa in tutto il mondo, con l’etichetta di trip-hop. Negli anni Novanta, decostruivano la dance britannica rallentando i ritmi, creando melodie oscure ed eliminando i ritornelli facili, e quel marchio di fabbrica ieri sera è risuonato in tutta Mantova. Nel frattempo il mondo è cambiato, in peggio, e quindi anche il messaggio politico originario della band si è fatto più forte, urgente e radicale: l’enorme muro di led alle spalle del gruppo, minimalista nello stile e feroce nell’invettiva, ha colpito duro negli occhi e negli stomaci delle migliaia di fan; alla faccia di chi vorrebbe artisti sorridenti e disimpegnati. Oggettivamente, c’è sempre il dubbio che dal vivo i Massive Attack suonino freddi, come impegnati in un “compitino”, ma avercene di “esercizi” del genere.

Ad aprire la serata il set degli Young Fathers: quarantacinque minuti di alternative rap contagioso e coinvolgente, per il gruppo di Edimburgo dalle impressionanti doti ritmiche e vocali che, dopo l’ep Ritual Spirit dei Massive Attack, è presenza fissa nei tour inglesi ed europei.
A seguire, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, il duo originario dei bristoliani sale sul  palco insieme ai fidati turnisti che li accompagnano da anni. Le recenti polemiche del Madcool festival (in cui 3D e Daddy G hanno annullato il concerto a causa dei volumi troppo alti dei Franz Ferdinand) evaporano nel caldo afoso dell’estate mantovana: parte Hymn of the big wheel da Blue Lines e la scena è tutta per il “vecchio amico” Horace Andy; la leggenda del reggae è l’asso nella manica della band e che dona ad ogni brano una patina sulfurea e profetica.
Su Risingson entra in scena Daddy G tra gli applausi del pubblico e, sull’onda di un sample dei Velvet Underground, i due vocalist si alternano in uno dei pezzi più noti e oscuri della loro produzione. Su e giù dal palco, al sintetizzatore o al microfono, Del Naja e Marshall sono in continuo movimento: quello che tolgono in continuità emotiva, lo danno nella carica di ogni pezzo. Il beat ossessivo di United Snakes è la colonna sonora ideale del visual che rappresenta per simboli partitici tutta la politica mondiale, caratterizzando una forte critica verso chi alimenta razzismo e diseguaglianze sociali. In un crescendo vorticoso, parte Girl I love you dove il suono è sempre più electro-rock e Horace Andy si prende la scena trascinando un brano dall’esecuzione mesmerizzante. Musica e immagini si fondono sempre più: il codice binario sul maxi-schermo fa da sfondo alle pulsazioni che introducono Future Proof (dal sottovalutato 100th window), tra le urla dei fan irriducibili; il brano esplode fragoroso tra suoni decisamente rock che lo allontanano dalla evidente matrice kraftwerkiana. Gli “Young Fathers” tornano sul palco per eseguire Voodoo in my blood eIMG_20180715_231805138-01.jpeg Way up here sotto lo sguardo attento di Del Naja, impegnato al sintetizzatore. Le prime note di Angel scatenano la folla ed è nuovamente Horace Andy a guidare le danze con la sua voce che si fa più sinistra e avvolgente; nell’acme sonoro la canzone esplode tra schegge rock e di elettronica tagliente, rappresentando uno degli apici dell’esibizione.
Torna Del Naja e annuncia il brano seguente come un “Requiem per l’Unione Europea”: è Inertia Creeps, massiccia e claustrofobica. Dal vivo, i Massive Attack aumentano l’impatto e le sfumature orientali di questo classico e rendono ancora di più l’idea della fine del mondo. Sullo schermo scorrono i titoli delle notizie più insulse e di gossip su vip, calciatori, veline, politici, tronisti cantanti e attori che appestano l’informazione italiana e contribuiscono a intossicare mentalmente milioni di persone.
C’è tempo per due brevi bis: nel primo, Deborah Miller prende di petto la hit Unfinished Sympathy regalando brividi al pubblico che balla in tutta la piazza. Sullo sfondo campeggia “siamo tutti in questo insieme”, discutibile traduzione dall’inglese “we’re in this together”, esortazione a unirsi per combattere le ingiustizie e dedicato all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Horace Andy e Daddy G tornano sul palco per il gran finale e parte una magnifica versione di Splitting the Atom, grande successo del periodo di rinascita artistica della band: il passato e presente dei Massive Attack si incrociano nel beat scuro, il synth incandescente e la melodia sopraffina per chiudere al meglio il live e salutare Mantova.

 

Advertisements

Essi Vivono

Standard

Versione  breve

theylive_coverUna cosa era certa: in una Italia in crisi sociale e martoriata dall’austerity, i media e i grandi partiti avrebbero martellato tutti sull’odio e la guerra tra poveri. Tuttavia, le centinaia di migliaia di voti presi da un movimento nato da tre mesi, sono una piccola speranza di cambiamento. In questa guerra di trincea, noi abbiamo opposto il coraggio alla paura e alla rassegnazione, e ci abbiamo messo la faccia, tutta la nostra passione e tutta la nostra energia. C’eravamo prima, c’eravamo in questa sfida e ci saremo anche domani. Innanzitutto,però, voglio ringraziare tutte e tutti quelli che mi/ci hanno sostenuto: sono ancora emozionato dagli abbracci dal vivo e quelli virtuali che sono stati e rimangono la marcia in più per andare avanti e fare meglio durante questa tempesta.

Versione spiegone

1) L’ITALIA, LA CRISI E LE CENERI DI GRAMSCI

Sapevamo che la direzione era quella, perché i media e la politica hanno evitato di parlare di un sistema liberista al collasso, della disoccupazione all’11%, delle diseguaglianze sociali e di uno stato sociale impoverito e al collasso. Da anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, la campagna elettorale e la macchina mediatica sono state costruite intorno all’odio, al rancore e alla guerra tra poveri. E una società incapace di dare risposte sul lavoro, sui contratti da fame e su ragazzi che espatriano per non lavorare a 4 euro l’ora, è un incubo da combattere con tutta la forza che abbiamo. Gramsci è vivo ma non lotta insieme a noi: il filosofo comunista è stato ridotto dalla sinistra a poche frasi da bacio Perugina decontestualizzate, mentre a destra hanno studiato e applicato le regole dell’egemonia culturale. L’ideologia dominante ha strutturato armi mediatiche di ogni tipo per costruire un senso comune nella testa delle persone, che Lega e 5 Stelle hanno saputo cavalcare politicamente, costruendo un consenso marmoreo.  Un senso comune tanto forte quanto falsato, in cui i problemi del Paese sono esclusivamente negri, sindacati, “comunisti”, lavoratori statali, la perfida Unione Europea (che simpatica non è di sicuro) e i gay pedofili del Gender; tutto questo è stato shakerato per bene con le tette in homepa1_18-They-Livege su Repubblica.it  e la bile del Debbio e i suoi epigoni nelle tv locali. Un cocktail micidiale.

I 5 stelle hanno urlato una indignazione ambigua e pigliatutto, la Lega ha organizzato elettoralmente le paure delle masse e il Partito Democratico li ha rincorsi malamente, annullando gli ultimi residui di sinistra della propria storia; perché tra l’originale e la copia, tutti preferiscono l’originale. I cittadini, gonfiati da questo discorso pubblico e desiderosi di salvare la poca ricchezza rimasta, hanno fatto la loro scelta. Ne esce una politica (rissa per il primato)  senza più Politica (idee per il bene comune): per chi vive nel mondo reale, il disastro non è arrivato come un fulmine a ciel sereno.

2) IL REGNO DEI FOLLI

La corrente di melma rancorosa e individualista che domina il dibattito pubblico, ha ormai lambito ogni ambito della società; anche per questo con Potere al Popolo abbiamo scelto una direzione ostinata e contraria. La follia di unire realtà di base, quelli che si danno da fare nel sociale sui territori, e portare quelle istanze ad un livello politico elettorale è stata una sfida eccezionale e, sicuramente vinta in tre mesi: le centinaia di assemblee in tutta Italia, la raccolta firme e la passione percepita durante la campagna elettorale rappresentano una nuova speranza di cambiamento. Al netto della difficoltà di tradurre in fretta il lavoro quotidiano dal basso in una opzione politico-elettorale.

Come detto, ci abbiamo messo la faccia e il coraggio per riaprire uno spazio politico progressista che, altrimenti, sarebbe stato sigillato per sempre dal coma irreversibile del Partito Democratico e dal crollo del cartello “Liberi e Uguali”; in quest’ottica, fa sorridere sapere che D’Alema andrà in pensione, e che Civati finalmente scoprirà come noi cosa voglia dire andare al Centro per l’Impiego a testa bassa.
Provare a rimettere in campo vere idee e proposte autenticamente politiche in un organismo avvelenato come quello del dibattito italiano, è stata una scelta giusta e necessaria. La democrazia svilita per anni, dal mancato rispetto dei referendum fino ai governi tecnici non va annullata nell’invettiva sguaiata, va salvata e rilanciata: non per adorarne le ceneri, ma per conservarne il fuoco. Ci sentiamo in una trincea inquietante in cui parlare di “lavoro sicuro”, “sanità pubblica” e “tassare i ricchi e tutelare i poveri” è stato importante, ma destinato a schiantarsi contro un muro ideologico dalle sfumature diverse, ma obbediente a un’idea liberista della società.
E non fasciamoci la testa: il glorioso partito socialista, quando si presentò la prima volta nel 1895 prese solo 82.000 voti (sì, non c’era il suffragio universale) e il Partito Comunista d’Italia, con il fascismo già in casa, strappò 300.000 voti nel 1921; la storia non serve a consolarci, ma ci aiuta anche a capire che nulla è già scritto ed è la partecipazione delle persone a dare la forza per rovesciare il tavolo.

L’ONDA NERA ?

Lo sforzo dei partiti di centrosinistra e del loro apparato mediatico di dipingere a tinte forti l’arrivo di una “onda nera” neofascista ha trovato sponda in chi, nelle fila più radicali dell’antifascismo, ha creduto di essere nel 1922. Lo 0,9% nazionale di Casapound dimostra una cosa: i neofascisti sono solo quattro provoloni che, come i primi squadristi, fanno da manovalanza di strada e mediatica per fomentare la guerra tra poveri. Perché il fascismo non è solo “razzismo e violenza liberticida”, come crede una vulgata liberale e buona per tutte le stagioni: dal carcere di Turi, Gramsci scriveva che il fascismo è stato e sarà sempre il braccio armato di un sistema in crisi per colpire e opprimere le fasce deboli della popolazione; senza una lettura di classe, il fascismo sembra solo un incidente cattivone della storia.
L’ho detto e lo ripeto: in questa fase i neofascisti, che esistono e si organizzano, sono serviti a coprire per mesi il vuoto politico di proposte sociali del centrosinistra, per provare a recuperare voti su un antifascismo svilito per anni. Nel frattempo, un pagliaccio come Salvini è stato liberissimo di parlare in modo sottilmente “fascista” di lavoro e stato sociale per italiani, andandosi a prendere milioni di voti.

DOMANI

L’eredità politica della grande sinistra del PCI è finita, e forse era anche ora. Qualcuno l’ha imbalsamata per appenderla nel proprio loft, e il prezzo per venderla all’asta è stato poi stabilito dagli avversari. Non sarò io a “piangere sul comunismo versato”. Quella sinistra italiana che fino agli anni Ottanta significava lavoro e solidarietà e una attenzione per chi sta peggio, oggi è diventata sinonimo di ricchgramhi snob, amici di banchieri e industriali. Dopotutto le biografie di Renzi, Boschi, D’Alema, Bersani, Poletti, Franceschini e Vendola confermano tutti i peggiori stereotipi sul tema. Mentre in Francia e Gran Bretagna la sinistra si riorganizza e rafforza fiera delle sue idee storiche, in Italia si continua a inseguire un “nuovismo” che puzza di destra e porta dritto alla disfatta; dopotutto, solo in Italia, anche una moderna destra liberista come quella di Emma Bonino viene considerata vagamente di “sinistra”.
Sia chiaro: non sarà Di Maio a salvare l’ambiente e non sarà Salvini  a risolvere i problemi dei lavoratori, per questo c’è ancora bisogno di dare gambe e braccia a un’idea diversa del mondo. Non credo ad appelli generici “all’unità della sinistra”, perché sono convinto che vadano unite le pratiche concrete, con un senso di fratellanza solidale più vicino a quello del primo socialismo che non all’eterna conservazione di rendite e poltrone. Da questa merda (ancora Gramsci, una ossessione) ne usciamo continuando a fare con più forza quello che già facciamo: rompere gli schemi consolidati da decenni a sinistra e facendo l’esatto contrario. Costruiamo organizzazione politica strutturata e radicata sul territorio, moltiplichiamo le attività sociali già esistenti a sostegno del nostro Popolo; diffondiamo idee politiche di libertà e uguaglianza, per ricostruire un pensiero forte e culturalmente egemone. Per fare tutto questo non servono degli X-Men speciali e tanti spettatori, ma il contributo di tutti: io e quelli come me c’eravamo prima e domani saremo ancora ai nostri posti di combattimento. E a tutte e tutti quelli che ci hanno votato, sostenuto e supportato fino ad  oggi, dico che non è il momento della disperazione o di sognare facili soluzioni. Incontriamoci, prendiamo parte e mettiamo in pratica questo potere popolare. Il mondo che vogliamo non è una utopia, è qualcosa da costruire ogni giorno, insieme.

“Mi sono convinto che, anche quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”

Im Regen

Standard

berlin2Quando si incontrarono fuori dalla fermata di Warschauer Strasse si era già fatta sera. Una fredda pioggia lavava via quello che restava dell’autunno dagli alberi del lungo viale della città; le gocce picchiettavano con forza sulla Duroplast di plastica e cartone riciclato di una cabina del telefono.
Anneke era stretta nel suo lungo cappotto beige, i capelli neri raccolti in una coda. Quando si avvicinò a Maximilian, lui le diede un tenero bacio sulla fronte, vicino al sopracciglio destro. Lei in tutta risposta lo salutò con un bacio sulla guancia e un sorriso, di quelli che erano capaci di intenerire anche un Sassone come lui. Il giovane mise una mano nel trench grigio ed estrasse un pacchetto che diede alla giovane donna: lei lo scartò velocemente e vi trovò dentro una audiocassetta. Era “101” il primo live dei Depeche Mode, introvabile a Est. I suoi colleghi ne avevano sequestrate diverse copie ad un gruppo di giovani punk italiani che le diffondevano clandestinamente all’interno della Repubblica; quegli illusi dai capelli variopinti avevano una idea tutta annoiata della libertà che si sarebbe sgretolata poco prima dei trent’anni.
Anneke accettò il regalo come sempre: Maximilian la sapeva stupire con questi piccoli pensieri e lei si sentiva appagata da tutto questo interesse.
Ma quello era un giorno diverso.
Si schiarì la voce e si fece seria: “Max, così non può andare avanti. Tu lo sai che ho già una relazione…ed è il momento di prendere delle decisioni”. Maximilian fece finta di niente e ascoltò in silenzio. Lei continuò a parlare: “sono stati mhttps://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSih1hMYJ1NyGMyQPS7x239nuZOMO8MTcunOtw5yZ3JfRCgIiOlesi fantastici, ma ho paura di innamorarmi di te perché…non potrebbe funzionare, insieme siamo troppo…ho bisogno di…, credo che…”; andò avanti così per un paio di minuti e solo alla fine si accorse che Maximilian non reagiva. Il cuore del giovane ufficiale era andato in pezzi con un rumore impercettibile, eppure assordante.
Lei allora gli diede un altro bacio sulla guancia, lo guardò negli occhi e se ne andò. Maximilian prese un gran respiro e iniziò a camminare, incurante della pioggia. Nella sua testa aveva preso vita un vortice di pensieri impossibili da fermare. I ricordi dell’appartamento di Anneke in Grueneberger Strasse a Friedrichshain, il suo accappatoio blu, le risate di un ormai lontano pomeriggio al parco divertimenti e tanto altro ancora, nella sua mente appiccarono un incendio che avrebbe bruciato per molto tempo e che, alla fine, avrebbe lasciato cenere e puzza di bruciato.
Avrebbe voluto rincorrerla, avrebbe voluto dirle semplicemente “rimani”, ma non ci riuscì. La paura, questo sentimento primordiale, da settimane aveva avvolto il suo corpo e la sua mente rigidamente addestrata. Le avrebbe dovuto stringere la mano, dirle che tutto intorno a loro stava per crollare e che quello era il momento di mollare gli ormeggi per veleggiare verso una vita diversa, insieme, rischiando tutto; invece continuò a comportarsi come sempre, incapace di lasciarsi andare e di dirle quello che aveva in gola. Da mesi facevano l’amore, rimanevano nudi e abbracciati per ore, poi lui si rivestiva e se ne andava, intrappolato dal suo ruolo pubblico e dalla paura di amare.
Maximilian sapeva da tempo della di lei relazione con un ristoratore di Zepernick a Nord della città, ma non ne aveva mai fatto parola con Anneke; dopotutto, la giovane, era cosciente del fatto che, dato il suo lavoro, lui non ci avrebbe messo molto a recuperare informazioni, nonostante ostentasse noncuranza.
Ora era rimasto solo: per la prima volta dopo molto tempo aveva provato qualcosa di puro e intenso. Aveva a malapena il coraggio di ammetterlo a sé stesso, figurarsi all’oggetto di quel sentimento. Probabilmente lei aveva paura di non essere amata, o che lui non fosse in gradhttps://pbs.twimg.com/media/DVDF2IGW0AApYUG.jpgo di amarla fino in fondo e aveva scelto di rifugiarsi dove tutto poteva essere più semplice.
Maximilian vagava e nemmeno si accorse che aveva smesso di piovere; si fermò a fumare una sigaretta all’angolo di Revaler Strasse. I passanti, non molti per la verità, gli giravano al largo, persi nelle loro faccende. Infine salì sul primo tram rosso a disposizione, si sedette e appoggiò la guancia sul vetro freddo, quasi volesse sbollire tutto quel calore che lo consumava.
Nel sussultare della carrozza sulla ferraglia usurata, a un certo punto i muscoli della bocca si tesero quasi a mostrare un ghigno compiaciuto, nella sua testa pensava: “domani in ufficio, avrò modo di seguire questo caso con particolare dedizione”.

Era il 7 novembre 1989.

QUICKSAND LIVE AL SANTERIA SOCIAL CLUB

Standard

IMG_20171121_230101351-01Nati nel 1990, i Quicksand sono una di quelle band di culto conosciute da una nicchia ristretta di appassionati: partoriti dal turbine dell’hardcore newyorchese e alfieri di un suono contaminato, emotivo e sferragliante che, con soli due album, ha scritto alcune delle pagine più intense dell’alternative dell’epoca. Ventidue anni dopo lo scioglimento repentino, una mezza reunion nel 2012 e un album notevole uscito da poche settimane, i Quicksand arrivano a Milano per l’unica data italiana del tour di presentazione di “Interiors”.
L’esibizione di apertura delle “No Joy” non crea grande entusiasmo, vuoi per la materia musicale o per il semplice fatto che i kids degli anni Novanta arrivati da tutto il Nord Italia, stanno aspettando gli autori di “Slip” e “Manic Compression”. Poco dopo le 22.30 salgono sul palco il batterista Alan Cage, Sergio Vega al basso e l’incontenibile cantante-chitarrista Walter Schreifels. Nonostante il passare degli anni non li abbia minimamente scalfiti, Schreifels e Vega portano on stage quattro lustri di esperienza musicale: dagli infiniti progetti paralleli del veterano chitarrista della scena hardcore, alla lunga militanza nei Deftones del bassista di origine portoricana. La band apre con “Fazer”, anche se l’avvio appare incerto, probabilmente per qualche assestamento sonoro necessario per rendere l’impatto del trio. La mancanza di Tom Capone non si fa sentire: i deragliamenti di chitarra di Schreifels su brani come “Too Official” sono efficaci e cementano il muro di suono della band. Il giro di basso di “Head to wall” suonato da Sergio Vega che per tutto il concerto sorride e ammicca al pubblico, prepara l’esplosione collettiva nel ritornello. L’assalto sonoro prosegue con l’incendiaria “Unfulfilled”  dove l’energico chitarrista si lancia in un assolo noise da manuale. La calma apparente di “Freezing Process” deflagra in uno dei brani più emo della produzione dei Quicskand, in cui il pubblico del Santeria Social Club si ritrova a cantare il ritornello in un unico grande coro. La granitica “Lie and Wait” non delude dal vivo e dimostra la sua carica e intensità fino al gran finale hardcore. Fan in delirio per “Delusional”, tra le vere hit ascrivibili alla band, che sul palco viene suonata con una energia cupa che a tratti divaga nella psichedelìa. Dal nuovo album la band pesca giusto il necessario, mentre il grosso del concerto copre i due album seminali del 1993 e del 1995: da “interiors”, ad esempio, arriva il singolo preciso e affilato“Illuminate”, che vede Schreifels continuare ad agitarsi e saltare come un dannato. Il riff travolgente di “Thorn in my side” scatena il pubblico in un delirio in cui tutti cantano sopra le note di un pezzo che ha fatto la storia del post-hardcore. “Cosmonauts” dall’ultimo album, regala attimi di rara bellezza con il suo incedere sofferto e sognante che guarda direttamente al progetto di Schreifels dei Rival Schools. Gran finale emo sulle note dolceamare di “Skinny (it’s overflowing)”.

Alex Zanotelli: “insieme possiamo cambiare il mondo”

Standard

zanotelliIl missionario comboniano Alex Zanotelli torna a Mantova dopo molto tempo per lanciare il suo messaggio di sfida contro un sistema che opprime l’uomo e l’ambiente e spronare all’azione le centinaia di presenti all’evento organizzato dalla rete di associazioni Mantova per la pace.

Talmente tanti i partecipanti, che la grande Sala delle Capriate in piazza Alberti è stracolma ben prima dell’inizio ufficiale e, per questo, un rapido cambio di programma e tutti si spostano nella vicina chiesa di Sant’Andrea per affollare la navata centrale e quelle laterali. Oltre seicento persone ascoltano attentamente il coordinatore di Mantova per la pace, Claudio Morselli, mentre ne illustra il percorso e gli obiettivi fondanti, improntati a una nuova stagione di impegno civico per la pace e la giustizia sociale.

Quando Padre Alex prende la parola si sente subito la forza di una vita spesa in prima linea dalla parte dei più deboli: il religioso parte da Napoli, da “Sanità”, il quartiere difficile dove ogni giorno tocca con mano la crisi di valori della nostra società; parla di ragazzini che si sentono già grandi girando armati e rincorrendo con la criminalità organizzata i falsi miti di ricchezza e “bella vita” propugnati dalla televisione. E quello stesso “sistema” alla base della cancrena partenopea, Zanotelli lo identifica anche globalmente con la finanza speculativa e il profitto che si sono ormai mangiati l’economia e reso la politica un fantoccio dei poteri forti. Un meccanismo che vede la maggior parte della ricchezza in poche mani avide, mentre la maggioranza degli abitanti del pianeta si contende le briciole.

il comboniano parla dell’Africa come di un fattore centrale dato che lì che si è originata la vita dell’Homo Sapiens ed è proprio sul destino di quel continente che si misura il degrado di quello che lui chiama Homo Demens, l’umanità impazzita: guerre sanguinose per il controllo di metalli preziosi, fossili e risorse energetiche, e territori che sperimentano con violenza il climate change. Da quella parte di mondo scappano milioni di persone che molti si rifiutano addirittura di accogliere, alzando nuovi muri. Zanotelli non ci sta e spara a zero anche sull’economia di guerra che vede l’Italia impegnata su fronti militari ovunque sia necessario tutelarne gli “interessi” e che investe 20 miliardi di euro l’anno per le spese militari. “Si taglia il welfare, l’istruzione e la sanità, ma non toccano mai le spese militari, questo è inammissibile”, tuona il religioso.

Zanotelli non si limita a elencare i problemi, ma chiama tutte e tutti all’azione anche a partire dalle piccole cose: “votiamo ogni volta che facciamo la spesa” sono le sue parole che invitano a fare scelte etiche, privilegiando la filiera equo-solidale e l’agricoltura sostenibile e chiedendo di smetterla di costruire nuovi ipermercati. Nel suo intervento anche due passaggi legati a Mantova: chiede al pubblico se l’acqua a Mantova è dei cittadini o privata, sapendo che dopo la vittoria referendaria del 2011 solo a Napoli il sistema idrico è stato ripubblicizzato attraverso una azienda speciale e, in un passaggio legato alla giustizia ambientale, rilancia un secco “no inceneritore” stimolato dalle bandiere che ha visto esposte alle finestre della città.

Sting: an Englishman in Mantova

Standard

IMG_20170728_212758392-01-01La leggenda musicale Sting ieri sera è arrivata a Mantova per la seconda tappa italiana del lungo tour di presentazione del suo ultimo album “57th and 9th”. La star inglese è ormai diventata un brand musicale di sicuro successo, che custodisce gelosamente la storia dei Police; la sua carriera solista ha abbracciato forme còlte di pop-jazz, world music e canzoni più commerciali. Con il nuovo disco Gordon Sumner torna prepotentemente al rock, forte di una band di musicisti eccezionali che lo accompagnano anche durante la tournèe e che danno una carica aggiuntiva ad ogni singolo pezzo. Il primo a salire sul palco di piazza Sordello è il figlio Joe Sumner, già leader dei Fiction Plane, per una mezz’ora abbondante di musica legata a doppio filo a quella dell’illustre genitore.

Un rapido cambio palco in cui un roadie porta al centro del palco quella che sembra essere una tisana e lo show può avere inizio. La band sale sul palco alle 21.30 precise e le grida delle migliaia di spettatori accolgono Sting; sorridente e in gran forma, il cantautore imbraccia il suo iconico basso Fender e lo spettacolo può incominciare. “Synchronicity II” apre le danze: la band si scatena su questo storico pezzo dell’ultimo periodo dei Police, avvolta dalle luci del light-show. Stesso discorso per “If I ever lose my faith in you” che la sezione ritmica rende una cavalcata rock capace di far ballare tutta la piazza. Una prima parte di concerto tutta ad alto voltaggio in cui Sting salta, scherza e sorride con la sua inconfondibile classe all’inglese. È poi la volta di una palpitante e intensa, “Spirits in the material world”. Il meglio della produzione solista è riassunto nel piccolo capolavoro “Englishman in New York” del 1987: la versione live incanta il pubblico che canta su ogni singola nota. Il pop-rock della storica hit “Everything she does is magic” viene arricchito dalla forza delle chitarre della band, regalando ai fan un altro momento di pure magia; avviene un breve siparietto comico quando Sting ammette di avere inghiottito una zanzara: “benvenuto a Mantova” gli gridano dalle prime file per rincuorarlo.IMG_20170728_214646101-01

Il ritmo inizia a rallentare e arrivano in serie alcuni dei singoli più famosi di Sting tra cui una toccante e sognante “Shape of my heart”. L’inconfondibile riff di “Message in a bottle” introduce uno dei pezzi più apprezzati della serata, una delle vette artistiche dei Police che risuona tra le mura dei palazzi antichi di Mantova; chitarra e batteria danno il massimo, anche se proprio su questo brano si sente l’assenza del “tocco” particolare di Stewart Copeland e Andy Summers. È il momento del tributo a David Bowie e Joe Sumner ruba la scena al padre per cantare “Ashes to Ashes”, ma il risultato è inferiore alle attese.
Verso la fine del set ufficiale, la musica si scosta dai canoni anglosassoni: le sfumature caraibiche di “Walking on the moon” e “So Lonely” guardano alla Giamaica e avvolgono una epica versione di “Desert Rose”; un brano che oggi mostra tutta la sua bellezza e il suo fascino arabeggiante, nonostante all’epoca la svolta world music di Sting non venne unanimemente apprezzata. Ancora reggae, abilmente mescolato al punk inglese, per una “Roxanne” incendiaria che la band esegue sotto decine di “red lights” che richiamano quelle del testo.
Sting e i suoi salutano e se ne vanno, salvo tornare sul palco dopo pochi istanti per il primo bis: “Next to you”, direttamente dall’esordio settantasettino dei Police e frutto diretto di quella breve fiammata rivoluzionaria. Ancora grandi emozioni con l’immancabile “Every breath you take”, che regala ancora grandi emozioni con Sting che esegue il classico giro di basso e canta a perdifiato la hit planetaria. Il secondo bis conclude la grande serata mantovana e l’artista inglese si congeda dal pubblico suonando la chitarra acustica per eseguire una toccante e dolente “Fragile”.

Revolution for the masses: Depeche Mode live a Bologna

Standard

FullSizeRender(1)Nel 1986, il dj della BBC John Peel dichiarò che: “se dobbiamo avere band che riempiono gli stadi, allora che siano i Depeche Mode”, e quel pensiero è risuonato attualissimo giovedì 29 giugno allo stadio Dall’Ara di Bologna. Quarantamila persone di tutte le età hanno riempito l’arena emiliana in attesa di uno dei concerti più importanti dell’estate 2017; una delle tappe del “Global Spirit Tour” che porta in giro per il mondo un rituale laico, la chiesa del muro di suono e di luci dei Depeche Mode, arricchita dai visual curati da Anton Corbijn.
Agli Algiers il duro compito di aprire le danze: la band di Atlanta suona con forza ed entusiasmo, convincendo parte del pubblico con quarantacinque minuti di post-punk dalle influenze soul/gospel. Poi alle 21 precise scompare la techno pompata dalle casse per tutto il pomeriggio e parte “Revolution” dei Beatles, che sottolinea da quale parte stanno i Depeche Mode. Il setlist del concerto pesca dal materiale più recente della band, tralasciando gli anni Ottanta, e inizia con il singolo “Going backwards”; quando la band sale sul palco  il pubblico impazzisce, pochi secondi dopo compare la “diva” Dave Gahan  e un secondo urlo collettivo scuote il Dall’Ara. È infatti il sensuale vocalist, insieme al chitarrista Martin Gore, a reggere lo spettacolo: Alan Wilder non c’è più da anni, Andrew Fletcher sembra fare solo il “compitino” e i turnisti (con il batterista instancabile in testa) completano l’organico della band. Superati eccessi, dipendenze, punti di non ritorno e depressioni, il duo Gore-Gahan è in splendida forma e lo dimostra su ogni pezzo: “Barrel of a gun”, sinuosa e lasciva, porta il suono sull’orlo del precipizio con l’eleganza che compete ai Depeche Mode; un dark-elettronico che ammicca all’hip-hop quando Gahan chiude il pezzo citando “The Message” di Grandmaster Flash. “A pain that I’m used to” risuona in tutto lo stadio in una veste più suonata ed electro-rock dell’originale su cui il vocalist scatena le sue mosse sensuali che mandano in estasi il pubblico (non solo) femminile. La magia oscura di “In your room”, a partire dall’arpeggio dolente di Gore, avvolge le migliaia di spettatori in un abbraccio inquietante, accompagnato dal video di una coreografia di ballo chiusa in una stanza. Proprio il chitarrista (e tastierista) si prende la scena per due versioni struggenti di “Judas” e “Home”, dove l’onda dei cori del pubblico alla fine del brano non si placa per diversi minuti. La nuova “Where’s the Revolution?”, debole su disco, dal vivo esplode a piena potenza confermando la capacità dei Depeche Mode di dare vesti nuove ai propri brani. “Everything Counts” parte con un arrangiamento decisamente più aggressivo dell’originale degli Ottanta. L’inconfondibile apertura di sintetizzatori di “Enjoy the silence”, manda in delirio la folla che inizia a intonare la melodia dell’arpeggio minimalista di Gore, un attimo prima di scatenarsi sul beat disco del brano del 1990; Gahan canta solenne ed epico e la funzione laica raggiunge il suo apice. Il drumming ossessivo di “Never let me down again” avvia al concerto alla conclusione della prima parte, mentre migliaia di persone cantano e ballano sulle note di uno dei più autentici capolavori della band.
È tempo di bis e tornano sul palco Martin Gore e il tastierista Peter Gordeno, per una versione da pelle d’oca di “Strangelove”, per sole chitarra e tastiera. Lo sventolìo di una bandiera nera sfilacciata che compare sui maxi-schermi fa da cornice alla cover di “Heroes”: un tributo a David Bowie che la band porta avanti in modo (fin troppo) sobrio, elegante e non pedissequo; al termine del brano Gahan manda un bacio al cielo. Dopo una convincente “I feel you”, arriva il gran finale con “Personal Jesus”. Il riff di chitarra di Gore, come un selvaggio blues futurista, caratterizza tutto questo brano leggendario. Ancora una volta, inarrestabile, Gahan arringa la folla con la sua mimica allusiva e con l’iconico ondeggiare di braccia alzate ripreso dal pubblico. Stanchi e sorridenti, i Depeche Mode salutano e scompaiono dietro al palco; si accendono le luci e lo stato di trance si interrompe lasciando un forte senso di straniamento.